12/06/2026
La chiamano "Partita della morte" e sembra già il titolo di un film.
Kiev, 9 agosto 1942. La città è in mano ai nazisti. Una squadra messa insieme con ex giocatori della Dinamo e della Lokomotiv, molti ci arrotondano lavorando in un panificio, affronta una selezione tedesca legata alla Luftwaffe. Si chiamano FC Start. Vincono 5-3.
Da lì nasce la leggenda: i calciatori ucraini avvertiti di perdere, la sfida ai nazisti, la vittoria pagata con la vita.
La realtà è più complicata, meno romanzesca, e forse proprio per questo più tremenda. La partita ci fu davvero, alcuni giocatori furono davvero arrestati e uccisi, ma il filo diretto tra quella vittoria e la loro fine è stato gonfiato dal mito e dalla propaganda.
Il cinema, naturalmente, ci si è buttato sopra. Prima Due tempi all'inferno di Zoltán Fábri, poi Il terzo tempo sovietico, fino al più noto Fuga per la vittoria di John Huston con Michael Caine, Pelé, Ardiles e Stallone in porta. Stallone in porta, già.
Lo vidi da adolescente, in sala. E ricordo ancora quella cosa strana, bellissima: ogni gol degli alleati trasformava il cinema in una curva. Boati, gente che si alzava, qualcuno che urlava. Eravamo tutti lì a fare il tifo come se la partita fosse vera, perché in un certo senso lo era.
Huston prende la leggenda e la piega a cinema popolare puro: nazisti cattivi, prigionieri eroici, stadio pieno, partita impossibile, fuga finale. Storia vera? Poca. Grande macchina mitologica? Tanta. Ma funzionava.
Ed è questo il punto: la "Partita della morte" vive sospesa tra cronaca, propaganda e immaginario da grande schermo. Probabilmente non è andata esattamente così. Probabilmente nessuno disse frasi solenni negli spogliatoi. Probabilmente il mito ha messo in fila i fatti per renderli più comodi, più epici, più raccontabili.
Ma una cosa rimane, e pesa.
Undici uomini affamati, in una città occupata, sono entrati in campo contro la squadra dell'invasore. E hanno vinto.
Non hanno liberato Kiev. Non hanno cambiato la guerra. Ma per novanta minuti hanno fatto una cosa enorme: hanno ricordato a tutti che anche il potere più feroce può essere battuto.
Con un pallone di cuoio e undici paia di gambe stanche.