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Cineastio Nasce da una diatriba a tre su diverse correnti di pensiero riguardanti il Film “Salvate il soldat

Niente più “Bazinga”La conclusione di The Big Bang Theory non fu dettata da un calo di ascolti, o da una scelta improvvi...
28/04/2026

Niente più “Bazinga”

La conclusione di The Big Bang Theory non fu dettata da un calo di ascolti, o da una scelta improvvisa del network, ma da una decisione molto personale presa da Jim Parsons, il volto insostituibile di Sheldon Cooper.

Dopo dodici stagioni e un successo mondiale ormai consolidato, l’attore si trovava a un passo dal firmare per nuovi episodi. Tutto lasciava pensare che la sitcom potesse continuare ancora.

Poi qualcosa cambiò.

Parsons ha raccontato che, in quel periodo, iniziò a riflettere profondamente sul proprio tempo, sulla carriera e sulla vita privata. Un dettaglio lo colpì in modo particolare: aveva quasi raggiunto l’età in cui suo padre era scomparso. Quel confronto silenzioso con la fragilità del tempo lo spinse a chiedersi se volesse davvero restare ancora per anni dentro lo stesso personaggio.

Quando comunicò la sua scelta a Chuck Lorre e Bill Prady, lo scenario mutò radicalmente. Sheldon non era semplicemente uno dei protagonisti: era il fulcro narrativo e comico dell’intera serie, e sostituire Parsons o proseguire senza di lui avrebbe alterato irrimediabilmente l’identità dello show. Fu così che i produttori decisero di fermarsi.

Più che una cancellazione, fu una chiusura consapevole: meglio salutare con dignità che trascinare oltre il suo momento naturale.
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Online la recensione di “L’isola sul tetto del mondo”Devo essere onesto, ho sempre pensato che non avrei mai scritto di ...
27/04/2026

Online la recensione di “L’isola sul tetto del mondo”

Devo essere onesto, ho sempre pensato che non avrei mai scritto di questo film. Non perché non ne valesse la pena o perché in qualche modo sia anacronistico (certo, un’avventura scritta e diretta nel 1974 non può di certo avere l’appeal nei ragazzi di oggi), ma semplicemente per la convinzione che per la collocazione che esso ha nella mia sfera cinematografica non sarei mai stato totalmente oggettivo. Sostanzialmente questo è forse il primo film a cui mi sono affezionato e come per ogni paziente zero la logica stringente diventa quasi trasparente e quello che emerge è la sua rappresentazione (idealizzazione). Poi, però, capisci che anche questi passaggi sono corretti e quindi mi sono ritrovato a comprare il Dvd, a rivederlo e capire che appunto, potevo tranquillamente scriverne e questo percorrendo senza remore quello che mi passava nella mente e nelle vene.

Quando avevo 5/6 anni la televisione proponeva pochissimi film e molto spesso li ripeteva. L’unica soluzione che si aveva, quindi, e all’epoca era permesso, era registrare quello che passava per poi rivederselo quando lo si voleva. La diretta conseguenza di questa prassi era che ci si prestava queste cassette, una specie di condivisione dell’intrattenimento. Tagliando, a me arrivarono alcune cassette (parlo del 1984/1985, avevo 6/7 anni) tra cui appunto, L’isola sul tetto del mondo. Per quanto la memoria con gli anni diradi i ricordi e le scene vissuti, ricordo quasi in maniera intonsa la sensazione che ho provato la prima volta che l’ho visto. Venni rapito da questo viaggio enorme verso le profondità di una parte del mondo che ovviamente per me non era lontana, ma lontanissima. Una delle cose che la tecnologia ci ha tolto, e non da ora, infatti, è il senso del mistero e della scoperta. Oggi dire di andare a scoprire una parte della terra è quasi una presa in giro, prima era l’apice, appunto, dell’avventura e dello sconosciuto. Quel percorso a step tra modernità, paesi inesplorati, tribù di un tempo lontano (anche per l’epoca) era per me la curiosità fatta persona, il modo con cui le prime domande sulla distanza venivano a galla e con questo film trovavano un minimo di risposta. E poi c’era lui, il re del cielo: la mongolfiera. Anche in questo caso la percezione che si aveva di una cosa del genere era completamente diversa. Il volo era ancora, almeno per le persone comuni e per i bambini in particolare, qualcosa di poco tangibile, un elemento straordinario, l’emblema delle possibilità nascoste dell’uomo oltre che la perfetta sintesi tra scoperta e coraggio. Trasformarlo nel mezzo di trasporto di un’avventura (la storia parte e si sviluppa con un padre facoltoso che cerca il figlio partito per trovare proprio questa misteriosa isola) era veramente qualcosa che travalicava la bellezza e che si incastrava in quel sogno ad occhi aperti che ogni produzione del genere doveva e, con presupposti diversi, deve ancora avere.

Al timone di questo progetto, cosa che ovviamente scoprirò solo successivamente, quel vecchio genio di Robert Stevenson, quello di Mary Poppins tanto per intenderci. La sua più grande capacità è stata quella di armonizzare l’elemento visivo, direi meraviglioso per i mezzi dell’epoca, a quello di comprensione e accettazione. In quello che faceva, e qui lo troviamo tutto, c’era qualcosa di magico, magnetico e tutto quindi acquistava di possibilità e vicinanza.

Altro elemento vincente (per come sono fatto io poi..) era la gestione a passaggi dell’avventura. Il fatto che si passasse da un posto a un altro con assoluta precisione e comprensione del luogo a me faceva impazzire, quasi fosse un susseguirsi di quadri di un videogioco. Finito un percorso si passava all’altro e questo avvicinandosi sempre di più alla meta e quindi all’epilogo della questione. Proprio questo schema, l’andare avanti, lo scoprire, l’addentrarsi in qualcosa di mistico e sconosciuto, mi ha sempre distratto dalla parte cattiva. Sostanzialmente, il vecchio capo tribù che cerca di eliminare i nostri protagonisti non l’ho mai trovato come centrale ma appunto un altro modo per far passare di livello la storia e la sua conclusione. Ovviamente questo è uno schema mentale personale e come tale va pesato. Probabilmente la bolla emotiva nella quale venivo immerso alleggeriva il contesto male/bene lasciandomi solo la conseguenza magica e non il mezzo in se.

Come è facile da capire questa non è stata recensione, ma una chiacchierata informale su uno dei castelli della mia passione. A corollario di ciò, chiudo con una considerazione finale che sinceramente non avrei mai pensato di condividere: dal mio punto di vista, ed è una cosa che mi porterò per anni (e che ancora mi porto), questo era un film enorme e il fatto che quasi nessuno lo conoscesse mi sembrava assurdo. Ovviamente solo successivamente scoprii i motivi e per certi versi non ne fui neanche deluso, anzi più passavano gli anni e più questa cosa la apprezzavo e tendevo a tenerla più stretta. L’isola sul tetto del mondo, infatti, era diventato quel film personale e intimo da custodire nei miei ricordi (tutti gli altri che hanno segnato il mio zoccolo duro di amore cinematografico sono famosissimi) e quindi da modellare nel mio immaginario e nella mia emotività dandogli cosi la dimensione che più mi piaceva. Non c’erano termini di paragone o compensazioni da fare, solo un sogno da conservare per un luogo magico e ancora oggi, irragiungibile…
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Voto 8/10

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Per I DIMENTICABILI di ,  presenta: “Something Very Bad Is Going to Happen”TITOLI DI TESTA: quanno te sposi?TRAMA: ce st...
26/04/2026

Per I DIMENTICABILI di , presenta:

“Something Very Bad Is Going to Happen”

TITOLI DI TESTA: quanno te sposi?

TRAMA: ce stanno famiglie complicate. Poi ce stanno quelle che, appena varchi la soglia, te fanno venì voglia de chiamà un Uber e sparì senza salutà. Something Very Bad Is Going to Happen parte da un’idea pure intrigante: la classica futura sposa che arriva a conoscere la famiglia dello sposo…solo che invece de trovà la suocera rompip***e e lo zio che fa battute fuori luogo, qui trovi direttamente un catalogo dell’inquietudine umana.

Lei — praticamente Dua Lipa dei Parioli — entra tutta sorridente, convinta. Dopo cinque minuti già c’ha la faccia da “ma chi me l’ha fatto fà?” Forse perché ancora prima de arriva c’ha tipo mille paranoie, se sente mezza strana tipo che cammina pure male come se c’avesse a sabbia in mezzo alle chiappe…insomma, se se\nte un pochetto a disagio.

Ma appare questo, te viene da dirle: amore, ma prima de sposatte, una cena con sta gente no? Un caffè? Un brunch? Pure solo guardà le foto su Facebook?

E quindi tutta la serie diventa na paranoia continua. Lei che cerca de capì perché je rode a tutti. Loro che parlano a metà. L’atmosfera che dovrebbe mette ansia ma spesso sembra solo gente che non c’ha voglia de spiegà un c***o. Tra la suocera che ha esagerato col Botox, er suocero che guarda nel vuoto, i cani imbalsamati male, er fratello dello sposo che non se capisce che dice, un ragazzino brutto e na bionda che fà la bionda, c’hai un quadretto con cui non vorresti passacce manco er tempo de n’caffè.

È tipo Get Out, ma senza le p***e. Tipo Ready or Not, ma senza divertimento. Tipo The Haunting of Hill House, ma senza anima.

E poi t’arriva il momento clou…dove lo sposo sai che fà? Se cag* sotto e se tira indietro perché ha capito che la sposa potrebbe portà zella. In pratica, se te sposi quello sbagliato…so cazzi. Ma proprio in senso letterale, mica metaforico. Roba che qui il matrimonio non è “finché morte non vi separi”, è “la morte arriva prima e pure male”.

TITOLI DI COSA: una serie che prova a fà la misteriosa ma che parte da na roba semplice: se non sei sicuro de sposatte, lascia stà e vattè a divertì. Vuole esse disturbante, diventa solo lenta e paracula. Se guarda, sì.
Ma appena finisce…sparisce. Come certe storie che partono bene…e poi vanno in v***a appena arriva il momento de prendersi le responsabilità. L’unico motivo pe guardarla è per Dua Lipa dei Parioli.

EXTRA: nulla da aggiungere
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Voto 3.4/10

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 presenta Primi Piani, il personaggio dentro l’attore.Nome: Butch Coolidge Segni Particolari: Sa distinguere una moto da...
25/04/2026

presenta Primi Piani, il personaggio dentro l’attore.

Nome: Butch Coolidge

Segni Particolari: Sa distinguere una moto da un chopper

Attività: Pugile in fuga

Periodo di attività: 1994

Butch Coolidge è il tipo di uomo che prende una cattiva decisione e poi ci costruisce sopra una giornata così storta da far sembrare il lunedì mattina una settimana alle Maldive.
Interpretato da Bruce Willis in Pulp Fiction di Quentin Tarantino, Butch è un pugile sul viale del tramonto che decide di non perdere un incontro truccato, mandando all’aria i piani del boss mafioso Marsellus Wallace (Ving Rhames) e firmando, di fatto, la propria condanna a morte. Non proprio il massimo come strategia di carriera.
Non è un eroe classico, né un antieroe glamour: Butch è uno che scappa, suda, sbaglia e continua a correre. Il suo mondo è fatto di motel anonimi, taxi notturni e decisioni prese sempre un secondo troppo tardi. Eppure, nel caos totale della sua fuga, emerge un tratto raro: un codice morale tutto suo, sgangherato ma sorprendentemente solido.
Il cuore del suo personaggio non sta nei pugni, ma in un orologio d’oro. Un cimelio di famiglia ereditato dal padre morto in guerra nel Vietnam, raccontato dal capitano Koons (Christopher Walken) in uno dei monologhi più surreali e memorabili del film, che trasforma un oggetto apparentemente ridicolo in una reliquia sacra.
Butch infatti non torna a casa per i soldi, né per l’orgoglio: torna per quell’orologio. E in quel gesto c’è tutto: nostalgia, identità e una quantità di ostinazione che sfiora l’autolesionismo.
Da lì in poi, la sua giornata diventa una discesa agli inferi con deviazioni grottesche: l’incontro casuale con Vincent Vega (John Travolta), la fuga rocambolesca e infine il famigerato “episodio” con Zed (Peter Greene) e Maynard (Duane Whitaker) del Pawn Shop, dove Tarantino spinge il grottesco fino al limite e Butch si ritrova coinvolto in una situazione talmente assurda da rendere qualsiasi match di pugilato una passeggiata. Ed è proprio lì che il personaggio compie la sua scelta più importante: invece di scappare definitivamente, torna indietro. Non per convenienza, non per eroismo… ma perché, a quanto pare, un minimo di coscienza ce l’ha ancora.
Willis costruisce Butch con una sottrazione quasi zen: poche parole, molti silenzi e un’aria costante da uomo che ha già capito che le cose andranno male… e infatti. È un personaggio fisico, concreto, che reagisce più che agire, ma che quando decide di farlo lo fa senza mezze misure.
All’interno della struttura a incastro di Pulp Fiction, la storyline di Butch è quella che rompe il meccanismo e allo stesso tempo lo completa: un arco narrativo autonomo che attraversa il film come un proiettile fuori traiettoria, collegando personaggi e situazioni senza mai perdere la propria identità. È caos organizzato, esattamente come la sua giornata.
Butch Coolidge è l’eccezione nel mondo cinico di Pulp Fiction: uno che tradisce, scappa, sbaglia tutto il possibile… ma alla fine compie un gesto giusto. Non perché sia un santo, ma perché è fatto così.
E quando finalmente se ne va insieme alla fidanzata Fabienne (Maria de Medeiros), in sella al chopper rubato a Zed e con un sorriso appena accennato, non sembra una vittoria. Sembra più una tregua temporanea con un universo che, probabilmente, ha già in programma di rimetterlo nei guai il giorno dopo.
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Online la recensione di “Cuba Libre – La notte del giudizio”TITOLI DI TESTA: di Cuba c’è solo Gooding Jr…TRAMA: ci sono ...
24/04/2026

Online la recensione di “Cuba Libre – La notte del giudizio”

TITOLI DI TESTA: di Cuba c’è solo Gooding Jr…

TRAMA: ci sono notti che finiscono quando sorge il sole. E poi ce ne sono altre che non finiscono mai davvero. Restano addosso, nei gesti, nelle scelte, nel modo in cui guardi gli altri da quel momento in poi.
Judgment Night (il titolo originale del film, dato che in Italia hanno voluto inserire un po’ di Cuba Libre vai a capire perché) è proprio questo: il racconto di una notte che trasforma, che mette a n**o, che costringe a vedere chi sei davvero quando non c’è più spazio per fingere.

Al centro della storia ci sono quattro amici. Non eroi, non archetipi gloriosi, ma uomini normali. Frank, interpretato da Emilio Estevez, è quello che tiene insieme il gruppo, quello che prova a fare la cosa giusta anche quando non è chiaro cosa significhi davvero. Accanto a lui c’è Mike, Cuba Gooding Jr., più impulsivo, più istintivo, ma anche più leale di quanto sembri. Poi Ray, Jeremy Piven, nervoso, egoista, sempre un passo più vicino a scegliere sé stesso rispetto agli altri. E infine John, Stephen Dorff, il più giovane, quello che ancora non ha deciso chi diventare.

Partono per vedere un incontro di boxe. Una serata come tante. Una deviazione nel traffico, una scelta banale, e tutto cambia. Entrano in una zona della città che non conoscono, e lì assistono a qualcosa che non avrebbero dovuto vedere: un omicidio. Da quel momento, la notte si chiude su di loro.

Fallon, interpretato da Denis Leary, è la presenza che li insegue. Non è solo un antagonista. È una forza costante, una minaccia lucida, quasi metodica. Non urla, non si esibisce. Osserva, calcola, colpisce. In lui non c’è rabbia. C’è controllo. Ed è proprio questo a renderlo inquietante.

La città diventa un labirinto. Vicoli, tetti, scale antincendio. Spazi sempre più stretti, sempre più ostili. Non c’è via d’uscita facile. Ogni scelta apre un nuovo rischio. Ogni errore ha un peso immediato. E dentro questa fuga continua, il gruppo si rompe.

Frank cerca di restare lucido, di guidare gli altri, ma la responsabilità inizia a pesare. Mike oscilla tra paura e coraggio, tra l’istinto di reagire e quello di sopravvivere. Ray mostra la sua vera natura: quando la pressione aumenta, la solidarietà diventa opzionale. John, invece, cambia. Cresce nel modo più brutale possibile. Non attraverso un percorso, ma attraverso uno shock.

E la notte non è solo un inseguimento. Diventa una prova di identità.

TITOLI DI CODA: il regista Stephen Hopkins costruisce il film senza distrazioni. Una progressione costante, una tensione che non esplode mai del tutto ma non si allenta neanche per un momento. Tutto è contenuto, trattenuto, come se il film stesso respirasse con fatica. Eppure, è proprio qui che si nasconde il limite. Perché Judgment Night è un film che funziona sempre…ma raramente sorprende. I personaggi sono solidi, ma restano riconoscibili fino in fondo. Le loro trasformazioni sono coerenti, ma non radicali. Anche Fallon, così efficace, resta confinato nel suo ruolo, senza mai aprirsi davvero a qualcosa di più profondo. Manca quell’eccesso, quel gesto fuori misura, quell’immagine definitiva che trasforma una buona storia in qualcosa che resta nella memoria collettiva. E così il film rimane sospeso. Non è un cult. Ma è qualcosa che ci va vicino. Perché sotto la superficie c’è un’idea precisa: che basta poco per cambiare tutto. Che non serve una guerra per mettere in crisi chi sei. A volte basta una notte. Una scelta sbagliata. Un momento in cui non puoi più tornare indietro.

EXTRA: una volta ho bevuto un Cuba Libre di troppo…m’hanno subito riportato a casa.
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Voto 7.3/10

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Online la recensione di “Il domani tra di noi”Ci sono film che almeno sbagliano con convinzione, e altri che sembrano no...
23/04/2026

Online la recensione di “Il domani tra di noi”

Ci sono film che almeno sbagliano con convinzione, e altri che sembrano non credere mai davvero a ciò che mettono in scena.

Il domani tra di noi appartiene con una certa evidenza alla seconda categoria: usa il Survival Movie come cornice, il mélo romantico come destinazione finale, ma non riesce a dare piena consistenza né all’uno né all’altro.

Il risultato è un ibrido patinato che si lascia guardare senza troppo fastidio, salvo poi evaporare quasi subito, come se l’intera vicenda fosse stata concepita più come esercizio di confezione che come racconto da vivere.

L’innesco è da manuale. Alex Martin (Kate Winslet), fotoreporter in procinto di sposarsi, e Ben Bass (Idris Elba), neurochirurgo atteso da un delicato intervento, restano bloccati in aeroporto a causa del maltempo. Decidono allora di dividere un volo privato, ma durante il tragitto il pilota viene colto da un malore e il piccolo aereo precipita sulle montagne. I due sopravvivono, feriti e isolati in un paesaggio di neve, ghiaccio e rocce, accompagnati soltanto dal cane del pilota. Da qui in avanti il film dovrebbe costruire insieme tensione fisica, lotta per la sopravvivenza e progressiva intimità tra due sconosciuti costretti a dipendere l’uno dall’altra. Dovrebbe, appunto.

Per un buon tratto, in realtà, qualcosa funziona. La sequenza dello schianto è efficace, secca, persino inquietante nel suo caos improvviso. Il regista palestinese Hany Abu-Assad sa sfruttare bene la spettacolarità naturale delle location innevate, e nelle prime tappe dell’odissea tra i monti si avverte almeno il tentativo di tenere insieme avventura e vulnerabilità. Il paesaggio, del resto, è la presenza più credibile del film: ostile, maestoso, bellissimo da guardare. Anche il cane (presenza scopertamente ruffiana, ma inevitabilmente simpatica) finisce per lasciare un’impressione più viva di molti comprimari umani.

Il problema è che Il domani tra di noi non ha quasi mai il coraggio della propria situazione estrema.

Ben e Alex dovrebbero essere due corpi messi alla prova dal gelo, dalla fame, dal dolore, dalla paura. Invece restano quasi sempre figure levigate, troppo composte, troppo fotogeniche, troppo poco segnate da ciò che stanno attraversando. Lui ha le qualità del maschio impeccabile: medico, resistente, lucido, altruista, capace di fare tutto nel momento giusto. Lei è tenace, indipendente, vulnerabile quanto basta. Sono personaggi concepiti per piacere, non per sorprendere. E nei dialoghi questa artificiosità diventa ancora più evidente: invece di scavare davvero nei rispettivi mondi interiori, i due si scambiano confessioni schematiche, frasi da romanzo rosa, piccoli dettagli biografici che dovrebbero creare empatia e finiscono invece per ribadire quanto la scrittura sia elementare.

Qui si consuma anche il vero fallimento del film: la relazione tra i protagonisti non trova mai una temperatura emotiva convincente. La Winslet e Elba fanno il possibile con mestiere e presenza, ma tra loro non scatta quasi nulla che somigli a una necessità profonda.

Il film insiste sulla crescente vicinanza, sul reciproco affidamento, poi sull’attrazione, ma tutto appare previsto, programmato, obbligatorio. Come se la montagna, più che separarli dal mondo, li avesse infilati in un meccanismo narrativo già deciso in partenza.

Abu-Assad, che in passato aveva mostrato ben altra urgenza in film come Paradise Now e Omar, qui sembra piegarsi senza resistenza alle convenzioni del prodotto hollywoodiano medio. La sopravvivenza resta spesso superficie, il melodramma non trova vera forza, e il film si muove tra cliché accumulati con una leggerezza involontariamente comica: cellulari dalla batteria inesauribile, ferite che pesano solo quando serve, attimi di intimità che arrivano nel mezzo del nulla con la naturalezza di una vacanza avventurosa. E se già la parte montana soffre di una credibilità intermittente, è il finale a far crollare definitivamente tutto: quando la vicenda lascia il terreno del survival e si consegna senza più difese al romanzetto sentimentale, il film smette di reggersi in piedi.Il domani tra di noi Interna 4

Resta allora la sensazione di un’occasione mancata.

C’era la possibilità di fare un survival asciutto e duro, o al contrario un mélo estremo sul desiderio che nasce nel trauma. Il domani tra di noi sceglie entrambe le strade e non ne percorre davvero nessuna. Rimangono la neve, qualche scorcio notevole, due star di peso e un puma che fa la sua comparsa con più dignità di molti passaggi di sceneggiatura.

Troppo poco, francamente, per lasciare traccia.
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Voto 4/10

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Online la recensione di “Adventureland”Doppia premessa.Se non fosse stato per Camp X-Ray che mi ha stimolato a cercare n...
22/04/2026

Online la recensione di “Adventureland”

Doppia premessa.
Se non fosse stato per Camp X-Ray che mi ha stimolato a cercare nell’ambito del mio rastrellamento di Dvd tra l’online e i negozi di settore, i titoli con protagonista Kirsten Stewart, questo film quasi sicuramente non l’avrei mai visto. E’ vero che a differenza di molti altri di questa mia ricerca/rubrica si trova su Prime (anche se a pagamento), ma dubito che nella logica di una rotazione mi ci sarei mai imbattuto.

A cascata di questo pensiero me ne è venuto un altro, decisamente più attinente al cinema e che riguarda come non tutte le opere sono aperte o adatte a ogni età. Sostanzialmente Adventureland è una storia settoriale e non per il tema e/o cuore del discorso.
Cerco di spiegarmi.
La storia è di quelle prettamente adolescenziale: i primi amori, le prime delusioni, i contesti familiari e sociali differenti, i primi scontri ormonali e di crescita e i dubbi sulle prospettive e opportunità di vita. Niente che noi non conosciamo e che in un certo modo, chi più e chi meno, riusciamo sempre a rivivere quando c’è la possibilità a patto, però, e veniamo al motivo della mia affermazione, che il modo e le sfumature ce lo consentano. Ecco, io credo che ad Adventureland dall’alto di una gestione complessivamente buona, e ci torno subito, manchi il tocco dell’eternità cosa che comporta che la storia entra nella pelle dello spettatore solo se si è vicini a quell’età. E la cosa non è propriamente automatica: ci sono decine di racconti di ragazzi di 20 anni che ti rapiscono e che non solo ti fanno riesplodere i ricordi ma che riescono a traslarti oltre l’età del momento costringendoti anche a fare i conti con quello che pensavi e che pensi.

La motivazione di questo mancato passaggio, però, non è cosi scontata perché alla fine i temi, come detto, sono quelli giusti (anche le motivazioni cercano di portare i protagonisti sopra la semplice anagrafica) e va ricercata nell’approccio. In tutto il film c’è una sorta di dare e togliere che, sempre a mio avviso, non permette a personaggi e dinamiche di esplodere e/o di andare oltre facendo, appunto, confinare tutto in quel range di età. Entrando un attimo nello specifico, ci sono momenti che nella normalità (pensiamo a un tradimento) non potrebbero passare inosservati o che comunque comporterebbero conseguenze emotive esplosive e/o a alto (non dico di arrivare alla Dawson’s Creek, magari) impatto e che invece qui vengono risolte con una calma quasi surreale o comunque molto più vicina all’età inferiore.

Lunga premessa finita, ciò non toglie che chi lo ha visto nel periodo giusto o, con le conseguenti difficoltà, riesce a forzarsi nell’immedesimazione, la pellicola ha tanti pregi a partire dal ventaglio di situazioni che analizza. Sostanzialmente non ci narra solo una dinamica ma tante diverse seppur in qualche modo unite dallo stesso filo. Se escludiamo, infatti, il personaggio di Ryan Reynolds (anche lui un filo leggero per quello che doveva rappresentare) tutti gli altri ci portano nelle secche della crescita, momento nel quale vale niente e vale tutto. E il fatto che ci si porti dentro una giusta varietà di condizioni eleva il film da semplice racconto di un sogno di amore di mezza estate (nel seno etimologico) a qualcosa di più pieno.

Altra luce, ma qui era più facile, la parte recitativa. Più facile perché in questo ruolo sia Kirsten Stewart (al di la della mia predilezione) che Jesse Eisenberg (i suoi problemi inizieranno più avanti) sono attendibili e soprattutto possibili. Certo anche loro si adattano alla sceneggiatura e all’impostazione del suo autore, ma per quello che gli viene chiesto sono stati pienamente all’altezza.

Come è facile da capire non è proprio facile commentare questo film o meglio, il giudizio è variabile. Sono convinto, e le motivazioni ora dovrebbero essere chiara, che se lo avessi visto all’uscita e poi ora la mia sensazione/idea probabilmente sarebbe stata diversa. Per ca**tà, ognuno sceglie il suo target e la sua impostazione, ma dal mio punto di vista si sarebbe dovuto usare un po’ di più, o meglio ampliare la portata emotiva di alcuni momenti. Alla fine, infatti, la storia ci parla di verginità, sesso occasionale, tradimenti, droga giovanile, tutti argomenti non propriamente da piccoli ma se poi non allunghi la mano ecco che rimane tutto un po’ frenato. Non mi sorprende, quindi, che Greg Mottola, regista e sceneggiatore, non abbia poi fatto molto altro, in questo campo le vie di mezzo non premiano o meglio, premiano casualmente e quel casualmente alla fine chiede sempre il conto.

Chiudo con quello che del film mi è piaciuto di più: il senso dell’amore e delle possibilità. Premetto (di nuovo) che forse molto di questa sensazione dipende dalla mia di sensibilità e approccio al tema, ma quel concetto di aura ideologica di una ragazza o di un ragazzo (al di la del passato) mi è sempre piaciuta. Per ca**tà, io sono di quelli, e l’ho evidenziato, che in certe situazioni trova inevitabile andare in escandescenza, ma trovo anche poetico e sognate (un po’ seguendo il discorso che ho fatto nella recensione di On the road) percorrere le seconde possibilità, il riuscire a delimitare errori e complicanze per darsi una nuova alternativa. E poi l’idea che la prima volta sia di quelle cose che non bisogna dimenticare mai, secondo per secondo e nel senso buono, rimane una delle necessità della vita. Abbiamo bisogno di un po’ di romanticismo privato da conservare e assorbire giorno dopo giorno e quello credo sia uno di quelli che ci possiamo scegliere.
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Voto 5.9/10

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Dalla cronaca al grande schermoNel 1999 il film Boys Don’t Cry, diretto da Kimberly Peirce, portò sul grande schermo una...
21/04/2026

Dalla cronaca al grande schermo

Nel 1999 il film Boys Don’t Cry, diretto da Kimberly Peirce, portò sul grande schermo una storia tanto potente quanto devastante.

A interpretare la protagonista fu Hilary Swank, che con una prova intensa e trasformativa conquistò il suo primo Oscar. La sua interpretazione rese visibile al grande pubblico una vicenda che fino a quel momento era rimasta confinata alle cronache locali.

Dietro il film c’è la storia vera di Teena Brandon, nata in Nebraska nel 1972. Cresciuta in un contesto difficile, segnato da abusi e instabilità familiare, Teena iniziò presto a vivere secondo la propria identità, presentandosi come uomo (Brandon) in una realtà che faticava ad accettarlo. Cercò di costruirsi una nuova vita, tra relazioni e amicizie, mantenendo però segreto il proprio passato per paura delle conseguenze.

Dopo alcuni problemi legali, la sua identità biologica venne resa pubblica, esponendolo a umiliazioni e violenze. Trasferitosi a Falls City, trovò un apparente equilibrio, ma tutto crollò quando la verità emerse anche lì. Nonostante una denuncia per aggressione, non ricevette protezione.

Il 31 dicembre 1993 Brandon fu ucciso insieme a due amici. Aveva 21 anni.

La sua storia, oggi, resta un simbolo doloroso ma necessario di lotta, identità e memoria.
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Online la recensione di “Outcome - Hollywood non dimentica”Maschere.Una parola semplice ma che al suo interno nasconde u...
20/04/2026

Online la recensione di “Outcome - Hollywood non dimentica”

Maschere.
Una parola semplice ma che al suo interno nasconde una complessità infinita se non altro perché va dimensionato al contesto e alla situazione. Restringendo il po’ il campo credo che ognuno di noi viva costantemente dietro l’apparenza e quello che varia veramente è la percentuale di verità, o al contrario di bugia, che concediamo a chi ci sta davanti. Detto questo, è ovvio che questo concetto in certi ambiti è estremizzato al massimo e Hollywood, evidentemente, è uno di questi.

Reff Hawk è il classico attore universale amato e rispettato da tutti. Per problemi di droga, di cui nessun del grande pubblico ne è a conoscenza, è sparito per 5 anni e quando torna si trova alle prese con un ricatto da parte di uno sconosciuto per un presunto video compromettente che lo riguarda. Su suggerimento del suo avvocato inizia cosi a cercare tutte le persone alle quali per un qualche motivo ha fatto degli sgarri per chiedere scusa e capire se c’è uno di loro dietro questo tentativo di estorsione.

Il terzo lavoro come regista di Johan Hill ci vuole portare nei meandri dell’apparenza e della coscienza dell’apparenza. Per farlo utilizza la massima rappresentazione che questo tema può avere: un attore Oscar di Hollywood. La prima cosa che il film cerca di evidenziare è la rincorsa spasmodica all’approvazione che in questi ambiti (ma come detto e ci torneremo credo che la cosa riguardi trasversalmente tutti) si ha. Non importa come e quando, fondamentale è lasciare intatto quell’alone di bravura, bellezza e capacità a cui la gente crede. Sostanzialmente non è importante che sia cosi, ma che lo si creda. Reff è una br**ta persona, un uomo che ha calpestato quasi tutto per il successo e la fama e che non ha mai voluto guardarsi indietro. Non ha famiglia e gli unici legami che gli sono rimasti, esclusi chi come il suo avvocato lo fa per tornaconto, sono Kyle (Cameron Diaz) e Xander (Matt Bomer), amici di vecchissima data che ancora riescono a vedere quello che era o almeno quello che c’è dietro tutto il trucco.

La situazione, il ricatto, porta il protagonista a fare una specie di percorso interiore ripercorrendo le varie fasi della sua ascesa e tutte le macerie che ha fatto e lasciato. Più va avanti e più quei mattoni si fanno più piccoli e quindi più difficili da eliminare. E più si va avanti e più la morale cambia trasformandosi in qualcosa di sempre più intimo e quindi più vicino a quel concetto che vuole la maschera per tutti di cui dicevo all’inizio. Sostanzialmente, tutti vogliamo che i social o chi ci sta davanti a noi abbia una certa opinione di noi, adoriamo essere considerati belli, bravi e invincibili. Chi dice che non gli importa dell’opinione altrui mente, che poi le cose vanno parametrate alla vita e alla sensibilità personale è ovvio ma il discorso non cambia.

Tornando a noi, ora la domanda è: è riuscito il film a cercare e trovare questo percorso di redenzione e renderlo vivo, condivisibile e toccante? Purtroppo la risposta è: no. La storia si regge su dei buoni dialoghi (quello con Martin Scorsese è molto bello), ma la sensazione di poca profondità ti attanaglia da subito e non ti lascia più. Inoltre, e cosa più grave, proprio quel senso di redenzione e speranza arriva perché a interpretare il ruolo è Keanu Reeves e non perché ci si arriva per il percorso. Reeves è notoriamente una persona buona, con uno storico di positività e altruismo ed è quindi quasi naturale credere che lo sia o, come in questo caso, lo possa diventare. Si potrebbe obiettare che è stato scelto proprio per questo, e sono d’accordo, ma cosi il discorso diventa molto più stretto e non credo che questa era l’intenzione.

E se il racconto nel suo complesso non mi ha convinto, c’è un passaggio che mi ha colpito moltissimo. Avvertendo che da ora ci sarà dello spoiler, nel momento in cui Reff paga il ricatto, il ragazzo che l’ha messo in atto gli dice che non lo odia e che lo adora, solo che è al verde. Ora non so se Hill volesse dirci questo, ma quello che è arrivato a me è che la speranza parte dall’alto e non dal basso, quasi che le nuove generazioni non abbiano più riferimenti e ideali. A conferma di ciò il dialogo finale tra Reff e Scorsese suggella come certi valori siano più vicini all’età avanzata. E’ ovvio che per cambiare serva ci sia una qualche esperienza, ma quel senso di vuoto iniziale (i giovani) mi pare evidente e l’ho trovato un messaggio ben costruito e rappresentato.

Outcome – Hollywood non dimentica è un film che vuole addentrarsi in dinamiche complesse e che, come detto, non riesce a reggere l’urto. Ci si perde continuamente e il cuore che arriva è pulsante solo a tratti. La dimostrazione ce la da il fatto che molto di quello che proviamo è figlio più di un lavoro personale sul tema e quando questo avviene vuol dire che qualcosa è stato evidentemente sbagliato.
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Voto 5.2/10

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