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Cineastio Nasce da una diatriba a tre su diverse correnti di pensiero riguardanti il Film “Salvate il soldat

Mai dire “Stop”Sul set di C’era una volta a… Hollywood, il nervosismo si riusciva a tagliare con un coltello…anche un pi...
21/07/2026

Mai dire “Stop”

Sul set di C’era una volta a… Hollywood, il nervosismo si riusciva a tagliare con un coltello…anche un piccolo gesto poteva trasformarsi in un momento di tensione.

A raccontarlo è stato Bruce Dern, interprete di George Spahn nel film di Quentin Tarantino.

La scena in questione è quella in cui Cliff Booth, il personaggio di Brad Pitt, entra nella stanza di Spahn per controllare che l’anziano proprietario del ranch stia bene. Dern spiegò di essersi lasciato andare a una piccola improvvisazione: “Quando Brad Pitt mi sveglia sono a letto, mi alzo, sono un po’ intontito e dico ‘Non sono sicuro di cosa stia succedendo’”.

Quella battuta fuori copione spiazzò Pitt, che interruppe la ripresa. Dern ricordò così il momento: “Lo guardo. Lui rimane spiazzato e fa cenno di smettere di girare”.

Tarantino non la prese affatto bene. Secondo Dern, il regista si rivolse a Pitt con tono durissimo: “Brad, cosa hai appena fatto?”. L’attore rispose: “Beh, ho dato lo stop”. A quel punto arrivò la replica furiosa: “Non azzardarti mai più in vita tua, altrimenti hai finito di lavorare. Quello è il mio regno. Non interrompere la recitazione”.

Pitt si giustificò semplicemente così: “Beh, quello che ha detto non era nella sceneggiatura”.
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Online la recensione di “Mother Mary”Il contenuto di un film, ma vale anche per qualsiasi opera, non si distingue solo p...
20/07/2026

Online la recensione di “Mother Mary”

Il contenuto di un film, ma vale anche per qualsiasi opera, non si distingue solo per il genere ma anche e soprattutto per il linguaggio. E’, infatti, innegabile che uno stesso filone narrativo può essere raccontato in maniera diversa risultando evidentemente differente anche la ricezione di chi lo guarda. Tutto questo per dire che Mother Mary, nuovo progetto di David Lowery, non è il classico thriller/drammatico e come tale non può piacere o meglio, essere digerito da tutti.

L’inizio di Mother Mary è profondamente inusuale, e non perché ci offra chissà quale mistero ma per la sua costruzione. Sostanzialmente ci si mette un bel po’ a capire ambito e posizione temporale e il fatto che il tutto si combini a una rappresentazione quasi gotica complica non poco le cose. Semplificando abbiamo la famosa cantante Mother Mary (Anne Hathaway) che all’apice della sua carriera per un qualche motivo (lo scopriremo dopo) sparisce dalle scene, abbandonando tutti e tutto. Dopo 10 anni e a pochi giorni dal ritorno si ripresenta al capezzale di Sam (Michaela Coel) sua vecchia stilista e intima amica in cerca di aiuto.

Questa parte che dura diciamo una ventina di minuti, però, è solo il preludio a quello che sono le vere intenzioni della storia e di fatto è solo l’apripista a una lunga parte nella quale la verbosità la fa assolutamente da padrona. In questo frangente nel quale assistiamo praticamente a un “Two Woman Show”, dal mio punto di vista, il film tira fuori tutta la sua bellezza e tutti i suoi limiti. Bellezza perché alcuni contenuti sono ficcanti, reali e favoriscono una introspezione vera in chi li ascolta. A questo va aggiunta una performance delle sue protagoniste buonissima e questo fa aumentare le sensazioni appena elencate. Di contro è innegabile che in questa fase ogni tanto si perdono i riferimenti e questo per una prolissità e una retorica un pizzico ripetitiva. C’è un momento, infatti, in cui le continue metafore tendono a ripetere sempre lo stesso concetto e questo alla lunga disperde il messaggio e l’intenzione.

Fortunatamente ad un certo punto Lowery decide di cambiare e ci porta in un ambito molto più onirico e visivo. In questa che ritengo la parte più solida e convincente (ovviamente per quelle che erano le sue intenzioni), i dialoghi vengono sostituiti dalla percezione, dall’idea, dell’estremismo assoluto. E’ di certo un segmento del film (e torniamo all’inizio) che non può piacere a tutti ma la capacità registica è innegabile oltre che dannatamente affascinante. L’uso dei colori è perfetto soprattutto per il loro rappresentare una sensazione. In queste il padrone lo fa il rosso simbolo non solo di passione ma proprio di condivisione quasi di perdono. E proprio attraverso di esso (in una sorta di astrazione) che molte delle cose lasciate irrisolte tra le due vengono a galla regalandoci un taglio non dico sorprendente ma maggiormente pieno. In pratica, il film ci parla di una storia d’amore senza dircelo. Un sentimento roboante fatto di ossessione, di crisi d’identità, di attese, di sotto attese e di silenzi, tanti silenzi. Cose non dette che in qualche modo hanno radicato facendo uscire la parte più bella e br**ta delle due.

Ad un certo punto sembra quasi di assistere alla manifestazione empirica di una seduta di psicanalisi dove pazienze e dottore sono la stessa persona e nella quale, finalmente, gli argini, le fantasie e le domande crollano.

Probabilmente l’ultima parte esagera un pizzico nella sua metafora ma quello che cercava Lowery era proprio la discesa assoluta e questo per far apprezzare la fine. Fine che alla fine non è altro che il quadro della trasformazione: nessun perdono, nessuna riconciliazione, solo, appunto, una trasformazione totale in attesa di definizione.

Accennavo alla prova attoriale. Non me ne voglia Michaela Coel, bravissima, ma Anne Hatheway dimostra di essere di una categoria superiore. Si districa tra bellezza, disperazione, fragilità, ricostruzione e martirio in maniera impeccabile confermando di essere ormai la padrona del suo essere attrice.

Mother Mary vuole partire come il manifesto del peso della celebrità per poi trasformarsi in tutt’altro. Come ormai si è capito è un film decisamente scomodo e che necessita di uno scivolo emotivo preciso per essere vissuto e in un certo senso capito. E solo questione di attitudine naturale e su quella c’è poco da adattare.
Personalmente l’ho trovato un ottimo film, non il migliore di Lowery ma sicuramente il suo più spinto. Voleva ti**re fuori la passione e, come detto, l’ossessione e non si può dire che non l’abbia fatto seppur evidentemente con un linguaggio estremo e non convenzionale. Da questo punto di vista, è stato fondamentale tenere quella sensazione gotica che di cui ho parlato all’inizio: ha reso possibile e attendibile quel trade union tra reale e soprannaturale a cui la storia si è affidata per districarsi e concludersi.
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Voto 6.2/10

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Per I DIMENTICABILI di ,  presenta: “Mortal Kornat II”TITOLI DI TESTA: FINISH HIM…e pure sto film se leva dalle p***e.TR...
19/07/2026

Per I DIMENTICABILI di , presenta:

“Mortal Kornat II”

TITOLI DI TESTA: FINISH HIM…e pure sto film se leva dalle p***e.

TRAMA: Dopo cinque anni d’attesa arriva finalmente Mortal Kombat II. Il torneo. Le Fatality. Shao Kahn. Kitana. Scorpion. Sub-Zero. Baraka. Johnny Cage. Praticamente manca solo mi zio Armando. E all’inizio funziona pure. Perché vedere tutti questi personaggi insieme è una goduria per chiunque abbia passato l’adolescenza a consumare joystick e a litigare con l’amico che prendeva sempre Scorpion (cci sua).

Poi però finisce l’effetto nostalgia. E lì iniziano i problemi. Perché Mortal Kombat II è uno di quei film che confonde la quantità con la sostanza. Ogni dieci minuti entra un personaggio nuovo. Fa una battuta. Tira quattro pizze. Magari fa pure una Fatality. E poi sparisce, lasciando spazio al successivo.

A un certo punto sembra di stare nella schermata della selezione dei personaggi. Solo che invece de scegliere chi usare, li usano tutti. La vera sorpresa è Johnny Cage. Karl Urban entra in scena con quella faccia da attore fallito convinto ancora de esse una superstar e praticamente si mangia il film. È tamarro, arrogante, autoironico e soprattutto sembra l’unico ad aver capito che Mortal Kombat non deve prendersi troppo sul serio.

Ogni volta che compare succede qualcosa. Ogni volta che esce…il film torna a sedersi. Le scene d’azione sono fatte bene, le Fatality finalmente sono quelle che volevamo vedere e il sangue scorre come se gli effetti speciali fossero stati pagati a litri. Eppure manca sempre qualcosa.

Manca il peso. Manca quel combattimento che fra dieci anni riguarderai su YouTube. Manca quella scena che esci dal cinema e dici: “Ao, quella è storia.” Qui invece finisce uno scontro e cinque minuti dopo già te lo sei dimenticato. Perfino Shao Kahn, che dovrebbe essere una presenza devastante, sembra uno che è venuto alla festa ma se ne vuole andà prima del dolce. Il paradosso è proprio questo. Il film non è brutto. Anzi. È probabilmente migliore del precedente sotto quasi tutti gli aspetti. Ha più ritmo. Più personaggi. Più botte. Più Fatality. Più fan service.

Ma alla fine è come un gigantesco piatto de patatine fritte. Le mangi tutte con entusiasmo. Poi dopo un’ora non te ricordi nemmeno quante erano.

TITOLI DI CODA: Mortal Kombat II è un film costruito esattamente per i fan. Gli dà tutto quello che chiedono. I personaggi ci stanno. Le mosse iconiche pure. Il torneo finalmente arriva. Johnny Cage è probabilmente la cosa migliore successa a questa saga. Eppure, mentre scorrono i titoli di coda, hai una strana sensazione. Quella di aver visto un film pieno di tutto…ma senza un c***o che rimanga addosso.

EXTRA: L’unica vera Fatality l’ha fatta il tempo. Dopo una settimana ricordavo ancora tutte le combo di Mortal Kombat Trilogy su PlayStation. Del film, invece, già me ne ero scordato mezzo.
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Voto 4.2/10

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 presenta Primi Piani, il personaggio dentro l’attore.Nome: Peter ParkerSegni Particolari: je prudono le maniAttività: a...
18/07/2026

presenta Primi Piani, il personaggio dentro l’attore.

Nome: Peter Parker

Segni Particolari: je prudono le mani

Attività: amichevole Spider Man di quartiere

Periodo di attività: tra una ragnatela e l’altra

Ci sono supereroi che salvano il mondo. E poi ce ne sono altri che, prima ancora di salvare qualcuno, devono trovare il modo di sopravvivere alla propria vita.

Il Peter Parker interpretato da Tobey Maguire è esattamente questo. Non è il più forte. Non è il più brillante. Non è il più ironico. È solo il più umano. Ed è forse per questo che, a distanza di oltre vent’anni, continua a essere il volto di Spider-Man per un’intera generazione (almeno per me).

Quando lo incontriamo nel primo Spider-Man, Peter è un ragazzo qualunque. Timido, impacciato, invisibile. Vive con zia May e zio Ben, osserva il mondo più di quanto ne faccia parte, guarda Mary Jane, la donna dei suoi sogni, come chi sa che non potrà mai averla al suo fianco. Il morso del ragno gli regala dei poteri, ma è la morte dello zio Ben a trasformarlo davvero. Da quel momento nasce il senso di colpa, il vero motore del personaggio. Spider-Man non diventa un eroe perché vuole esserlo. Lo diventa perché sente di non avere altra scelta.

Ed è proprio qui che entrano in gioco i suoi avversari. Perché nella trilogia di Sam Raimi i nemici non sono mai semplicemente “i cattivi”. Sono persone spezzate. E, soprattutto, rappresentano qualcosa che Peter potrebbe diventare.

Norman Osborn, il Goblin, è la prima grande prova. Non è soltanto un criminale. È il padre del suo migliore amico, un uomo divorato dall’ambizione e dalla follia. Goblin insegna a Peter che il bene e il male non sono mai così lontani come sembrano. E quando gli offre la possibilità di smettere di essere un eroe per diventare qualcuno di più potente, in realtà gli sta chiedendo di rinunciare alla propria coscienza.

In Spider-Man 2 arriva probabilmente il villain più bello della trilogia: il Dottor Octopus. Otto Octavius è ciò che Peter avrebbe voluto avere come guida. Un uomo brillante, generoso, animato dalla curiosità scientifica. Ma quando perde il controllo delle sue stesse invenzioni, diventa il simbolo di una verità che accompagnerà Peter per tutta la vita: anche le migliori intenzioni possono trasformarsi in tragedia. Ed è proprio durante questo film che Peter tocca il punto più basso. È stanco. Perde il lavoro. Perde Mary Jane. Delude il suo amico Harry Osborn. Non riesce più a studiare. I suoi poteri stessi sembrano abbandonarlo. Per la prima volta Spider-Man non è un privilegio. È un peso insostenibile. La sua scelta di abbandonare il costume non è vigliaccheria. È il gesto disperato di un ragazzo che, semplicemente, non ce la fa più.

Poi arriva Spider-Man 3, il capitolo più discusso ma anche quello che chiude il percorso del personaggio. Il simbionte nero non crea un Peter diverso. Tira fuori quello che è sempre stato nascosto. L’orgoglio. La rabbia. La vendetta. Per la prima volta Peter smette di essere soltanto vittima delle circostanze e diventa responsabile dei propri errori. Anche i nemici raccontano questa trasformazione. Sandman non è malvagio. È un padre disposto a tutto per la figlia. Costringe Peter a capire che il mondo non è diviso tra buoni e cattivi, ma tra persone che prendono decisioni disperate. Harry Osborn, invece, rappresenta il passato che torna sempre a chiedere il conto. È l’amicizia corrotta dal rancore, il dolore che diventa ossessione. Lo scontro tra loro non è mai soltanto fisico. È il fallimento di un rapporto che entrambi avrebbero voluto salvare.

E poi c’è Venom. Che, in fondo, non è altro che il riflesso più oscuro di Peter stesso. Il simbionte gli mostra cosa succede quando il potere smette di essere responsabilità e diventa ego. Quando il desiderio di fare la cosa giusta lascia spazio alla soddisfazione personale.

Alla fine della trilogia, Peter non è diventato un eroe perché ha sconfitto Goblin, Octopus, Sandman o Venom. È diventato un eroe perché ha imparato a perdonare. Gli altri. E soprattutto sé stesso. Tobey Maguire racconta tutto questo con una recitazione fatta di silenzi, sguardi e piccole esitazioni. Non interpreta un uomo invincibile. Interpreta un ragazzo che continua a cadere e continua, ostinatamente, a rialzarsi. Ed è questo che rende il suo Peter Parker così speciale. Perché non ci insegna che i supereroi esistono. Ci insegna che la vera forza non è lanciare una ragnatela tra i grattacieli. È scegliere, ogni giorno, di portare il peso delle proprie responsabilità senza permettere che quel peso ti trasformi in qualcun altro. E forse è proprio per questo che, ancora oggi, quando penso a Spider-Man…vedo solo il volto di Tobey Maguire.
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Online la recensione di “Blown Away – Follia esplosiva”TITOLI DI TESTA: Boom Boom batte il cuore…TRAMA: ci sono thriller...
17/07/2026

Online la recensione di “Blown Away – Follia esplosiva”

TITOLI DI TESTA: Boom Boom batte il cuore…

TRAMA: ci sono thriller che costruiscono la tensione attraverso la paura. E poi ci sono quelli che la costruiscono attraverso il tempo. Blown Away – Follia esplosiva appartiene a questa seconda categoria. Diretto da Stephen Hopkins, il film prende la struttura del classico action degli anni Novanta e la trasforma in qualcosa di più personale. Non racconta soltanto una serie di attentati. Racconta il passato che torna a reclamare il conto.

Al centro della storia c’è Jimmy Dove, interpretato da Jeff Bridges, artificiere della polizia di Boston. È un uomo che ha trovato una nuova vita, una nuova famiglia e una nuova identità dopo essersi lasciato alle sp***e gli anni trascorsi in Irlanda del Nord. Ma il passato, come spesso accade, non scompare. Aspetta soltanto il momento giusto per riemergere. Quel momento ha il volto di Ryan Gaerity. Interpretato da Tommy Lee Jones, è uno degli antagonisti più affascinanti del cinema action degli anni Novanta. Non è semplicemente un terrorista. È un uomo brillante, ironico, imprevedibile, che trasforma ogni ordigno in una firma personale e ogni esplosione in un messaggio rivolto esclusivamente a Jimmy.

Il loro rapporto è il vero cuore del film. Non si combattono soltanto per fermare o compiere un attentato. Si conoscono. Condividono un passato fatto di ideali, errori e tradimenti. Ogni bomba diventa un dialogo rimasto in sospeso. Ogni detonazione è un ricordo che torna a galla.

Stephen Hopkins costruisce la tensione con grande equilibrio. Le sequenze dedicate agli ordigni funzionano ancora oggi proprio perché non si limitano allo spettacolo. Ogni filo tagliato, ogni timer che scorre, ogni decisione presa in pochi secondi racconta qualcosa dei personaggi. Jeff Bridges interpreta Jimmy con una stanchezza che lo rende profondamente umano. È un uomo esperto, ma mai invincibile. Ogni intervento porta con sé il peso della paura e della responsabilità. Tommy Lee Jones, invece, si prende la scena ogni volta che appare. Il suo Ryan alterna leggerezza e follia con una naturalezza impressionante. Può sorridere mentre parla di esplosivi e, un istante dopo, diventare completamente imprevedibile. È uno di quei villain che non cercano di intimidire. Lo fanno e basta.

Anche la regia riflette perfettamente il cinema d’azione degli anni Novanta. Grandi esplosioni, effetti pratici, stunt reali e una fisicità che oggi si vede sempre meno. Non c’è la ricerca dell’eccesso digitale. Tutto sembra avere peso, volume, consistenza.

TITOLI DI CODA: Blown Away non reinventa il thriller. Ma prende una storia apparentemente semplice e la rende sorprendentemente intensa grazie ai suoi personaggi. Perché, alla fine, il film non parla davvero di bombe. Parla di due uomini che hanno scelto strade diverse…e che continuano a parlarsi attraverso le esplosioni.

EXTRA: nulla da aggiungere.
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Voto 6.4/10

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Online la recensione di “Una notte da dottore”La notte romana, vuota e umida, avrebbe potuto essere il vero personaggio ...
16/07/2026

Online la recensione di “Una notte da dottore”

La notte romana, vuota e umida, avrebbe potuto essere il vero personaggio del film: strade quasi deserte, trattorie illuminate fuori orario, rider infreddoliti, pazienti soli dietro porte socchiuse… una città che sembra chiedere aiuto a bassa voce.

Una notte da dottore parte da questa suggestione e da un meccanismo narrativo semplice, già collaudato nel francese Chiamate un dottore! di Tristan Séguéla: un medico notturno burbero e acciaccato resta bloccato nel mezzo del turno, un rider ingenuo e squattrinato perde la bicicletta, i due stringono un patto assurdo. Il primo guiderà il secondo via auricolare durante le visite mediche, mentre l’auto del dottore servirà anche per completare le consegne.

Guido Chiesa, ormai stabilmente collocato nel territorio della commedia popolare da remake dopo Belli di papà, Ti presento Sofia e Cambio tutto!, adatta il modello francese senza grandi scarti. Il risultato è un film costruito con mestiere, ma anche con un’evidente sensazione di pilota automatico.

La struttura procede per episodi: Mario (Frank Matano) entra in casa di un paziente, fraintende, improvvisa, va nel panico; ), il medico cinico Pierfrancesco Mai (Diego Abatantuono) lo corregge a distanza con sarcasmo, insulti e istruzioni più o meno praticabili. Il dispositivo è chiaro, funziona per qualche giro, poi mostra presto la propria natura ripetitiva.

A tenere in piedi l’operazione è soprattutto la coppia protagonista. Abatantuono lavora su un personaggio che gli appartiene quasi per riflesso: scorbutico, disilluso, appesantito dagli anni, dall’alcol, dalla sciatalgia e da un dolore che il film svela progressivamente. Non inventa molto, ma il mestiere resta intatto, e i suoi commenti caustici al telefono danno ritmo a parecchie scene. Matano, dal canto suo, sorprende proprio perché abbassa il registro rispetto alle sue prove più caricaturali: il suo Mario è candido, insicuro, precario, fondamentalmente buono, una specie di eterno ragazzo che si trova a indossare per una notte un camice troppo grande per lui. La loro intesa è la risorsa migliore del film.

Il problema è che Una notte da dottore sembra accontentarsi di questa intesa.

La figura del rider, che avrebbe potuto aprire uno squarcio sul lavoro precario, sullo sfruttamento urbano e sulla nuova solitudine metropolitana, viene usata quasi soltanto come leva comica. Allo stesso modo, il malessere di Pierfrancesco (un lutto, una famiglia evitata e una paternità mancata o ferita) arriva tardi e viene trattato con una serietà un po’ appiccicata, come se il film si ricordasse improvvisamente di voler commuovere dopo aver accumulato gag e malintesi.

La Roma notturna fotografata con discreta eleganza, la colonna sonora ricca di richiami pop e soul, alcuni incontri con i pazienti e i dialoghi nella trattoria regalano invece momenti gradevoli. C’è persino, a tratti, l’eco di un road movie urbano in miniatura, dove due uomini diversissimi imparano a guardarsi senza difese.

Ma sono lampi isolati dentro una commedia che non trova mai un vero equilibrio tra leggerezza, malinconia e osservazione sociale.

Una notte da dottore si lascia vedere, strappa qualche sorriso e beneficia di due interpreti più efficaci del materiale che hanno tra le mani. Ma resta un remake troppo fedele, troppo basico, troppo poco curioso delle vite che mette in scena.

Una commedia garbata e innocua, con un bel motore narrativo, ma pochissima voglia di uscire dal tracciato.
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Voto 4.9/10

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Online la recensione di “Ken il guerriero: Hokuto No Ken – 1 Parte”Sono parecchio in difficoltà.Per chi ci ha seguito e ...
15/07/2026

Online la recensione di “Ken il guerriero: Hokuto No Ken – 1 Parte”

Sono parecchio in difficoltà.
Per chi ci ha seguito e quindi ha letto la mia recensione sul Kenshiro originale (potete recuperarle qui) sa che la mia valutazione di quell’anime è vicina alla perfezione e quindi non vedevo (e non vedrò mai) nessun motivo per ritoccarla e/riprenderla. Sostanzialmente il mio pensiero è che meglio non si poteva fare avendo questo personaggio nelle due stagione già ampiamente trasbordato l’immensità della bellezza.
La mia curiosità come sempre, però, va oltre e quindi mi sono imbarcato lo stesso in questo viaggio, con comunque ben chiare le idee come appena riportato.

Tra interviste e dichiarazioni il motivo che ha spinto gli autori a fare tale rifacimento sta nel tentativo di avvicinare questo meraviglioso concept alle nuove generazioni e questo attraverso dei dialoghi aggiornati e una grafica più vicina. E se a livello concettuale la cosa non mi appariva cosi campata in aria (fermo restando sempre le mie idee) già dalla prima puntata ho capito che la direzione scelta non era assolutamente azzeccata. Dividendo il discorso in tre, e quindi dialoghi, immagini e narrativa, sul primo devo fare una considerazione iniziale. La sceneggiatura di Ken è sempre stata minimalista e come tale poteva piacere o no. E tale impostazione vale allora come ora. Sono cioè convinto che anche oggi quel dire a metà, di spiegare senza appesantire e quei silenzi ingombranti (e meravigliosi) possono fare comunque breccia nella mente e nel cuore delle nuove generazioni. In pratica, non credo che mettere uno st***zo in più in un dialogo, cosa ora fatta, possa modernizzare il linguaggio. Al limite serviva una velocizzazione, si è tentato, ma il risultato non è stato cosi rivoluzionario come credo abbiano pensato gli autori a bocce ferme.

E se questa è una cosa sulla quale comunque se ne puo’ discutere, meno lo è la veste grafica. Io non sono per la non modernizzazione, basti pensare a quello che ho scritto su Arcane, ma questa non è assolutamente all’altezza: è meccanica, quasi impersonale, al limite dello spoglio. I colori sono sempre fissi, non si armonizzano mai o meglio, si confondono risultando alla lunga freddi.
Vedere ad esempio Ray e Ken sotto la stessa luce e con quasi la stessa sfumatura a tratti è disturbante. E la cosa assurda è che questo appiattimento avviene in tutte le componenti.

La parte peggiore però deve ve**re e riguarda la narrativa soprattutto all’inizio. Innanzitutto c’è da dire (magari avrei dovuto dirlo prima) che quella uscita non è la serie completa ma solo la prima parte, composta da 14 episodi, i restanti usciranno il prossimo anno. L’idea generale era di snellire il racconto facendo in modo che si annullassero i tempi morti. Risultato: i primi 8 episodi sono un disastro narrativo senza pochi uguali. Basti pensare che alla quinta già c’è lo scontro con Shin. Mi sono chiesto se senza conoscere la storia sarei riuscito a raccapezzarmi e vivere i personaggi: la risposta è no. Julia scivola come una fidanzata qualunque e l’avversario della vita come uno di passaggio e senza valore. In pratica, ed è il controsenso più grande visto che l’intenzione era ed è quella di avvicinare nuovo pubblico al personaggio, se non si conosce la storia (devo ripetermi) non la si vive e la si capisce in maniera molto frammentaria. Poi all’improvviso qualcosa cambia e con la comparsa di Rei il ritmo rallenta quasi a diventare quello dell’originale. La domanda quindi è spontanea: perché cucire su Rei tutto e sminuire la prima parte che poi è la chiave della costruzione di Ken e del suo mondo?

Domande a cui non avremo una risposta e che rischiano, pericolosamente, di rimanere tali. Mi spiego. L’intenzione dichiarata è di fare 32 puntate totali, il punto è che non si capisce dove si vuole arrivare. Perché se nelle 32 ci sono anche Toki, Raul e tutti gli uomini di Nanto…è una follia che farà sgretolare tutto rendendo tutti i valori di Kenshiro fatti di appartenenza, calma, ansia, studio del mondo e delle sue anime solo un tritatutto colossale. Tanto per fare un esempio: come si può solo pensare di dedicare meno di 3 puntate piene all’ultimo scontro tra Ken e Raul? Lo si può fare solo se non lo si è costruito rendendolo cosi solo una sc***ottata veloce. E credo che la strada sia questa.

Unendo i puntini, il mio pensiero credo che sia abbastanza chiaro: Ken il Guerriero: Hokuto no Ken ha fallito e l’unica cosa che riesce a fare è riportare in quel mondo chi già c’era stato e che, come me, lo aveva amato perdutamente. Non aggiunge nulla e fa perdere tanto di quello che era. Anzi aggiungo che se a un ragazzo di 16 anni si va vedere una puntata di questo nuovo concept e una di quello vecchio dopo poco chiederà di continuare il secondo. E sotto questo aspetto e a conferma, mi fa piacere come almeno questa operazione abbia portato la serie originale a essere di nuovo tra le 10 fantasy più viste. Per la serie (stavolta inteso come nome comune) se non sono in grado almeno riesco a portare verso chi lo è.
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Fuga da HollywoodNegli anni ‘60 Angela Lansbury era già una presenza importante del cinema e del teatro, ma mentre la su...
14/07/2026

Fuga da Hollywood

Negli anni ‘60 Angela Lansbury era già una presenza importante del cinema e del teatro, ma mentre la sua carriera procedeva con successo, nella vita privata stava affrontando una crisi profonda.

La figlia Deidre Shaw, ancora adolescente, era entrata in un ambiente segnato da droga, ribellione e frequentazioni pericolose nella California di fine decennio. Tra le persone che gravitavano in quel mondo c’era anche Charles Manson, non ancora tristemente noto per i delitti che avrebbero sconvolto l’America.

Quando la Lansbury comprese quanto la figlia fosse coinvolta e vulnerabile a quelle influenze, non cercò soluzioni di facciata. D’accordo con il marito Peter Shaw, prese una decisione radicale: lasciare Malibu e allontanare la famiglia da Hollywood.

Si trasferirono in Irlanda, nella contea di Cork, scegliendo una vita più semplice e lontana dal caos californiano. Per un periodo l’attrice mise il lavoro in secondo piano, rinunciando a impegni e progetti per dedicarsi ai figli. Fu una scelta difficile, ma decisiva.

Con il tempo Deidre riuscì a ricostruirsi una stabilità, mentre Anthony (l’altro figlio) trovò la propria strada nella regia.

Molto prima di diventare Jessica Fletcher, Angela Lansbury aveva già interpretato il ruolo più importante: quello di madre pronta a sacrificare tutto per salvare la propria famiglia.
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Online la recensione di “Suspect Zero”Ben Kingsley, Aaron Eckhart, Carrie-Anne Moss, il fatto che in qualche modo nel pr...
13/07/2026

Online la recensione di “Suspect Zero”

Ben Kingsley, Aaron Eckhart, Carrie-Anne Moss, il fatto che in qualche modo nel progetto ci sia Tom Cruise, l’intrusione provvisoria di Sylvester Stallone e un titolo parecchio intrigante, erano elementi più che sufficienti perché decidessi nell’ambito del mio rastrellamento mensile di DVD tra la rete e i negozi specializzati, di acquistare questo titolo.
Avvisando subito che a conti fatti non ne è valsa la pena, Suspect Zero ci ricorda con forza come la fine (e forse in un thriller ancora di più) abbia un’importanza capitale nel giudizio complessivo di un film. Sbagliarla nei concetti e nella realizzazione, come in questo caso, risucchia tutta la costruzione in un vortice di opacità e quindi di conseguente dimenticabilità.

Entrando nello specifico, l’incipit è molto buono: crea interesse e attesa nella giusta maniera facendo capire subito quale sia l’ambito. Sostanzialmente, le pedine in campo sono immediatamente riconoscibili e questo permette, anche per il taglio un po’ contorto che inizierà da li a poco, di avere dei punti di riferimento chiari e quindi concentrarsi sulle singole dinamiche. Ecco, qui le cose si complicano, perché se da un lato tutto ci porta alla classica caccia al killer (nel caso specifico del killer dei killer) dall’altro prende in continuazioni strade diverse cercando di confondere le idee. Soprattutto l’opinione che si crea intorno al protagonista (Thomas Mackelway) è, appunto, confusa e non è per uno sbaglio narrativo ma proprio per scelta. Questo, ovviamente, ci porta a chiederci se questa sia stata corretta e la risposta è: dipende dalla prospettiva. Se la si prende sino a circa 15 minuti dalla fine non si può non dire che qualcosa aveva trasmesso, compreso un senso opprimente di mistero (soprattutto del passato) e difficoltà (del personaggio) emotive.

Elias Merhige, la cui mano thriller/noir è evidente anche in questo progetto, cerca di riportare in Suspect Zero quel tocco sottile di soprannaturale come fatto per L’ombra del vampiro, ma mentre in quest’ultimo le caselle alla fine sono andate al loro posto qui l’impressione che non collimassero è stata invadente. Anche lo scivolo che ha portato alla resa dei conti, è stato, sempre a mio avviso, scomposto nel senso che non c’è stata una solida strada che ha unito azione e conseguenza. E’ apparso tutto irregolare, provvisorio, come se la spiegazione in se avesse avuto nel suo DNA la capacità di pulire sceneggiatura e sviluppo. Purtroppo non è stato cosi, nonostante, ribadisco, un valore di pura regia buono e pensato.

Altro grande limite di questa produzione il fatto che ti da sempre l’impressione di mostrare qualcosa di già visto. Questa sensazione va oltre la semplice sovrapposizione della classica caccia al killer (vista e rivista ma comunque se fatta bene sempre intrigante), ma riguarda le singole scene che rimandano a momenti di cinema, appunto, già visti. Questo peso ti porta, è inevitabile, ad ammorbidire la valenza dei singoli gesti che cosi passano senza quella sostanza necessaria e che evidentemente era cercata.

All’opposto di tutto quello fin qui detto, la prova di Ben Kingsley. Il suo personaggio è da subito solido, intrigante e ti trasmette quel senso di follia controllata a cui puntava. Il suo volto, le sue movenze si incastrano perfettamente con lo sfondo risultando a conti fatti l’unico elemento costante e funzionale di tutto il film.
Aaron Eckhart, invece, si smarrisce in continuazione. La sensazione, però, è che tale provvisorietà è figlia più dello script che di una vera colpa dell’attore. Se, infatti, analizziamo i singoli momenti, la prova c’è ed è quindi la dimostrazione di quanto appena detto.

Informandomi un po’, ho letto che l’idea iniziale (quella che aveva intrigato Cruise e Stallone tanto per intenderci) negli anni ha subito alcune variazioni. In particolare la scelta della soluzione, che poi ha indirizzato il finale, è uscita dopo. E’ chiaro che ora la domanda è: la scrittura iniziale era cosi peggio di quella poi decisa? Io penso di no. Penso di no perché non poteva essere cosi provvisoria come è stato. Penso di no perché quell’apertura finale che il film da è veramente campata in aria e senza nessun costrutto e non credo si potesse fare di peggio. E penso di no perché un thriller può giocare sia sull’effetto finale sorpresa che su una costruzione lineare e conseguenziale, mischiarle diventa scivoloso e, tornando al paragone, non credo che la prima idea sarebbe caduta come questa.

Suspect Zero è il classico film che una volta finito ti sbrighi a toglierlo dal lettore per rimetterlo velocemente al suo posto sapendo che non lo rivedrai mai più. La cosa paradossale è che a differenza di altri titoli meritevoli questo su trova su Netflix…misteri delle scelte.
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