Lettere da uno sconosciuto - che ama il cinema

Lettere da uno sconosciuto - che ama il cinema Pagina a cura di uno Sconosciuto (che ama il Cinema).

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Lettere da uno sconosciuto (che ama il cinema).

Agli inizi degli anni 90 la mia attenzione fu catturata da un piccolo film australiano: la storia singolare di un cieco ...
29/03/2026

Agli inizi degli anni 90 la mia attenzione fu catturata da un piccolo film australiano: la storia singolare di un cieco che scatta fotografie per un motivo preciso — non potendo fidarsi di ciò che gli viene raccontato, usa le immagini per “verificare” la realtà attraverso gli altri.
Bastò quello per spingermi in uno dei pochi cinema romani dove veniva proiettato. E ne valse la pena. Non solo per l’originalità della storia, ma perché non sembrava affatto un film piccolo, anche se lo era.
Il motivo era semplice: sul grande schermo c’erano due ragazzi sconosciuti, ancora acerbi ma già magnetici.
Anni dopo sarebbero diventati Hugo Weaving e Russell Crowe. Ma lì, in quel momento, erano solo due sbarbatelli con un talento che bucava lo schermo.
Il film è Proof (Istantanee). Non è facilissimo da recuperare, ma merita assolutamente la visione. Anche solo per la splendida colonna sonora.

Del caso Tortora si sono occupati già diversi registi nel corso degli anni. Nel 1999 Maurizio Zaccaro diresse il film TV...
28/03/2026

Del caso Tortora si sono occupati già diversi registi nel corso degli anni. Nel 1999 Maurizio Zaccaro diresse il film TV Un uomo perbene, con Michele Placido nel ruolo del protagonista e soggetto scritto da Silvia Tortora. Nel 2012 Ricky Tognazzi girò per la Rai la fiction Il caso Enzo Tortora – Dove eravamo rimasti?, interpretando lui stesso il conduttore (miniserie criticata aspramente dalle figlie Gaia e Silvia, che la definirono un “romanzo d’appendice”).
Portobello di Marco Bellocchio si distingue nettamente da questi precedenti per rigore stilistico, profondità psicologica e ambizione autoriale. Mentre Un uomo perbene e la fiction di Tognazzi adottavano un approccio più classico e televisivo, spesso incentrato sull’empatia emotiva e sulla ricostruzione lineare della vicenda, Bellocchio trasforma il caso in un incubo kafkiano denso di grottesco, denuncia civile e riflessione sul potere mediatico e giudiziario. La serie non indulge nella retorica della vittima innocente, ma indaga con lucidità spietata i meccanismi che annientano un uomo pubblico, la fragilità della giustizia italiana e la solitudine dell’individuo di fronte alla macchina dello Stato e dell’opinione pubblica.
Fabrizio Gifuni consegna un’interpretazione monumentale: misurata, dignitosa e dolorosamente interiore, lontana da ogni enfasi melodrammatica. La regia di Bellocchio, precisa e implacabile, eleva Portobello a opera di memoria storica e di forte attualità, capace di parlare anche delle derive contemporanee tra spettacolo, pentiti e processi mediatici.
Un’ultima nota di merito va a Romana Maggiora Vergano, che con la sua presenza intensa e la sua naturalezza regala al cast un contributo prezioso: la giovane attrice, già lanciata da C’è ancora domani, dimostra una maturità e una sensibilità interpretativa notevoli. Il cinema e la televisione italiana faranno bene a puntare su di lei nei prossimi anni: ha tutte le qualità per diventare una delle voci più interessanti della sua generazione.
In sintesi, Portobello non è solo l’ennesima rilettura del caso Tortora: è la versione più matura, arrabbiata e cinematografica finora realizzata.

Quante volte sono tornato a casa felice?Queste librerie tengono il conto meglio di me.
25/03/2026

Quante volte sono tornato a casa felice?
Queste librerie tengono il conto meglio di me.

Dal racconto omonimo di Mario Soldati, La giacca verde di Franco Giraldi mette in scena una vicenda costruita su uno sca...
09/03/2026

Dal racconto omonimo di Mario Soldati, La giacca verde di Franco Giraldi mette in scena una vicenda costruita su uno scambio di identità e su un ambiguo gioco di apparenze. Siamo nel dopoguerra: Walter Salvini, direttore d’orchestra ormai affermato, sta provando l’Otello quando riconosce tra i musicisti Romualdi, un timpanista incontrato anni prima durante la guerra. Da qui si apre un lungo flashback che ribalta le parti: allora Romualdi si spacciava per un grande maestro, mentre Salvini, per gioco e per snobismo, si fingeva un modesto ragioniere, lasciando che l’altro portasse avanti la parte. La “giacca verde” diventa il simbolo di un’identità costruita e ostentata, come un costume di scena. Soldati non giudica: guarda i suoi personaggi muoversi dentro le proprie illusioni.
Il film vive soprattutto sugli attori. Jean-Pierre Cassel dà a Salvini un’eleganza nervosa dietro cui si avverte un disagio morale mai risolto. Renzo Montagnani, lontano dai registri più popolari, è sorprendentemente fragile e umano nei panni di Romualdi: un uomo che mente per esistere, e che proprio nella finzione trova la sua unica forma di dignità.
Accanto a loro, Senta Berger aggiunge una nota di grazia ambigua, incarnando uno sguardo esterno che intuisce più di quanto dica.
La giacca verde parla di classi sociali, di maschere e di talento vero o presunto senza bisogno di discorsi espliciti: tutto passa attraverso i gesti, i silenzi, i piccoli imbarazzi. Purtroppo da anni è quasi invisibile, sepolto negli archivi RAI: raramente programmato e difficile da rivedere.

Alle medie fui l’unico a fare un tema su Alain Resnais dopo aver visto Mon oncle d'Amérique a un cineforum scolastico.Gi...
22/02/2026

Alle medie fui l’unico a fare un tema su Alain Resnais dopo aver visto Mon oncle d'Amérique a un cineforum scolastico.
Già lì si capiva che qualcosa non stava andando nella direzione “normale”.
Poi arrivarono cose come True Stories e Il cielo sopra Berlino.
Film complessi. Diversissimi.
Quando sei un adolescente queste opere non le analizzi. Le assorbi.
Allora non me ne rendevo conto ma stavo già prendendo posizione.
C'è qualche compañeros che ha visto True Stories in sala?

Io e Annie, Manhattan, Hannah e le sue sorelle, Zelig. Volendo anche Harry a pezzi. Ognuno ha il suo titolo quando si pa...
21/02/2026

Io e Annie, Manhattan, Hannah e le sue sorelle, Zelig. Volendo anche Harry a pezzi. Ognuno ha il suo titolo quando si parla del miglior film di Woody Allen.
Se lo chiedete a me, Crimini e misfatti è il migliore perché è il film in cui le due anime di Allen convivono meglio.
Da una parte c’è un uomo rispettabile che compie un gesto terribile e scopre che il mondo non interviene. Nessun castigo. Nessun segnale dall’alto. Il senso di colpa non distrugge tutto: si attenua, si sistema, lascia spazio alla vita che continua.
Dall’altra c’è la linea più ironica, con il suo alter ego nevrotico. Ma non serve a compensare il dramma. Non alleggerisce. Arriva allo stesso punto: non esiste una giustizia garantita.
È qui che il film trova il suo centro. Commedia e tragedia non sono due toni diversi. Sono due modi per dire la stessa cosa.
Non è il film più leggero, né il più citato.
È quello che viene da rivedere quando vuoi un Allen in forma.
E voi che dite?
PS: E poi c’è un Landau M-O-N-U-M-E-N-T-A-L-E

Se fossi un regista, troverei sempre una parte per Stephen Rea. Non una parte grande per forza. Una parte necessaria.Mol...
19/02/2026

Se fossi un regista, troverei sempre una parte per Stephen Rea. Non una parte grande per forza. Una parte necessaria.
Molti lo identificano con The Crying Game, ed è comprensibile. Lì costruisce un personaggio in equilibrio instabile, fatto di esitazioni e silenzi che pesano quanto le parole.
È un’interpretazione tutta giocata sulle micro-variazioni: uno sguardo che scivola via, una pausa di mezzo secondo che cambia il senso di una scena. Ma fermarsi a quel film sarebbe miope.
In Fine di una storia, lavora quasi per sottrazione assoluta. Il dolore non viene dichiarato: resta trattenuto, compresso, come se il personaggio avesse deciso di non concedersi nemmeno il lusso della confessione.
In Still Crazy, senza il peso del ruolo principale, cambia registro con una naturalezza disarmante. Trova un equilibrio raro tra ironia e disincanto, perfetto per quei personaggi che guardano al passato senza indulgere nella nostalgia.
In Michael Collins come in Intervista col vampiro, lavora come un elemento portante: discreto, ma indispensabile.
È uno di quegli attori che tengono insieme l’architettura emotiva di un film senza farlo notare. Quando non c’è, qualcosa manca. Non sempre si capisce cosa. Ma si sente.
Neil Jordan questo lo ha sempre saputo.

Credo che, se avesse potuto commentare la sua morte, Federico Frusciante avrebbe scritto qualcosa del genere:È morto Fed...
16/02/2026

Credo che, se avesse potuto commentare la sua morte, Federico Frusciante avrebbe scritto qualcosa del genere:

È morto Federico Frusciante.
Sì, io. Cinquantadue anni. Che tempismo di m***a, diciamolo.
Adesso diventano tutti poetici. Ma io il cinema non l’ho mai trattato con i guanti bianchi. L’ho amato quando era un capolavoro e quando era un disastro. Perché anche nei disastri c’è qualcosa da capire.
Il cinema è vita compressa in due ore. Se non ti smuove, non serve a niente.
Non voglio statue. Voglio discussioni accese. Gente che si appassiona. Che difende un film come si difende un amico.
Se amavi davvero il cinema, un po’ di bene a quel rompiscatole di Federico gliel’hai voluto per forza.

Les Charlots sono stati un fenomeno tipicamente anni Settanta: anarchici, rumorosi, volutamente scemi. I loro film funzi...
15/02/2026

Les Charlots sono stati un fenomeno tipicamente anni Settanta: anarchici, rumorosi, volutamente scemi. I loro film funzionavano come macchine da gag, senza pause e senza ambizioni “alte”. "5 matti al supermercato" è diventato un cult proprio per questo: ritmo forsennato, battute dirette, nonsense portato fino in fondo.
I loro film non cercavano la battuta perfetta, ma l’accumulo. Più caos, più rumore, più idiozia. Un cinema popolare senza complessi, figlio diretto della comicità musicale, del varietà, del nonsense spinto fino al limite.
I Charlots puntavano tutto sull’energia, sull’assurdo, sul piacere infantile della demolizione. E non baravano: promettevano confusione e confusione davano.
Nel 1974 arrivano anche al Festival di Sanremo, portando sul palco lo stesso spirito scatenato dei film. Un’apparizione oggi quasi surreale, ma perfettamente coerente con la loro popolarità trasversale.
E poi c’è la memoria condivisa: i pomeriggi estivi degli anni Settanta, le tv private che mandavano i loro film in loop fino allo sfinimento. Li avevi già visti, sapevi le gag a memoria, eppure restavi lì a riguardarli ancora. Rivisti oggi funzionano allo stesso modo: non per nostalgia, ma perché il loro meccanismo comico è semplice, fisico, diretto. Puntano allo spasso puro — e lo ottengono senza troppi giri di parole.

Un uomo da marciapiede è uno dei miei film preferiti in assoluto.L’ho amato, rivisto, studiato.E proprio per questo non ...
11/02/2026

Un uomo da marciapiede è uno dei miei film preferiti in assoluto.
L’ho amato, rivisto, studiato.
E proprio per questo non mi stanco mai di parlarne.
Oggi mi interessa discutere solo le scene finali di quello che considero un capolavoro praticamente perfetto.
Chi non ha visto il film dovrebbe fermarsi qui.

Joe si libera degli abiti da cowboy.
Il suo arco sembra compiuto.
Ha già scelto di prendersi cura del suo amico.
Ha già abbandonato l’illusione narcisistica.
Poi arriva la morte di Rico sull’autobus.

Domande:
La morte è davvero necessaria per completare la maturazione di Joe… oppure il suo percorso era già chiuso prima?
Il film sarebbe stato più potente se si fosse fermato al gesto simbolico degli abiti gettati nel bidone?
La morte aggiunge profondità drammaturgica…
o serve soprattutto a imprimere un sigillo emotivo definitivo?

So che qualcuno dirà che senza la morte di Rico il film non sarebbe un capolavoro.
È possibile. Ma proprio per questo mi interessa capire: è una necessità strutturale o una scelta di intensità emotiva?

Non ho certezze assolute.
Ed è anche per questo che mi interessa il confronto.

The Prestige di Christopher Nolan è un film sull’illusionismo che funziona come un trucco ben costruito: ti prende per m...
10/02/2026

The Prestige di Christopher Nolan è un film sull’illusionismo che funziona come un trucco ben costruito: ti prende per mano, ti mostra quello che vuole e nel frattempo lavora altrove. Quando te ne accorgi, è già finito.
La storia è quella di due illusionisti rivali nella Londra di fine Ottocento. Non è una competizione elegante, è una guerra personale. Ognuno dei due è disposto a perdere tutto pur di ba***re l’altro. La magia è il mezzo, non il fine.
Il film nasce dal romanzo The Prestige di Christopher Priest, che è un libro bellissimo e merita di essere letto anche da chi conosce già il film a memoria. Non come “origine” della storia, ma come altra esperienza. Stessa materia, altro ritmo.
Se hai amato The Prestige al cinema, leggere il romanzo è quasi obbligatorio. Non per confrontare, non per scegliere “il migliore”, ma per vedere come la stessa ossessione può essere raccontata con tempi, silenzi e traiettorie completamente diverse. Due numeri di magia. Stesso palco. Effetti opposti.

Ci sono film che nascono già classici. E poi ci sono quelli che, all’uscita, vengono massacrati senza pietà. Stroncati d...
09/02/2026

Ci sono film che nascono già classici. E poi ci sono quelli che, all’uscita, vengono massacrati senza pietà. Stroncati dalla critica, ignorati dal pubblico, bollati come fallimenti. E che anni dopo tornano fuori, testardi, a ricordarci una verità scomoda: a volte il problema non era il film, ma il momento storico.
The Thing di Carpenter esce nello stesso anno di E.T.: troppo cupo, troppo paranoico, troppo poco rassicurante. Oggi è uno degli horror più influenti di sempre.
Blade Runner viene accusato di essere freddo, lento, confuso. Ora è il vocabolario visivo della fantascienza moderna.
Starship Troopers viene preso sul serio quando in realtà è una satira feroce: risultato, frainteso allora, studiato oggi.
Il punto è che questi film non cercavano consenso immediato. Erano in anticipo, disallineati, fastidiosi. Chiedevano allo spettatore uno sforzo che nessuno aveva voglia di fare in quel momento. E il cinema, si sa, non perdona chi arriva prima.
La rivalutazione arriva dopo, quando il contesto cambia, il rumore si abbassa e restano le idee. E le idee, se sono buone, sanno aspettare.
Ora tocca a voi: quale film avete odiato (o ignorato) all’uscita e rivalutato anni dopo?
A me è successo con Crash di Cronenberg e sopratutto Barton Fink dei Coen.

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