Lunàdigas

Lunàdigas Le donne che scelgono di non avere figli sono oggetto di pregiudizi. Lunàdigas dà loro voce.

Sempre più donne occidentali scelgono di non avere figli.
È un mondo articolato e sconosciuto dal quale emergono ragioni e sentimenti inaspettati, sempre diversi per ogni singola donna. Le persone raccontano storie personali spiegando le ragioni intime di una scelta molto privata che descrive una condizione universale ricca di sfumature e vissuta in modo simile a tutte le latitudini. Il paesaggio

interiore di chi parla è illuminato da una luce tagliata, forte e netta. Questo è il senso metaforico di un argomento pieno di chiaroscuri che si sceglie – per contrasto – di illuminare con luci forti e molto nette. Ad aprire la strada le autrici, che qui si mettono in gioco con le loro storie personali.

01/09/2026

Quando compare il corpo di una donna, scompare tutto il resto (ancora).

❓Che cosa significa lasciare un’eredità?Non si tratta solo di beni materiali: ciò che una persona lascia può essere fatt...
01/09/2026

❓Che cosa significa lasciare un’eredità?
Non si tratta solo di beni materiali: ciò che una persona lascia può essere fatto anche di esperienze, saperi, affetti, ricordi e tracce del proprio passaggio. E per chi non ha figli, a chi trasmettere tutto questo?

✍️ “Eredità” è uno dei percorsi tematici di Le Osmonaute, costruito a partire dalle testimonianze di Lunàdigas. Attraverso le voci delle protagoniste, il percorso esplora il significato della trasmissione materiale e immateriale, tra interrogativi sulla vecchiaia, legami familiari e nuove forme di discendenza: figlie e figli d’anima, persone care, comunità.

🗂 Le Osmonaute è un progetto di condivisione e valorizzazione delle memorie audiovisive femminili, sviluppato da Regesta Exe , a partire dagli archivi di Senza rossetto, Lunàdigas e Tutte a casa - Donne, Lavoro, Relazioni ai tempi del Covid-19.

Esplora il percorso “Eredità” e le altre rotte tematiche sul portale Le Osmonaute: https://leosmonaute.org/percorsi-type/lunadigas/

Il corpo delle donne non è l’incubatrice dello Stato.
25/08/2026

Il corpo delle donne non è l’incubatrice dello Stato.

L’ABORTO NON SI DISCUTE A COLPI DI SLOGAN. SOPRATTUTTO SULLA PELLE DELLE DONNE.

Quando sento affermare che «l’aborto non è un diritto», la prima cosa che penso è che su certi temi sarebbe opportuno conoscere la materia prima di trasformarla nell’ennesima bandierina ideologica surreale.

Perché qui non stiamo parlando di una chiacchiera da bar.

Stiamo parlando del corpo, della salute, della libertà e, in alcuni casi, della sopravvivenza psicologica e fisica di una donna.

La legge 194 non è un inno all’aborto.
Non lo banalizza.
Non lo celebra.
Non lo trasforma in un capriccio.

Fa qualcosa di molto più serio: regola una realtà che esiste e impedisce che quella realtà venga ricacciata nella clandestinità.

Perché c’è un dettaglio che i moralisti a comando fingono sistematicamente di dimenticare: vietare un fenomeno non significa farlo sparire.

Significa, molto spesso, renderlo più pericoloso.

E francamente l’idea che qualcuno possa decidere dall’alto che una donna debba necessariamente portare avanti una gravidanza, indipendentemente dalla sua storia, dalle condizioni del concepimento, dalla sua salute e dalla situazione concreta in cui si trova, non ha nulla a che vedere con la tutela della vita.

Ha a che vedere con il controllo.

Una società civile dovrebbe fare di tutto perché una donna che desidera diventare madre possa esserlo senza essere schiacciata economicamente, professionalmente e socialmente.

Questo significa sostegno alla maternità.

Ma obbligare una donna a diventare madre contro la propria volontà è tutt’altra cosa.

E trovo quasi surreale doverlo ancora spiegare.

Poi possiamo discutere di morale personale quanto vogliamo.

Chi considera l’aborto moralmente inaccettabile è liberissimo di non abortire.

Quello che diventa assai più problematico è pretendere che la propria morale personale diventi un obbligo imposto per legge al corpo degli altri.

Perché la libertà è una cosa molto semplice da difendere quando gli altri fanno esattamente quello che piace a noi.

La prova vera arriva quando compiono una scelta che noi non condivideremmo mai.

Ed è precisamente lì che si vede la differenza tra una convinzione personale e una pretesa di controllo.

Quindi meno slogan.
Meno crociate ideologiche grottesche.

E soprattutto meno uomini che spiegano alle donne che cosa dovrebbero essere obbligate a fare di una gravidanza che non riguarda il loro corpo.

Perché quando si comincia a parlare di libertà togliendo alle persone la possibilità di scegliere, forse il problema non è l’aborto.

È il significato della parola libertà che qualcuno non ha ancora capito.

IL CORPO DELLA DONNA NON È UN’INCUBATRICE DELLO STATO.

🗣Le parole non servono solo a descrivere le persone. Custodiscono storie, aspettative, pregiudizi, libertà e cambiamenti...
25/08/2026

🗣Le parole non servono solo a descrivere le persone. Custodiscono storie, aspettative, pregiudizi, libertà e cambiamenti.

❓Come si dice “nubile” nel tuo dialetto, nella tua lingua materna o nel lessico della tua famiglia?

🔴Esiste una parola specifica? Un’espressione? Oppure non c’è un termine e si ricorre a un giro di parole?

✍Scrivetecelo nei commenti. Ci piacerebbe raccogliere le tante parole – e i tanti significati – che abitano le nostre lingue e raccontano il modo in cui le comunità hanno pensato, nominato o evitato di nominare le donne non sposate.

“Nubile” è una delle 200 voci del Succinto glossario del corpo, delle relazioni e dei desideri di Lunàdigas.
🔴 In campidanese si dice: bagadia
🟠 In algherese: fadrina; fadrineta; fadrina gran; fadrina vella (in base all’età)
🟡 In gallurese: sultéra; vaggjana
🟢 In logudorese: bagadia; bajana
🔵 In sassarese: vagiàna
🟣 In tabarchino: zóna

📚 Scopri il Succinto glossario del corpo, delle relazioni e dei desideri di Lunàdigas. Link: https://annotu.lunadigas.com/glossario/

🗣Quanto le nostre scelte si sono costruite nell'infanzia?L’infanzia è il tempo dei primi ricordi, delle relazioni che ci...
18/08/2026

🗣Quanto le nostre scelte si sono costruite nell'infanzia?
L’infanzia è il tempo dei primi ricordi, delle relazioni che ci formano, delle regole che impariamo e delle immagini che costruiamo di noi stesse e del mondo. È anche il luogo in cui iniziamo a confrontarci con aspettative, ruoli e possibilità.

✍“Piccole donne” è uno dei percorsi tematici di Le Osmonaute, costruito a partire dalle testimonianze di Lunàdigas. Attraverso le voci delle protagoniste, il percorso invita a tornare a quel tempo in cui il futuro era ancora tutto da immaginare: un futuro fatto di possibilità, aspettative e, talvolta, di ruoli già scritti.

🗂Le Osmonaute è un progetto di condivisione e valorizzazione delle memorie audiovisive femminili, sviluppato da Regesta Exe, a partire dagli archivi di Senza rossetto, Lunàdigas e a casa - Donne, Lavoro, Relazioni ai tempi del Covid-19.

Esplora il percorso “Piccole donne” e le altre rotte tematiche sul portale Le Osmonaute: https://leosmonaute.org/percorsi-type/lunadigas/

Grazie WAO Festival Official 💛Grazie per aver accolto Lunàdigas domenica 16 agosto nella Cultural Area.🗣Un’occasione pre...
18/08/2026

Grazie WAO Festival Official 💛
Grazie per aver accolto Lunàdigas domenica 16 agosto nella Cultural Area.
🗣Un’occasione preziosa per parlare di autodeterminazione, desiderio e libertà di scegliere il proprio percorso, oltre le aspettative sociali.
🙏Grazie a chi ha partecipato, ascoltato e condiviso con noi questo spazio di confronto.

Perché DEDICARE uno spazio in più, che prima non c’era, è esattamente il contrario di restringere la libertàRenata Pepic...
13/08/2026

Perché DEDICARE uno spazio in più, che prima non c’era, è esattamente il contrario di restringere la libertà

Renata Pepicelli su il manifesto

● Il femminismo ha combattuto perché il corpo delle donne cessasse di essere terreno di imposizioni.

Fasce orarie in piscina per sole donne non restringono necessariamente uno spazio di libertà: possono allargarlo. Non tolgono diritti, ne aggiungono. Consentono di accedere a un servizio anche a chi, musulmana e no, per ragioni religiose, culturali o personali, non si sentirebbe a proprio agio in uno spazio misto.

Renata Pepicelli
Il manifesto
13 agosto 2026
***
In queste settimane sul nulla si è costruita una notizia. Molti e molte si sono indignati contro piscine che hanno proposto fasce orarie per sole donne, realtà diffuse anche in Europa, senza particolare scandalo.

In Italia, invece, alcune ore riservate alle donne sono diventate il segnale di una presunta segregazione e persino di un’imminente islamizzazione della società.

È una lettura che capovolge il significato della libertà.

Fasce orarie in piscina per sole donne non restringono necessariamente uno spazio di libertà: possono allargarlo. Non tolgono diritti, ne aggiungono. Consentono di accedere a un servizio anche a chi, musulmana e no, per ragioni religiose, culturali o personali, non si sentirebbe a proprio agio in uno spazio misto.

Perché una donna dovrebbe essere obbligata a stare in un luogo misto se preferisce non farlo?

Perché dovrebbe essere costretta a scoprirsi se non vuole, o a coprirsi se vuole scoprirsi?

Il femminismo ha combattuto perché il corpo delle donne cessasse di essere terreno di imposizioni. Libertà sui nostri corpi significa libertà di mostrarli o non mostrarli, di indossare un bikini, un burkini, una minigonna o un velo senza che da questo venga dedotto il grado della nostra emancipazione.

In Italia esistono già saune e palestre per sole donne. Non ogni distinzione è segregazione: lo diventa quando è imposta e sottrae possibilità. Uno spazio scelto può fare l’opposto, rendendo accessibile ciò che prima non lo era.

Anche la storia del femminismo conosce pratiche di separatismo. Gruppi di autocoscienza, collettivi, librerie e case delle donne hanno mostrato che la separazione, quando è scelta e non imposta, può diventare uno strumento di forza e autonomia.

Sarebbe singolare sostenere che ogni separazione sia oppressione quando una parte del femminismo l’ha usata come strumento di autodeterminazione.

La differenza decisiva resta quella tra scelta e costrizione. Se una famiglia o una comunità impedisce a una donna di frequentare spazi misti, limita la sua libertà, e questo va combattuto.

Ma non possiamo sostituire quell’imposizione con un’altra: per essere libera devi stare con gli uomini, scoprirti, vivere il tuo corpo secondo un unico modello di emancipazione. Significa decidere al posto delle donne.

Le piscine per sole donne non sono necessariamente un ostacolo alla partecipazione delle donne musulmane alla vita sociale. Può accadere esattamente il contrario: uno spazio nel quale alcune si sentono a proprio agio può permettere loro di praticare sport, incontrare altre persone e frequentare un luogo che altrimenti forse non utilizzerebbero.

La libertà non si costruisce imponendo a tutte lo stesso modo di vivere, ma moltiplicando le possibilità di scelta.

Lo mostrano bene Jamal Ouazzani e Zainab Fasiki in "Femministe musulmane. 20 ritratti: voci e visioni" (Astarte, 2026), dedicato a venti donne impegnate per l’uguaglianza, la giustizia sociale e la riforma del diritto di famiglia attraverso una reinterpretazione femminista dei testi religiosi.

Tra loro c’è chi indossa il velo e chi no: la copertura del capo e del corpo non determina la radicalità delle loro lotte. Questo non significa negare che in nome dell’islam, come di altre religioni, vengano giustificate forme di oppressione delle donne.

Significa rifiutare l’idea che milioni di persone possano essere ridotte a un’unica interpretazione della propria fede. Una donna con il velo non è automaticamente sottomessa, così come una donna in minigonna non è automaticamente libera. La libertà non si misura in centimetri di pelle scoperta.

È bene poi ricordare che non siamo di fronte a un’«invasione islamica». Le stime collocano la popolazione musulmana in Italia nell’ordine del 4,5-5 per cento. Parlare di islamizzazione a partire da questi numeri e da alcune ore settimanali in piscina significa trasformare una questione di convivenza in un fantasma identitario.

Il compito di uno Stato laico non è stabilire il modo giusto di essere donna, ma garantire che nessuno sia discriminato per la propria fede e che ciascuno/a possa esercitare le proprie libertà finché non limita quelle altrui.

In Italia siamo ormai di fronte a una società plurale. La convivenza in una società plurale non consiste nel rendere tutti/e uguali, ma nel costruire uno spazio comune capace di accogliere differenze, scelte e percorsi diversi.

La domanda non dovrebbe essere se una piscina per sole donne assomigli al modello maggioritario di emancipazione, ma se obblighi qualcuna o offra una scelta in più.

Se non impone nulla e permette a donne, musulmane e no, di nuotare, incontrarsi, fare sport e frequentare un luogo pubblico sentendosi a proprio agio, non restringe lo spazio dei diritti. Lo allarga.

Ed è questo uno dei significati più profondi della libertà: poter decidere per sé, senza che altri/e stabiliscano quale sia il modo giusto di essere libere.

Il testo del discorso di Roberto Saviano al funerale di Michela Murgia: «Proteggeva tutti noi»di Roberto Saviano   «Mich...
11/08/2026

Il testo del discorso di Roberto Saviano al funerale di Michela Murgia: «Proteggeva tutti noi»
di Roberto Saviano


«Michela aveva voluto che questa giornata fosse per tutti: tutti coloro che hanno percorso la sua strada, leggendola, ascoltandola, ritrovandosi nelle stesse lotte. Mettere insieme tutti coloro che hanno avuto il suo sentire. Me l’aveva detto esplicitamente: «Che cosa mi perderò... Immagina che gran casino di bene…». Vedendo tutto l’amore che riempie questa chiesa, Michi aveva ragione.

Michela aveva un talento magnifico che le permetteva di ribaltare le cose. Era questo che la rendeva così pericolosa nei confronti dei poteri. Sapeva mostrarti velocemente come dietro l’accusato ci fosse innocenza, come dietro un colpevole ci fosse una manipolazione del carnefice, come dietro un aggettivo ci fosse un intero modo di criminalizzare una libertà. Con lei capivi che l’ombra è data dalla luce e che non esiste abisso senza superficie. Il conforto non sta nell’edulcorare il dolore, il conforto sta nell’indicare un sentiero che attraversa il dolore e ti permette di uscirne. Scrivere era questo, per Michela Murgia: la strada che, attraversando il dolore, porta fuori, alla ricerca della felicità.

Quando le cose non andavano, ti rispondeva sempre: «Non stare solo, vieni qui». Era la prima cosa che diceva quando al telefono sfogavi dolore, rabbia o tristezza: «Dove sei? Non stare solo». Le scelte di Michela possono essere sintetizzate in questo non essere soli, nel non far sentire soli e nel riconoscere le differenze è il primo atto per capire che non siamo soli.
Michela ha reso pubblica la sua malattia per mostrare e difendere la dignità. Diceva: «Il tuo valore non si esaurisce in quanto vieni pagato», così la malattia non ti fa smettere di essere quello che sei. Anzi: la prospettiva della fine intensifica la possibilità di reinventare la vita. Perché l’ha reso pubblico? Per non sentirsi sola e non far stare soli chi vive nella stessa condizione.
Michela ha protetto tutti fino alla fine. Persino nei suoi ultimi, dolorosissimi, atroci momenti, non ha voluto nemmeno per un attimo che qualcuno portasse su di sé la sua sofferenza, perché ci avrebbe potuto isolare, farci sentire impotenti. E lei è stata abile a non comunicarci il dolore delle sue scelte di lotta, delle sue scelte pubbliche che le fecero pagare un prezzo altissimo di sofferenza.
In questo Paese è stato possibile che si considerasse una scrittrice, un’intellettuale, un’attivista come rivale politica, una nemica politica. Ma tra chi ha potere e un intellettuale non c’è reciprocità: al contrario, c’è sproporzione. Un parlamentare ha l’immunità e un potere reale, ha il Parlamento stesso a proteggerlo, mentre l’intellettuale ha soltanto la propria voce: può offrirla o sottrarla. Non ha che le proprie parole e il suo corpo. Attaccare sistematicamente Michela aveva, e ha, il solo scopo di intimidire chiunque decida di esporsi. E vi hanno fatto credere, spargendo infamia, che fossimo noi a diffondere odio, noi che avevamo invece deciso, con fermezza, di reagire a tutto questo orrore.

Di fronte agli attacchi, lei era abilissima a ribaltare la questione: «Non sei contento?». «Ma in che senso contento? Questi ci stanno riversando tutti gli hater possibili...». «Beh, innanzitutto non sei solo: siamo io e te. Già in due ci smezziamo tutta la m***a, tutto l’orrore… E poi, lo vedi?, ci stanno venendo dietro: siamo noi a dettare l’agenda delle cose di cui parlare, perché il racconto della realtà stiamo riuscendo a farlo noi. Devi avere fiducia in chi legge: sa distinguere».
Michela ha saputo lottare e lottare significa avere sempre nuovi orizzonti di felicità. E lei sceglieva di prendere parte, perché il silenzio dinanzi all’orrore l’avrebbe resa infelice. Sapeva perfettamente che prima o poi avrebbe pagato un prezzo. Lo sapeva. Ma scegliere di battersi per i diritti, di smontare le menzogne, di parteggiare per percorsi politici giusti, era l’unico modo per sentirsi in asse con sé stessa. Il percorso di Michela è sempre andato nella direzione della libertà, di tutti, anche e soprattutto di chi viveva e pensava diversamente da lei, perché i diritti moltiplicano le libertà.
I diritti non impongono ad altri di agire. Permettono a chi vuole scegliere, semplicemente, di avere riconosciuta la possibilità di vita. Alla vita Michela ha dedicato ogni energia: «Perché strade sicure le fanno le persone che le attraversano, le case sicure le fanno le luci dentro accese, i Paesi sicuri li fanno i popoli che rispettano i diritti degli ultimi, e un mare è sicuro non quando un confine lo divide ma quando una nave lo attraversa da sola». Buona traversata, Michela mia.».

Lo ripostiamo integrale.
Per lei che andata via nella notte delle stelle.
Per lei che ci manca ogni giorno.
Per lei che non ha mai arretrato di un passo, con l’unica arma della parola in tasca.
Usata a volte come una lama sottile,
A volte come un’accetta,
A volte come una leva potente, come un grimaldello che scardina il piombo, l’oro e l’argento delle gabbie che ci hanno costruito intorno.

Grazie Michela.
Grazie sempre e per sempre di te.

🗣Le parole non servono solo a descrivere le persone. Custodiscono storie, aspettative, pregiudizi, libertà e cambiamenti...
11/08/2026

🗣Le parole non servono solo a descrivere le persone. Custodiscono storie, aspettative, pregiudizi, libertà e cambiamenti.

❓Come si dice “celibe” nel tuo dialetto, nella tua lingua materna o nel lessico della tua famiglia?

🔴Esiste una parola specifica? Un’espressione? Oppure non c’è un termine e si ricorre a un giro di parole?

✍Scrivetecelo nei commenti. Ci piacerebbe raccogliere le tante parole – e i tanti significati – che abitano le nostre lingue e raccontano il modo in cui le comunità hanno pensato, nominato o evitato di nominare chi non è sposato.

🙂“Celibe” è una delle 200 voci del "Succinto glossario del corpo, delle relazioni e dei desideri di Lunàdigas"

🔴 In campidanese si dice: bagadiu
🟠 In algherese: fadrì; fadrinet; fadrì gran; fadrì vel (in base all’età)
🟡 In gallurese: sultéri; vaggjanu
🟢 In logudorese: bagadiu; bajanu
🔵 In sassarese: vagiànu
🟣 In tabarchino: zónu

📚 Scopri il Succinto glossario del corpo, delle relazioni e dei desideri di Lunàdigas. Link: https://annotu.lunadigas.com/glossario/

🌜LUNÀDIGAS arriva al WAO Festival 🎥Ci sono docufilm che continuano a camminare, trovando ogni volta nuovi luoghi, nuovi ...
04/08/2026

🌜LUNÀDIGAS arriva al WAO Festival

🎥Ci sono docufilm che continuano a camminare, trovando ogni volta nuovi luoghi, nuovi sguardi, nuove domande.

Siamo felici che il docufilm "LUNÀDIGAS. Ovvero delle donne senza figli" attraversi un altro spazio pubblico, aperto e condiviso, entrando nella programmazione del WAO Festival.

📍 Domenica 16 agosto
🕙 Ore 22:00

🫂Portare questo documentario in un festival significa anche incontrare comunità nuove, creare occasioni di confronto al di fuori dei contesti abituali, continuare a far circolare una riflessione che riguarda la libertà di scegliere, gli immaginari e i modi di abitare la propria vita.

🔴Vi aspettiamo sotto il cielo del WAO Festival.

Indirizzo

Rome

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