20/05/2026
Quando sai di avere tra le mani l’unica copia sopravvissuta di un film.
CAPELLI BIONDI
Italia, 1919
Ecco un lungometraggio muto italiano avvolto nel mistero. Prodotto da una casa (la Costantini) che non ci risulta abbia dato agli schermi altri film, con regista ignoto e attori ancora da identificare. “Completamente ignorato dalla pubblicità e dai recensori”, avverte Vittorio Martinelli nel volume Il cinema muto italiano dedicato al 1919. Sappiamo da dove proviene il soggetto: un romanzo di Salvatore Farina pubblicato nel 1875. Oggi, tanto il romanzo quanto il suo autore sono largamente dimenticati. Ma nel decennio tra il 1870 e il 1880 Farina fu, a quanto assicura Gaetano Mariani nella sua Storia della Scapigliatura, “uno dei più notevoli avvenimenti di costume letterario del decennio”. Nel Dizionario biografico degli italiani, Lucia Strappini sintetizza le basi della smisurata produzione letteraria del Farina: ambientazioni per lo più piccolo-borghesi (con qualche incursione nell’alta società), “vicende sentimentali e pasionali ritratte con garbo”, “un diffuso spirito di pacato umorismo unito a una vena tenue di patetismo”, la famiglia come concetto morale cardine.
Manca dall’elenco un aspetto che nel film è impossibile ignorare: una punta, invero piuttosto affilata, di feticismo. L’amore martoriato di questo conte (che non disdegna i postriboli) per una dolce fanciulla dei bassifondi passa per una treccia bionda conservata in cassaforte e da lì prelevata di tanto in tanto per sfogare su di essa un desiderio represso. L’attenzione alla plasticità dell’inquadratura, il gusto per i giochi di chiaroscuro, l’apertura insistita di cornici varie in cui incastrare i personaggi dimostrano una consapevolezza compositiva che ci invita a ulteriori indagini, nella speranza di scovare altri tasselli che rendano il mistero meno fitto.
Ritrovato a restaurato da e nel 2023