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ARACELI CINEMAdiCITTA' Cinema del presente e del passato.

Il 31 agosto 1966, 60 anni fa, esordiva al la Mostra d'arte Cinematografica di Venezia"LA BATTAGLIA DI ALGERI" di Gillo ...
31/08/2026

Il 31 agosto 1966, 60 anni fa, esordiva al la Mostra d'arte Cinematografica di Venezia
"LA BATTAGLIA DI ALGERI" di Gillo Pontecorvo.Argent Films
La battaglia di Algeri è uno di quei film che con il passare del tempo non solo non hanno accusato alcun ridimensionamento, ma al contrario sono ritenuti centrali, inestimabili dal punto di vista artistico e semantico. Fu un'opera cinematografica nata sull'onda dei buoni, anzi buonissimi rapporti di natura economica creatisi tra Italia e Algeria, da poco diventata indipendente dalla Francia. Tutto cominciò da un libro, "Souvenirs de la Bataille d'Alger" di Saadi Yacef, ex combattente della Resistenza algerina, poi diventato figura di spicco del nuovo governo. Gillo Pontecorvo già godeva di grande prestigio grazie a film come Kapò e ai suoi documentari. Fu avvicinato da ex membri dell'FLN assieme allo sceneggiatore Franco Solinas e convinto a prendere in mano il progetto, che poté usufruire di ampi finanziamenti e naturalmente della stessa città di Algeri come sfondo. Il risultato finale fu qualcosa di incredibile, una pietra angolare della cinematografia come testimoniato dal Leone d'Oro alla Mostra di Venezia, le tre Candidature agli Oscar e il successo di critica e pubblico. La battaglia di Algeri andrà alla fine a formare un prototipo cinematografico, per così dire, poi ripreso, imitato, studiato, da ogni regista da quel momento in poi. La sua eredità, la sua incredibile capacità di innovare linguaggio e testo cinematografici, la sua rievocazione realistica connessa eppure indipendente dal filone neorealistico, rimangono ancora oggi inimitabili, l'apice di un certo cinema tricolore.

La battaglia di Algeri ha come protagonista soprattutto Ali La Ponte (Brahim Haggiag, un attore non professionista come quasi tutto il resto del cast). La Ponte è un piccolo criminale, finisce in galera per aggressione e furto nel 1954, il film ci guida con un flashback nella sua vicenda umana e militare. In carcere conosce diversi membri della resistenza algerina, assiste ad una decapitazione di uno di loro, si converte ad un'ideale in nome del quale diventa un altro uomo. Evaso, diventa punta di diamante del FLN guidato tra gli altri da Saari Kader (Yacef Saadi, ex membro dell'FLN nella vita reale). Sarà l'inizio di una escalation di violenza, attentati, torture e morte che farà diventare Algeri la capitale della morte, ma anche il cuore di quella decolonizzazione che si spargerà in tutto il mondo. Gillo Pontecorvo sceglie uno stile semi-documentaristico assolutamente inedito per l'epoca, reso ancora più potente dalla fotografia di Marcello Gatti, un bianco e nero fantastico, che farà scuola. La regia anticipa quel dinamismo che poi renderà il film bellici una immersione totalizzante e realistica, imita cinegiornali e riprese televisive, abbraccia una mancanza di canonicità che ne rafforza la capacità di renderci partecipi. Non si era mai visto qualcosa del genere. Intanto, La battaglia di Algeri ci fa anche comprendere il dramma di quegli anni, l'abisso morale di una Francia che mostra il peggio di sé, ed infatti bandirà il film fino al 1971. Giusto per ricordarci quanto la questione algerina abbia cambiato al storia repubblicana.

Pontecorvo non nasconde la sua opinione sul conflitto, ma sa come rivendicare la giusta distanza attraverso la quale non trasformare La battaglia di Algeri in uno spettacolo retorico. La crudeltà è di casa, la crudeltà è impugnata da Ali, dai suoi compagni e anche compagne. Sparano e travolgono civili, piazzano ordigni, seminano terrore e morte. Le donne hanno un ruolo gigantesco in questo film, sono portaordini, sono spie, sono anche loro combattenti, depositano gli ordigni in bar e ristoranti, in una sequenza semplicemente pazzesca. Pontecorvo ci mostra i volti dei civili, innocenti, ma bersagli scelti dagli algerini, che puntano alla radicalizzazione dello scontro. La Francia reagisce mandando i paracadutisti, il colonnello Mathieu (Jean Martin), personaggio fittizio dietro cui Pontecorvo cita anime oscure di quelle forze transalpine che si macchieranno di crimini esecrabili. Martin è scientifico, freddo, spietato, ma anche intelligente, manipolatore, è anche colui attraverso il quale emerge la verità circa quel conflitto, che i francesi si illudono di aver vinto: l'unica soluzione reale è politica, non è militare. La parte francese dell'Algeria è razzista, ipocrita, violenta, incapace di comprendere che l'era del colonialismo è finita, l'autodeterminazione non è qualcosa solo per i bianchi. Poi eccoci tornati all'inizio, ad Alì e l'ultima squadra rimasta che scelgono di farsi saltare in aria, piuttosto che consegnarsi ai francesi. Ma la loro morte non è la fine, è solo la fine dell'inizio della lotta.

La battaglia di Algeri è un trattato politico oltre che cinematografico, ci parla del terrorismo come arma perfetta per distruggere le superpotenze, sarà studiato dalle dittature sudamericane, dai movimenti rivoluzionari, persino dal Pentagono. Ma è anche un film fatto di una tensione a tratti quasi insopportabile, studiata nei minimi dettagli, incrementata da una colonna sonora di Ennio Morricone stratosferica. Poi ecco le immagini delle rivolte di strada, il paese che si risveglia, paiono ripresi da un archivio ma invece no, è lo stupendo lavoro con gli extra fatto da Pontecorvo, altra grande lezione di cinema. Stanley Kubrick definirà La battaglia di Algeri un capolavoro assoluto, un'opera imprescindibile per chiunque voglia fare cinema. Nei decenni a ve**re, altri grandissimi maestri di cinema del calibro di Steven Spielberg, Martin Scorsese, Christopher Nolan, Spike Lee, Werner Herzog, lo stesso Paul Thomas Anderson che lo citerà in Una battaglia dopo l'altra, lo hanno sempre indicato come un'opera fondamentale, un momento rivoluzionario. A 60 anni di distanza continua soprattutto a parlarci della lotta degli ultimi contro il potere, della storia che è scritta nel sangue, che ci sarà sempre qualcuno pronto a lottare con ogni mezzo, anche il più terribile, per rivendicare la sua esistenza contro un Occidente ingordo. La battaglia di Algeri rimane non solo uno dei più grandi film della nostra storia, ma uno dei più grandi film di sempre, di un tempo in cui l'Italia insegnava l'arte e la verità al resto del mondo.
Giulio Zoppello, Esquire

Da Mercoledì 2 settembre al Vostro CINEMAdiCITTÀ "COYOTE VS ACME" di Dave Green Per decenni lo abbiamo visto fallire nei...
31/08/2026

Da Mercoledì 2 settembre al Vostro CINEMAdiCITTÀ
"COYOTE VS ACME" di Dave Green

Per decenni lo abbiamo visto fallire nei modi fantasiosi, con incudini cadute in testa, catapulte difettose e razzi che non funzionano.
Wile E. Coyote ha passato la vita a essere la vittima del monopolista supremo dei cartoni animati: la ACME Corporation.
Da questa idea nasce "COYOTE VS. ACME", un legal movie in cui il nostro eroe fa finalmente causa alla multinazionale che ha prodotto quei gadget difettosi.
Un'idea così originale non ha bisogno di alcun giornale, ma il team di marketing ha capito che la promozione non poteva essere convenzionale.
Così, per i manifesti pubblicitari, che in questi giorni tappezzano l'Italia, è stata fatta una modifica geniale nella sua semplicità, aggiungere finti graffiti e scritte "vandaliche" direttamente sui cartelloni.
Frasi come "ACME FA SCHIFO", che sembravano tracciati a bomboletta da "un ignoto" passante.
In realtà sono parte integrante del concept visivo, che trasferisce la narrazione del film direttamente nel mondo reale, trasformando la città nel teatro della protesta di W***y Coyote.
Un'operazione brillante, che rompe la quarta parete in modo naturale e così facendo promuove il film, senza apparentemente farlo.
Un'ottima operazione che dimostra che non servono sempre budget colossali per creare una campagna efficace, a volte basta la giusta intuizione.

Foto: Campagna promozionale "Coyote vs. Acme" — Ufficio Stampa Lucky Red / Warner Bros.

DOMANI, Martedì 1° settembre, alle ore 21,00 "SHEEP IN THE BOX" di Kore-eda Hirokazu Nel passaggio alla fantascienza, Hi...
31/08/2026

DOMANI, Martedì 1° settembre, alle ore 21,00
"SHEEP IN THE BOX" di Kore-eda Hirokazu

Nel passaggio alla fantascienza, Hirokazu Kore’eda rilancia il proprio discorso sulla famiglia, sul lutto e sulla memoria, mettendo in relazione umano, tecnologia e natura. Ma l’ambizione delle premesse di Sheep in the Box si scontra con una scrittura programmatica e un immaginario fantascientifico derivativo, che finiscono per ricondurre anche il futuro dentro le forme, i temi e le ossessioni di un cinema già ampiamente esplorato.
È di nuovo, è sempre un affare di famiglia per il cinema di Hirokazu Kore'eda, tra i più importanti e noti registi giapponesi (e non solo) della contemporaneità. Un ideale, un modello che egli mette costantemente alla prova, lasciandone emergere tutte le fragilità e le contraddizioni. Questo, perché nei suoi racconti la famiglia non coincide necessariamente coi legami biologici o i ruoli assegnati e sanciti dalla società, quanto piuttosto con la capacità di prendersi cura dell’altro, di condividere una quotidianità, di costruire, progressivamente e lentamente, una forma di appartenenza. Kore-eda guarda alla famiglia altresì come ad uno spazio intimamente problematico, attraversato da affetti, assenze, incomprensioni e ferite, nel quale accoglienza e protezione non sono mai termini scontati. E dove persino i legami più naturali possono rivelarsi precari, vulnerabili, a differenza di quelli acquisiti, putativi. Quelli che si scoprono, si costruiscono e, infine, si scelgono.
Tutti elementi, segni che puntualmente tornano nella quindicesima tappa di un infaticabile e regolarissimo percorso autoriale e creativo che, da ultimo, incontra il genere e i territori della fantascienza. Ambientato nel Giappone di “un futuro non così lontano”, Sheep in the Box segue infatti le orme di Otone e Kensuke Kōmoto, una coppia a cui non sembrerebbe mancare davvero nulla. Lei è un’architetta apprezzata e di enorme talento, lui - leggermente più ruvido e molto meno brillante - è invece il titolare dell’azienda edile paterna, specializzata nella lavorazione del legno. La loro altrimenti idilliaca vita insieme è però segnata dalla perdita. Da un lutto, da una tremenda sparizione, da una sofferenza indicibile: sono trascorsi appena due anni da quando hanno perso l’adorato figlio Kensuke, vittima di un terribile incidente ferroviario.
Proprio allora ricevono a casa un pacchetto inviato dalla REbirth, un’azienda che, grazie all’intelligenza artificiale generativa, sostiene di essere riuscita nella straordinaria – e fino a poco tempo prima impensabile – impresa di riportare in vita le persone sotto forma di copie artificiali, indistinguibili dai loro originali organici. La società offre ai coniugi Kōmoto la possibilità di partecipare (gratuitamente!) al suo ultimo programma di sviluppo, accogliendo in casa loro un umanoide di ultimissima generazione, costruito sulle fattezze, i ricordi e una qualche forma dello spirito del piccolo Kensuke…
Ritratto di famiglia con tempesta (tecnologica): è essenzialmente questo il soggetto scritto dallo stesso Kore’eda per Sheep in the Box. Ché prende il via, almeno nella sostanza, quale ennesima parabola di dramma genitoriale ed esistenziale sull’elaborazione di un trauma, sulla tormentata complessità del dolore e, va da sé, sulla difficoltà di fare i conti con il passato e i ricordi, nel tentativo di voltare pagina una volta per tutte. Eppure, l’ingresso nel quadro delle forme fantascientifiche, di una componente futuribile – più che futuristica – innesca una serie di dilemmi filosofici ed etico-morali inediti, per certi versi, nel cinema del maestro giapponese. Si può comprare qualcosa che, per definizione e per natura, non dovrebbe nemmeno essere acquistabile? Un rinnovato equilibrio familiare, la felicità, persino la vita dopo la morte? Ma siamo sicuri che inseguire il futuro non significhi, in realtà, ritornare o rifugiarsi nel passato? E questo futuro, fino a che punto possiamo agirlo, plasmarlo artificialmente prima di spezzare l’equilibrio con ciò che, per convenzione, definiamo naturale?
Domande, suggestioni che, dalla loro, trovano naturale contesto e coesione nella scrittura di Otone e Kensuke e, soprattutto, nella scelta dei loro rispettivi lavori: da una parte la creazione e costruzione di spazi destinati a diventare socialmente naturali (come appunto una casa); dall’altra il trattamento e la manipolazione di un materiale come il legno. E che arrivano fin da subito a intrecciarsi con le ossessioni e i motivi più riconoscibili dell’opera koreediana, ampliandone, al solito, lo sguardo e gli orizzonti, aprendo ad una vastità di senso, ad una dimensione collettiva, ad un’(im)prevista macroscopia, una storia che avrebbe potuto facilmente consumarsi in un interno borghese.
Ebbene, è proprio in questa volontà – e possibilità – di ripensare, attraverso un’altra idea di famiglia, il rapporto stesso tra umano, tecnologia e natura che si colloca la potenziale ricchezza, la densità semantica di questo racconto. Tanto che Sheep in the Box parrebbe portare alle estreme conseguenze il flusso di temi e pensieri che hanno accompagnato il cineasta fin dai primissimi Maborosi e After Life (quest’ultimo, il film più affine sull’etereo legame tra identità e memoria, qui tradotto in un’incarnazione artificiale, in un costrutto bio-tecnico), trovando poi piena compiutezza nei ben più conosciuti Father and Son, Un affare di famiglia o nell’ultimo, sublime L’innocenza.
Nondimeno, tale ambizione non trova corrispondenza nella maniera programmatica con cui Kore’eda la porta in scena, quasi fosse colto in una sorta di defaticamento creativo, mediante una composizione grossolana e scoperta quanto i suoi rimandi e parallelismi letterari (dal viaggio di Pinocchio per “diventare un bambino vero” a Il piccolo principe, al quale si deve persino il titolo). Né riesce davvero a emergere dalla sua consueta poetica fatta di silenzi, piccoli gesti, cose non dette, oggetti - al netto di una direzione degli attori inevitabilmente cristallina in quanto ad espressività - che spesso sa di soluzione facile.
A ciò va aggiunto un impiego in fondo derivativo (specie da Charlie Brooker e dal suo Black Mirror) e alquanto pretestuoso degli innesti sci-fi, utili semmai a creare un velo (non certo un alone) di mistero, ma svuotati di ogni tipo di sorpresa, inquietudine o fascino perturbante. Candidi strumenti sui quali proiettare il proprio lutto, convertiti, al di fuori della finzione, in meri e opachi accessori per un diverso e più debole raggiungimento del medesimo fine discorsivo. Al servizio di un’architettura emotiva formulaica, prevedibilissima, poco incisiva, non meno della visione di un’utopica convivenza tra natura e macchina e dell’idea di futuro che il film propone: entrambe tese, con grande (in)coerenza, verso un passato – prossimo e remoto – pigramente, incomprensibilmente spielberghiano.
Se è vero allora, come ci ha sempre insegnato Antoine de Saint-Exupéry e ricordato lo stesso Kore’eda, che l’essenziale è invisibile agli occhi, spesso lo sono pure il senso e lo scopo di scrivere, dirigere, produrre oggi un film come Sheep in the Box.
Cinemando

Martedì 8 e Mercoledì 9 settembre "SILENT FRIEND" di Ildikò Enyedi2020. Un neuroscienziato proveniente da Hong Kong giun...
31/08/2026

Martedì 8 e Mercoledì 9 settembre
"SILENT FRIEND" di Ildikò Enyedi

2020. Un neuroscienziato proveniente da Hong Kong giunge come visiting professor in un'università della Germania. La sua specializzazione consiste nello studiare la mente dei neonati. Qui inizia un esperimento sul grande albero mentre il Covid si diffonde.
1908. Sempre nello stesso ateneo assistiamo alla non facile ammissione alla facoltà di Botanica della prima ragazza. La stessa trova un impiego come assistente presso un fotografo e scopre tutte le potenzialità del mestiere.
1972. Due giovani studenti iniziano una relazione che vede al centro la cura e lo studio delle reazioni di un geranio a quanto gli accade intorno.
Ildikó Enyedi dà nuovamente prova della sua originalità affrontando un tema insolito sul quale innesta riflessioni sul ruolo dell'essere umano nel contesto della Natura.
Non si presentava come semplice l'impresa di relazionare esseri umani con il mondo vegetale ma la regista ungherese c'è riuscita affrontando anche i mutamenti nella relazione maschio femmina nel corso del tempo. Così come le piante si distinguono per sesso e reagiscono agli stimoli esterni così fanno anche gli esseri umani. Con qualche complicazione in più dovuta alle regole che la società ha finito con il darsi.
Veniamo così invitati ad assistere ad un esame di inizio '900 in cui cattedratici anziani e maschilisti fanno di tutto per mettere in imbarazzo sul versante della sessualità l'ultima studentessa che aspira ad essere ammessa alla facoltà di Botanica. Nel 1972 invece la protagonista, ora femmina liberata, stabilisce le regole del gioco con un possibile partner non ancora emancipato mentre lo spinge ad interessarsi della vita di una piantina di geranio.
Nel nuovo millennio tutto l'interesse del professore cinese è invece rivolto alla sessualità non degli umani bensì del maestoso ginkgo biloba che sorge davanti all'università. Enyedi esplicita la funzione di questo film: "Può aiutarci a scendere dalla spaventosa e vertiginosa posizione in cima alla piramide verso un luogo più giusto e più accogliente: essere parte di questo mondo."
La leggerezza espositiva domina la narrazione, consentendo allo spettatore il viaggio nel tempo (mantenendo di base l'unità di luogo) che sottolinea un rapporto con il mondo vegetale che abbisogna di continue ricerche e verifiche. Lasciando alla fine una domanda a cui dare una risposta: se le piante sono esseri viventi e senzienti, chi fa scelte vegetariane per evitare le sofferenze agli animali non sta di fatto spostando quella stessa sofferenza altrove?
Giancarlo Zappoli, Mymovies

"COYOTE VS. ACME" arriverà finalmente nei cinema italiani il 2 settembre 2026, dopo una storia produttiva talmente assur...
31/08/2026

"COYOTE VS. ACME" arriverà finalmente nei cinema italiani il 2 settembre 2026, dopo una storia produttiva talmente assurda da sembrare essa stessa una gag dei Looney Tunes. Il film era stato completato, poi accantonato da Warner Bros. Discovery, sembrava destinato a non uscire mai e alla fine è stato salvato da Ketchup Entertainment. Ora che negli Stati Uniti è arrivato nelle sale, le prime reazioni stanno facendo emergere una sorpresa: W***y il Coyote riesce a sostenere un intero film senza aver bisogno di Bugs Bunny come protagonista. In Italia sarà distribuito da Lucky Red.
E forse è proprio questa la lezione più interessante che Coyote vs. Acme può lasciare sul futuro dei Looney Tunes.
Questa volta W***y il Coyote non vuole catturare Beep Beep: vuole fare causa alla Acme
La premessa è perfettamente coerente con decenni di cartoni animati.
W***y il Coyote ha comprato dalla Acme razzi, esplosivi, catapulte, trappole e strumenti di ogni genere per cercare di catturare Beep Beep. I prodotti, però, hanno quasi sempre finito per esplodergli in faccia, schiacciarlo o lanciarlo da qualche dirupo.
Alla fine decide di fare una cosa molto più adulta: porta la Acme in tribunale.
A rappresentarlo è Kevin Avery, interpretato da Will Forte, un avvocato non esattamente all’apice della carriera. La Acme risponde invece affidandosi a Buddy Crane, interpretato da John Cena. Nel cast troviamo anche Lana Condor, P.J. Byrne e Luis Guzmán.
La sceneggiatura è firmata da Samy Burch, partendo da una storia sviluppata insieme a James Gunn e Jeremy Slater. Il regista è Dave Green.
L’idea prende ispirazione anche da un articolo satirico di Ian Frazier pubblicato sul New Yorker nel 1990, che immaginava seriamente le conseguenze legali dei continui fallimenti dei prodotti Acme.
W***y il Coyote diventa finalmente qualcuno per cui tifare. Nei cortometraggi classici W***y aveva una funzione molto precisa.
Voleva mangiare Beep Beep.
Elaborava un piano assurdo.
Comprava qualcosa dalla Acme.
Il piano falliva.
Pochi secondi dopo era pronto a ricominciare.

Coyote vs. Acme prende quel meccanismo e fa una cosa sorprendentemente semplice: si chiede come si senta W***y dopo anni passati a perdere.
Non diventa improvvisamente un personaggio completamente diverso. Continua a comunicare attraverso cartelli, resta testardo e mantiene tutte le caratteristiche che conosciamo.
Il film, però, gli concede una dimensione emotiva.
W***y diventa l’eterno sfavorito contro una gigantesca società che gli ha venduto per anni prodotti disastrosi e ora dispone di abbastanza soldi e avvocati da provare a schiacciarlo anche in tribunale.
È difficile non stare dalla sua parte.
Bugs Bunny compare nel film.
Non è però il protagonista e la sua presenza è relativamente limitata.
Per una produzione dei Looney Tunes destinata al cinema è una scelta meno scontata di quanto sembri.
Bugs è da decenni il volto più riconoscibile dell’intero marchio. È quello che compare sui loghi, nelle campagne pubblicitarie e spesso anche al centro dei film corali.
Ma l’universo dei Looney Tunes è enorme.
Daffy Duck esiste da prima di lui. Porky Pig era inizialmente una delle grandi star dello studio. Poi ci sono Titti, Silvestro, Yosemite Sam, Marvin il Marziano, Speedy Gonzales, Taz e moltissimi altri.
Il recente Un’avventura spaziale – Un film dei Looney Tunes aveva già dimostrato che Daffy e Porky possono guidare una storia senza Bugs Bunny.
Coyote vs. Acme sembra confermare la stessa idea con W***y.
Forse il futuro dei Looney Tunes è proprio questo
Per anni il cinema ha spesso trattato i Looney Tunes come un unico pacchetto.
Metti Bugs Bunny davanti.
Poi fai comparire Daffy, Titti, Silvestro e gli altri.
Infine costruisci una grande avventura intorno al gruppo.
Funzionava benissimo in Space Jam, ma non dovrebbe essere l’unica strada possibile.
W***y il Coyote ha una personalità completamente diversa da Daffy Duck.
Marvin il Marziano permetterebbe di fare fantascienza.
Speedy Gonzales potrebbe sostenere una commedia d’avventura.
Titti e Silvestro potrebbero funzionare dentro una storia più piccola e assurda.
Ogni personaggio possiede un proprio mondo, e costringerli continuamente a orbitare intorno a Bugs rischia quasi di limitarli.
Un film su Speedy Gonzales è effettivamente in sviluppo con Jorge R. Gutiérrez, altro segnale della volontà di esplorare personaggi meno sfruttati sul grande schermo.
Il mondo animato e quello umano convivono senza troppe spiegazioni
Un altro elemento apprezzato nelle prime recensioni riguarda il modo in cui personaggi animati e persone reali condividono lo stesso universo.
Non esiste un mondo separato dove vivono i cartoni.
W***y il Coyote può entrare in uno studio legale e chiedere un avvocato.
Bugs Bunny conduce la propria vita.
Elmer Fudd è addirittura diventato un senatore degli Stati Uniti.
Il film accetta semplicemente che in questo mondo umani e personaggi animati convivano, un approccio che ricorda inevitabilmente Chi ha incastrato Roger Rabbit. Alcune recensioni americane hanno infatti accostato i due film proprio per questa integrazione naturale tra animazione e riprese dal vivo.
Questo permette anche ai cameo di funzionare meglio.
Bugs non entra in scena soltanto perché il pubblico deve applaudire riconoscendolo. È semplicemente un personaggio che esiste in quell’universo e che, per un momento, incrocia la storia di W***y.
Il film che rischiavamo seriamente di non vedere
La storia dietro Coyote vs. Acme rimane incredibile.
Warner Bros. aveva deciso nel 2023 di non distribuirlo nonostante fosse praticamente completato. Per mesi sembrava possibile che un film costato decine di milioni di dollari venisse semplicemente cancellato.
Dopo proteste, proiezioni per possibili acquirenti e una lunga trattativa, Ketchup Entertainment lo ha acquistato da Warner Bros., con un accordo riportato intorno ai 50 milioni di dollari.
La società ha poi organizzato un’uscita americana molto ampia, superiore alle 3.000 sale.
In Italia arriverà invece mercoledì 2 settembre, distribuito da Lucky Red.
Pensare che un film accolto positivamente da una parte della critica e costruito intorno a personaggi conosciuti da generazioni abbia rischiato di rimanere per sempre in un archivio rende la vicenda ancora più paradossale.
Coyote vs. Acme potrebbe indicare la strada per i prossimi film.
Non significa che Bugs Bunny debba sparire.
Sarebbe assurdo.
Bugs resta probabilmente il personaggio più famoso dei Looney Tunes e può tranquillamente tornare protagonista di altri progetti.
La lezione di Coyote vs. Acme sembra però essere un’altra: non deve necessariamente esserlo ogni volta.
W***y il Coyote è riuscito a passare da personaggio che trascorreva pochi minuti cercando di catturare Beep Beep a protagonista di una commedia giudiziaria.
E il pubblico può finire per preoccuparsi persino di quel coyote che per decenni abbiamo visto cadere da una montagna con una piccola nuvola di polvere in fondo al canyon.
Se il film funzionerà anche al botteghino, altri Looney Tunes potrebbero finalmente ricevere la stessa occasione.
Il 2 settembre toccherà al pubblico italiano decidere se W***y meritava tutto questo tempo sul grande schermo.

Auguri a RICHARD GERE, l'ex brizzolato più concupito del pianeta, che oggi compie 77 anni (Philadelphia, Pennsylvania, U...
31/08/2026

Auguri a RICHARD GERE, l'ex brizzolato più concupito del pianeta, che oggi compie 77 anni (Philadelphia, Pennsylvania, USA, 31 agosto 1949).
Grazie a quei muscoli scolpiti da American Gigolò è entrato da protagonista nei sogni di milioni di donne. Poi, con il suo charme da Ufficiale e Gentiluomo, ha abbordato la Pretty Woman Julia Roberts, conquistando - a passi di danza e a colpi di arringhe - un Golden Globe come Miglior Attore in Chicago. Ladies and gentleman: il settantenne brizzolato più seducente di Hollywood, Richard Gere.
Secondo di cinque figli, il divo nasce a Philadelphia da genitori di discendenze anglo-irlandesi. Sua madre, Doris Anna Tiffany, è una casalinga, mentre il padre - Homer George - è assicuratore presso la Nationwide Insurance Company. L'attore ha tre sorelle e un fratello.
Studente brillante nonchè appassionato boy scout, il giovanotto eccelle in numerosi sport al liceo, facendosi notare anche per le attitudini in ambito musicale. Suona il pianoforte, la chitarra, il basso ed è, inoltre, un abile trombettista: è lui a comporre i brani per gli spettacoli scolastici. Diplomatosi al North Syracuse Central High School nel 1967, il ragazzo ottiene la borsa di studio in ginnastica che gli garantisce l'ingresso all'Amherst University del Massachusetts, dove vorrebbe specializzarsi in filosofia.
Nei ventiquattro mesi seguenti, Richard molla i corsi per catapultarsi sotto le luci della ribalta. Nel 1973, eccolo nel ruolo di Danny nella produzione londinese di "Grease". Tornato negli States, riesce a far fruttare questa preziosa esperienza e così viene ingaggiato anche nella rappresentazione realizzata a Broadway. Si poi cimenta nella parte di Milo nel medical drama tv, Chelsea D.H.O. e, nel 1975, debutta sul grande schermo estendendo un Rapporto al capo della polizia.
Una decade più tardi, Gere è già una superstar consacrata dalla Mecca del Cinema, come s*x symbol planetario. Fama esplosa scivolando fra le lenzuola di Lauren Hutton in American Gigolò, addestrandosi nella divisa di Ufficiale e Gentiluomo, cacciandosi negli Affari sporchi del sergente disonesto da lui stesso incarnato e, naturalmente, innamorandosi dell'attraente squillo Julia Roberts in Pretty Woman.
Puntualmente inserito ai vertici delle classifiche dei maschioni più belli del mondo, la stella - negli Anni Novanta - viene travolto in un turbine di psicoanalisi e inganni da due sorelline quali Kim Basinger e Uma Thurman, nel noir hitchcockiano Analisi finale.
Inoltre, si profonde in difesa del chierichetto Edward Norton nel thriller Schegge di Paura e si scagiona dall'accusa di omicidio in L'angolo rosso - Colpevole fino a prova contraria.
Trascorre un romantico Autumn in New York accanto all'adorata Winona Ryder, è un affermato ginecologo, in piena crisi esistenziale, in Il Dottor T e le donne di Robert Altman e coglie in flagrante l'adultera Diane Lane in Unfaithful - L'amore infedele.
Nel 2002, l'attore allestisce uno sfavillante spettacolo a Chicago, sul caso della moglie assassina Renée Zellweger. Il 2004 lo trova fra le braccia della ballerina Jennifer Lopez, la quale gli insegna a muoversi sulla pista in Shall we dance?. Due anni più tardi, realizza una delle maggiori truffe editoriali in L'imbroglio - The Hoax.
Nel 2008, entra Come un uragano nella monotona quotidianità della neo separata Diane Lane. Successivamente, diventa l'inseparabile padrone di un cucciolo di razza Akita, nel melodramma canino Hachiko - Il tuo migliore amico. E', inoltre, il consorte dell'aviatrice Hilary Swank nel biopic Amelia, un poliziotto disilluso in Brooklyn's Finest e papà di un genio matematico in The Prodigy. Nel 2012 affianca Topher Grace e Martin Sheen nel thriller The Double, diretto dal regista e sceneggiatore Michael Brandt. Inoltre lo stesso anno è protagonista del film di Nicholas Jarecki La frode. Sempre nel 2014 è la voce di Henry nell'ononimo cartone animato Herry & Me di Barrett Esposito. Nel 2015 partecipa al Ritorno al Marigold Hotel di John Madden ed è protagonista di Franny di Andrew Renzi. Lo vediamo anche ne Gli invisibili interpretando un ruolo primario che aiuta il regista Oren Moverman a concludere, con questo film, la sua trilogia dedicata alla critica sociale dell'America post 11 settembre. Nel 2016 interpreta un piccolo operatore, protagonista nel film Norman di Joseph Cedar. L'anno successivo veste i panni di un famoso politico in carriera che si ritroverà a gestire una questione delicata durante una cena con il fratello e le rispettive mogli in The Dinner, un dramma diretto nuovamente dal regista Oren Moverman, con cui Gere aveva già lavorato nel film Gli Invisibili.
Successivamente ha interpretato Lo stato della mente di Jon Avnet (2017), la miniserie TV in 8 puntate MotherFatherSon (2019), tornando al cinema per Ti presento i suoceri di Michael Jacobs (2023).
Cresciuto con un'educazione metodista, il divo si converte al buddismo in seguito a un viaggio in Nepal nel 1973. Intraprende così un lungo cammino spirituale per tutta l'Asia, incontrando persino il Dalai Lama. Usando la sua celebrità per promuovere la causa in Tibet, istituisce"La Casa Tibetana" a New York e la "Fondazione Gere". Come se non bastasse, è in prima fila nella lotta per i diritti civili, sostiene le principali campagne ecologiste e la lotta contro l'Aids.
Tra le sue prede di giovane pl***oy compaiono l'ex presidente della Columbia Pictures, Dawn Steel, l'attrice Penelope Milford, la pittrice Sylvia Martins-Niarchos, la fashion designer Diane von Furstenberg, nonchè le modelle Tina Chow, Laura Bailey ed Elizabeth Nottoli.
Poi, il 12 dicembre del 1991, il divo convola a nozze con la topmodel Cindy Crawford, dalla quale però divorzierà quattro anni dopo. Riesce a coronare il suo sogno d'amore nel 2002, sposando la deliziosa attrice Carey Lowell dalla quale avrà un figlio, Homer James Jigme Gere.

Indirizzo

Borgo Scroffa, 20
Vicenza
36100

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