Lettere da uno sconosciuto - che ama il cinema

Lettere da uno sconosciuto - che ama il cinema Pagina a cura di uno Sconosciuto (che ama il Cinema).

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Lettere da uno sconosciuto (che ama il cinema).

Jersey Boys (2014) è un film che Eastwood gira con la stessa mano con cui farebbe un western: secco, diretto, senza ecce...
21/06/2026

Jersey Boys (2014) è un film che Eastwood gira con la stessa mano con cui farebbe un western: secco, diretto, senza eccessi.
Prende la storia dei Four Seasons , quattro ragazzi italoamericani del New Jersey, strada, mafia di periferia, talento enorme, e la racconta senza fronzoli. Frankie Valli con quella voce da altro pianeta, i debiti di Tommy DeVito, i soldi che arrivano e subito scompaiono.
La criminalità di periferia c'è, ma è lo sfondo. In primo piano resta sempre la voce.
Non è solo musica e nostalgia. A un certo punto il film ti prende allo stomaco (e non aggiungo altro per non fare spoiler).
Piacerà a chi ama i Four Seasons. Piacerà anche a chi non li conosce. Non piacerà a chi vuole Eastwood in modalità Mystic River , qui l'umore è diverso, quasi affettuoso.
Un film onesto su gente disonesta che ha fatto musica bellissima. Non è certo tra i suoi capolavori, ma resta un film classico e solido, quello che ti aspetti dal grande zio Clint.

"Signorina giovane intelligente volenterosissima attiva conoscenza dattilografia miti pretese per primo impiego cercasi"...
19/06/2026

"Signorina giovane intelligente volenterosissima attiva conoscenza dattilografia miti pretese per primo impiego cercasi".
(Il Messaggero, domenica 14 gennaio 1951).
Il giorno dopo la pubblicazione di questo annuncio, duecento donne si presentano in via Savoia 31. Nobili decadute, mogli di disoccupati, ragazze madri, segretarie considerate "troppo vecchie". Tutte in cerca della stessa cosa: un lavoro. La ressa provoca il crollo della ringhiera delle scale: settantasette ferite, una morta.
Con Roma Ore 11 (1952), Giuseppe De Santis prende questo fatto di cronaca e ne fa un affresco corale spietato sull'Italia del dopoguerra. Non gli basta la notizia di giornale: manda il giovane Elio Petri, allora critico per l'Unità, a fare un'inchiesta sul campo. Arrivano persino a ripetere l'esperimento dell'annuncio, convocando una sessantina di ragazze in un ufficio al pianterreno, per carpire dal vivo ansie, rivalità, speranze.
Il risultato è un film che brucia ancora. Brucia perché le protagoniste, Lucia Bosè, Carla del Poggio, Lea Padovani, Delia Scala tra le altre, non sono vittime da compiangere ma donne con una storia. Brucia perché De Santis non risparmia nessuno: né i media che spettacolarizzano il dolore, né una struttura sociale che costringe centinaia di donne a uscire di casa una mattina d'inverno in cerca di pane.
Censurato, tolto dalle prime visioni in fretta. Grandissimo lo stesso.

Napoli, anni 30. Pasqualino ha sette sorelle orrende e un'idea fissa: essere un uomo rispettabile. Da questa premessa gr...
18/06/2026

Napoli, anni 30. Pasqualino ha sette sorelle orrende e un'idea fissa: essere un uomo rispettabile. Da questa premessa grottesca parte uno dei film italiani più coraggiosi mai realizzati.
Giancarlo Giannini è straordinario nei panni di un cinico opportunista che attraversa il fascismo, il manicomio, la guerra e un campo di concentramento nazista con un solo obiettivo: ti**re a campare. A qualsiasi costo.
Il paradosso è tutto qui: Pasqualino non è un eroe, non è nemmeno un antieroe romantico. È semplicemente un vigliacco mosso dall'istinto di conservazione. Eppure è impossibile smettere di guardarlo.
Lina Wertmüller, prima donna candidata all'Oscar come miglior regista, usa il grottesco non per alleggerire la tragedia ma per renderla ancora più feroce. Ironia e dramma si mescolano fino a diventare indistinguibili, come nella vita vera.
Il nazismo come tema non potrebbe essere trattato in modo più disturbante: il crimine più grande non è mettere l'uomo contro l'uomo, ma il fratello contro il fratello.
Pasqualino Settebellezze è un film che fa ridere, poi ti gela. E non te lo scrolli di dosso.

La violenza: quinto potere (Florestano Vancini, 1972) è uno di quei film che il cinema italiano ha prodotto e poi diment...
17/06/2026

La violenza: quinto potere (Florestano Vancini, 1972) è uno di quei film che il cinema italiano ha prodotto e poi dimenticato nel cassetto, mai uscito in home video, raramente citato, eppure solidissimo.
Tratto da un'opera teatrale di Giuseppe Fava (il giornalista ucciso dai Santapaola nel 1980), racconta un processo per una serie di omicidi legati alla costruzione di una diga in Sicilia. La struttura è tutta in aula, con flashback che ricostruiscono i meccanismi di un'organizzazione criminale che funziona attraverso paura, corruzione e menzogna sistematica. Vancini punta al cinema civile di Rosi e Petri, e ci arriva abbastanza vicino.
Cast notevole: Salerno, Moschin, Adorf, Cucciolla, Melato. Ma la sorpresa vera è Ciccio Ingrassia, scelto da Vancini dopo averlo visto a Canzonissima. Nel ruolo di Giacalone, un uomo che si impicca per salvare la figlia dalle rappresaglie, dà una delle sue prove più intense. Franco Franchi non la prese benissimo.
Vancini stesso ammise il limite principale del film: nessun protagonista, nessun eroe. Difficile dare torto.
Nel frattempo, chi vuole vederlo si arrangia come può.

C'è un cowboy che non vuole usare la pi***la, una bionda da salvare, un cattivo con il clacson da fuoriserie sulla carro...
16/06/2026

C'è un cowboy che non vuole usare la pi***la, una bionda da salvare, un cattivo con il clacson da fuoriserie sulla carrozza, e degli indiani che inseguono una diligenza da sempre senza mai prenderla.
Siamo nel 1965. Sergio Leone ha già sparato il suo colpo con Per un pugno di dollari, ma Bruno Bozzetto, che aveva fiutato il cambio di stagione del western già nel 1963, arriva con qualcosa di completamente diverso: non un omaggio al genere, ma uno smontaggio affettuoso e feroce allo stesso tempo.
West and Soda è il terzo lungometraggio d'animazione della storia del cinema italiano, dopo i Pagot e Domenighini.
Bozzetto ha trentatré anni, due anni di lavorazione alle spalle, e collaboratori come Guido Manuli e Giovanni Mulazzani a supportarlo.
Il meccanismo è semplice e geniale: prendere ogni archetipo del western – il pistolero riluttante, il villain tirannico, la donzella in pericolo, la pr******ta dal cuore d'oro, gli scagnozzi, gli indiani inconcludenti – e spingerlo fino al limite del nonsense senza mai farlo crollare. La coerenza temporale? Soppressa. La verosimiglianza? Abolita.
Lo slapstick funziona perché Bozzetto non si limita a fare la parodia: costruisce un mondo con le sue regole interne, poi le viola sistematicamente con allegria.
C'è anche, già qui, la coscienza ecologica che diventerà ossessiva in Vip mio fratello superuomo: la pepita d'oro dentro la scatola di detersivo è un piccolo manifesto contro la società dei consumi travestito da gag.
La voce del Cattivissimo è di Carlo Romano, straordinaria. Johnny ha la nobiltà di Nando Gazzolo. E tra i personaggi minori spicca Socrate, cane alcolizzato che omaggia Dean Martin in Un dollaro d'onore con una precisione quasi filologica.
La colonna sonora? Giampiero Boneschi, lo stesso di Lascia o raddoppia?
Sessant'anni dopo fa ancora ridere. Non è poco.

Pina abita nel ferrarese, vive sola, ha paura della solitudine come tutti ma non lo dice a nessuno. Risponde a un annunc...
15/06/2026

Pina abita nel ferrarese, vive sola, ha paura della solitudine come tutti ma non lo dice a nessuno. Risponde a un annuncio sul giornale e si ritrova in casa Adolfo, romano cialtrone e vitale, che porta con sé chiacchiere, furbizia e il caos tipico di chi non ha mai avuto fretta di sistemarsi. Due mondi opposti, ma con la stessa paura di fondo.
La visita di Pietrangeli fa ridere, sì, ma dietro ogni battuta c'è il peso di una provincia che giudica, etichetta, riduce le donne a corpo e pettegolezzo. Pina, la "bella culandrona", è in realtà una creatura piena di aspettative e di vergogna, e Sandra Milo la rende buffa e straziante insieme, senza mai scivolare nella macchietta.
François Périer costruisce un Adolfo impagabile: indolente, astuto, meschino e irresistibilmente vivo. Non è solo "il romano" in trasferta, è quasi Roma intera che bussa alla porta di Pina. Rumorosa, opportunista, bugiarda, piena di risorse e di miserie.
Intorno a loro, Gastone Moschin e un Mario Adorf scatenato nel ruolo del matto del paese, uno di quei personaggi che sembrano ai margini e invece vedono tutto.
Una commedia amarissima sul bisogno di essere scelti. Sul fatto che cercare compagnia può essere ridicolo e straziante allo stesso tempo.

Siamo nell'era della disponibilità assoluta.Streaming, DVD, Blu-ray, YouTube, la rete: non è mai stato così facile trova...
14/06/2026

Siamo nell'era della disponibilità assoluta.
Streaming, DVD, Blu-ray, YouTube, la rete: non è mai stato così facile trovare un film. Il problema, semmai, è un altro: come si sceglie cosa vedere?
Usate i dizionari del cinema? Morandini, Mereghetti, Farinotti? Fino a che punto vi fidate?
Personalmente li trovo affidabili — entro certi limiti. Sulle uscite recenti reggono. Sulle cose vecchie, soprattutto quelle di nicchia, già meno. E sul cinema di genere italiano sono, a mio avviso, quasi inutilizzabili: bollano quasi tutto con una stella, una stella e mezza, due al massimo.
Il problema non è la valutazione in sé, ma il metro di giudizio. Confrontano tutto in senso assoluto, senza rapportare il film al suo genere di appartenenza.
Facciamo un esempio. Vieni avanti cretino contro C'era una volta in America: se Leone prende 5 stelle, Lino Banfi ne prende 1 e mezza. Ovvio. Ma se lo metti dentro il cinema comico italiano degli anni '80 e lo confronti con gli altri film del filone, Vieni avanti cretino vale almeno 3. È un'opera che fa esattamente quello che deve fare, e lo fa bene.
E le recensioni? Le leggete? E soprattutto: le leggete prima o dopo aver visto il film?
Perché anche qui le abitudini sono molto diverse. C'è chi non legge niente prima per non farsi condizionare. Chi invece ha bisogno di qualche coordinata per decidere se vale la pena investire due ore. Chi legge tutto prima e poi si ritrova a guardare il film aspettandosi esattamente quello che gli hanno descritto — il che è un modo abbastanza efficace per rovinarselo. E chi le recensioni le usa solo dopo, come prolungamento della visione, per confrontare la propria reazione con quella degli altri.
Poi ci sono gli algoritmi delle piattaforme, il passaparola, i gruppi online, i canali YouTube specializzati. Ognuno ha il suo metodo. Ognuno si fida di fonti diverse.
La domanda è semplice: voi come vi regolate?
Curiosità genuina.

C'è un carcere femminile, sì. Ma Nella città l'inferno non è un film su un carcere femminile. È un film sulle persone ch...
13/06/2026

C'è un carcere femminile, sì. Ma Nella città l'inferno non è un film su un carcere femminile. È un film sulle persone che ci finiscono dentro, e su quello che quel posto gli fa.
Ispirato al romanzo Roma, via delle Mantellate di Isa Mari, il film di Renato Castellani entra in un carcere femminile e non si accontenta di mostrarne le sbarre. Guarda le donne una per una: le dure, le ingenue, le spezzate, le furbe, le disperate. E soprattutto guarda come quel luogo divora chi ci arriva ancora con un po' di innocenza addosso.
Giulietta Masina è Lina, fragile, spaesata, quasi una bambina buttata in mezzo ai lupi. Anna Magnani è Egle, la detenuta esperta, la "cattiva maestra", quella che sa come si sopravvive quando il mondo ha già deciso che non vali più niente. Tra loro il film costruisce un rapporto ambiguo, tenero e feroce insieme: protezione, dominio, imitazione, contagio. La Masina è bravissima, certo. Ma Nannarella fa quello che sa fare meglio: entra in scena e non lascia spazio a nient'altro. Ogni gesto sembra ve**re da una vita intera passata a prendere schiaffi e restituirli con gli interessi.
Cristina Gajoni, presenza meno celebrata ma tutt'altro che secondaria, regge il confronto con due monumenti senza farsi schiacciare. E anche le apparizioni maschili, brevi ma significative, da Alberto Sordi a Renato Salvatori, servono a ricordarci che fuori dal carcere non c'è necessariamente un mondo migliore. C'è solo un'altra forma di prigione.
Nella città l'inferno resta un film potentissimo perché non assolve e non condanna con facilità. Non fa prediche, non cerca lacrime facili, non trasforma le detenute in santini della sofferenza. Le guarda per quello che sono: esseri umani pieni di contraddizioni.
Vale tutto: la storia, le attrici, un film che non si prende la briga di spiegarti cosa pensare. Recuperatelo.

La chiamano "Partita della morte" e sembra già il titolo di un film.Kiev, 9 agosto 1942. La città è in mano ai nazisti. ...
12/06/2026

La chiamano "Partita della morte" e sembra già il titolo di un film.
Kiev, 9 agosto 1942. La città è in mano ai nazisti. Una squadra messa insieme con ex giocatori della Dinamo e della Lokomotiv, molti ci arrotondano lavorando in un panificio, affronta una selezione tedesca legata alla Luftwaffe. Si chiamano FC Start. Vincono 5-3.
Da lì nasce la leggenda: i calciatori ucraini avvertiti di perdere, la sfida ai nazisti, la vittoria pagata con la vita.
La realtà è più complicata, meno romanzesca, e forse proprio per questo più tremenda. La partita ci fu davvero, alcuni giocatori furono davvero arrestati e uccisi, ma il filo diretto tra quella vittoria e la loro fine è stato gonfiato dal mito e dalla propaganda.
Il cinema, naturalmente, ci si è buttato sopra. Prima Due tempi all'inferno di Zoltán Fábri, poi Il terzo tempo sovietico, fino al più noto Fuga per la vittoria di John Huston con Michael Caine, Pelé, Ardiles e Stallone in porta. Stallone in porta, già.
Lo vidi da adolescente, in sala. E ricordo ancora quella cosa strana, bellissima: ogni gol degli alleati trasformava il cinema in una curva. Boati, gente che si alzava, qualcuno che urlava. Eravamo tutti lì a fare il tifo come se la partita fosse vera, perché in un certo senso lo era.
Huston prende la leggenda e la piega a cinema popolare puro: nazisti cattivi, prigionieri eroici, stadio pieno, partita impossibile, fuga finale. Storia vera? Poca. Grande macchina mitologica? Tanta. Ma funzionava.
Ed è questo il punto: la "Partita della morte" vive sospesa tra cronaca, propaganda e immaginario da grande schermo. Probabilmente non è andata esattamente così. Probabilmente nessuno disse frasi solenni negli spogliatoi. Probabilmente il mito ha messo in fila i fatti per renderli più comodi, più epici, più raccontabili.
Ma una cosa rimane, e pesa.
Undici uomini affamati, in una città occupata, sono entrati in campo contro la squadra dell'invasore. E hanno vinto.
Non hanno liberato Kiev. Non hanno cambiato la guerra. Ma per novanta minuti hanno fatto una cosa enorme: hanno ricordato a tutti che anche il potere più feroce può essere battuto.
Con un pallone di cuoio e undici paia di gambe stanche.

Corrado Pani aveva quel tipo di fascino che mette un po' a disagio: bello, ma con qualcosa di storto dentro.Visconti lo ...
11/06/2026

Corrado Pani aveva quel tipo di fascino che mette un po' a disagio: bello, ma con qualcosa di storto dentro.
Visconti lo vuole in Rocco e i suoi fratelli (1960), Zurlini lo mette accanto a Claudia Cardinale in La ragazza con la valigia (1961). La RAI lo consacra con gli sceneggiati, Il mulino del Po, I fratelli Karamazov, roba di peso, ma lui sapeva stare anche nel cinema di genere, e ci stava benissimo. In Mátalo! (1970) si infila in uno spaghetti western visionario e fuori dagli schemi. In Anna, quel particolare piacere (1973) di Carnimeo è Guido, il criminale fascinoso che porta Edwige Fenech alla rovina , ruolo fatto apposta per lui, perché Pani riusciva a farti tifare per il cattivo senza nemmeno rendertene conto.
Stesso anno, Ancora una volta prima di lasciarci: un altro tassello di una filmografia che girava su tutti i registri senza fare troppi distinguo tra arte e mestiere.
Ecco cosa si perdono quelli che lo ricordano solo come "quello degli sceneggiati": un attore che sapeva abitare il genere con naturalezza, portandosi dietro qualcosa che non si impara. Ogni volta che riesce a farti tifare per il cattivo, è ancora lì.

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