31/08/2026
Il 31 agosto 1966, 60 anni fa, esordiva al la Mostra d'arte Cinematografica di Venezia
"LA BATTAGLIA DI ALGERI" di Gillo Pontecorvo.Argent Films
La battaglia di Algeri è uno di quei film che con il passare del tempo non solo non hanno accusato alcun ridimensionamento, ma al contrario sono ritenuti centrali, inestimabili dal punto di vista artistico e semantico. Fu un'opera cinematografica nata sull'onda dei buoni, anzi buonissimi rapporti di natura economica creatisi tra Italia e Algeria, da poco diventata indipendente dalla Francia. Tutto cominciò da un libro, "Souvenirs de la Bataille d'Alger" di Saadi Yacef, ex combattente della Resistenza algerina, poi diventato figura di spicco del nuovo governo. Gillo Pontecorvo già godeva di grande prestigio grazie a film come Kapò e ai suoi documentari. Fu avvicinato da ex membri dell'FLN assieme allo sceneggiatore Franco Solinas e convinto a prendere in mano il progetto, che poté usufruire di ampi finanziamenti e naturalmente della stessa città di Algeri come sfondo. Il risultato finale fu qualcosa di incredibile, una pietra angolare della cinematografia come testimoniato dal Leone d'Oro alla Mostra di Venezia, le tre Candidature agli Oscar e il successo di critica e pubblico. La battaglia di Algeri andrà alla fine a formare un prototipo cinematografico, per così dire, poi ripreso, imitato, studiato, da ogni regista da quel momento in poi. La sua eredità, la sua incredibile capacità di innovare linguaggio e testo cinematografici, la sua rievocazione realistica connessa eppure indipendente dal filone neorealistico, rimangono ancora oggi inimitabili, l'apice di un certo cinema tricolore.
La battaglia di Algeri ha come protagonista soprattutto Ali La Ponte (Brahim Haggiag, un attore non professionista come quasi tutto il resto del cast). La Ponte è un piccolo criminale, finisce in galera per aggressione e furto nel 1954, il film ci guida con un flashback nella sua vicenda umana e militare. In carcere conosce diversi membri della resistenza algerina, assiste ad una decapitazione di uno di loro, si converte ad un'ideale in nome del quale diventa un altro uomo. Evaso, diventa punta di diamante del FLN guidato tra gli altri da Saari Kader (Yacef Saadi, ex membro dell'FLN nella vita reale). Sarà l'inizio di una escalation di violenza, attentati, torture e morte che farà diventare Algeri la capitale della morte, ma anche il cuore di quella decolonizzazione che si spargerà in tutto il mondo. Gillo Pontecorvo sceglie uno stile semi-documentaristico assolutamente inedito per l'epoca, reso ancora più potente dalla fotografia di Marcello Gatti, un bianco e nero fantastico, che farà scuola. La regia anticipa quel dinamismo che poi renderà il film bellici una immersione totalizzante e realistica, imita cinegiornali e riprese televisive, abbraccia una mancanza di canonicità che ne rafforza la capacità di renderci partecipi. Non si era mai visto qualcosa del genere. Intanto, La battaglia di Algeri ci fa anche comprendere il dramma di quegli anni, l'abisso morale di una Francia che mostra il peggio di sé, ed infatti bandirà il film fino al 1971. Giusto per ricordarci quanto la questione algerina abbia cambiato al storia repubblicana.
Pontecorvo non nasconde la sua opinione sul conflitto, ma sa come rivendicare la giusta distanza attraverso la quale non trasformare La battaglia di Algeri in uno spettacolo retorico. La crudeltà è di casa, la crudeltà è impugnata da Ali, dai suoi compagni e anche compagne. Sparano e travolgono civili, piazzano ordigni, seminano terrore e morte. Le donne hanno un ruolo gigantesco in questo film, sono portaordini, sono spie, sono anche loro combattenti, depositano gli ordigni in bar e ristoranti, in una sequenza semplicemente pazzesca. Pontecorvo ci mostra i volti dei civili, innocenti, ma bersagli scelti dagli algerini, che puntano alla radicalizzazione dello scontro. La Francia reagisce mandando i paracadutisti, il colonnello Mathieu (Jean Martin), personaggio fittizio dietro cui Pontecorvo cita anime oscure di quelle forze transalpine che si macchieranno di crimini esecrabili. Martin è scientifico, freddo, spietato, ma anche intelligente, manipolatore, è anche colui attraverso il quale emerge la verità circa quel conflitto, che i francesi si illudono di aver vinto: l'unica soluzione reale è politica, non è militare. La parte francese dell'Algeria è razzista, ipocrita, violenta, incapace di comprendere che l'era del colonialismo è finita, l'autodeterminazione non è qualcosa solo per i bianchi. Poi eccoci tornati all'inizio, ad Alì e l'ultima squadra rimasta che scelgono di farsi saltare in aria, piuttosto che consegnarsi ai francesi. Ma la loro morte non è la fine, è solo la fine dell'inizio della lotta.
La battaglia di Algeri è un trattato politico oltre che cinematografico, ci parla del terrorismo come arma perfetta per distruggere le superpotenze, sarà studiato dalle dittature sudamericane, dai movimenti rivoluzionari, persino dal Pentagono. Ma è anche un film fatto di una tensione a tratti quasi insopportabile, studiata nei minimi dettagli, incrementata da una colonna sonora di Ennio Morricone stratosferica. Poi ecco le immagini delle rivolte di strada, il paese che si risveglia, paiono ripresi da un archivio ma invece no, è lo stupendo lavoro con gli extra fatto da Pontecorvo, altra grande lezione di cinema. Stanley Kubrick definirà La battaglia di Algeri un capolavoro assoluto, un'opera imprescindibile per chiunque voglia fare cinema. Nei decenni a ve**re, altri grandissimi maestri di cinema del calibro di Steven Spielberg, Martin Scorsese, Christopher Nolan, Spike Lee, Werner Herzog, lo stesso Paul Thomas Anderson che lo citerà in Una battaglia dopo l'altra, lo hanno sempre indicato come un'opera fondamentale, un momento rivoluzionario. A 60 anni di distanza continua soprattutto a parlarci della lotta degli ultimi contro il potere, della storia che è scritta nel sangue, che ci sarà sempre qualcuno pronto a lottare con ogni mezzo, anche il più terribile, per rivendicare la sua esistenza contro un Occidente ingordo. La battaglia di Algeri rimane non solo uno dei più grandi film della nostra storia, ma uno dei più grandi film di sempre, di un tempo in cui l'Italia insegnava l'arte e la verità al resto del mondo.
Giulio Zoppello, Esquire