Lunàdigas

Lunàdigas Le donne che scelgono di non avere figli sono oggetto di pregiudizi. Lunàdigas dà loro voce.

Sempre più donne occidentali scelgono di non avere figli.
È un mondo articolato e sconosciuto dal quale emergono ragioni e sentimenti inaspettati, sempre diversi per ogni singola donna. Le persone raccontano storie personali spiegando le ragioni intime di una scelta molto privata che descrive una condizione universale ricca di sfumature e vissuta in modo simile a tutte le latitudini. Il paesaggio

interiore di chi parla è illuminato da una luce tagliata, forte e netta. Questo è il senso metaforico di un argomento pieno di chiaroscuri che si sceglie – per contrasto – di illuminare con luci forti e molto nette. Ad aprire la strada le autrici, che qui si mettono in gioco con le loro storie personali.

🗣Che rapporto avete o avete avuto con vostra madre? Cosa avete ricevuto, rifiutato, trasformato nel vostro processo di a...
31/05/2026

🗣Che rapporto avete o avete avuto con vostra madre? Cosa avete ricevuto, rifiutato, trasformato nel vostro processo di autodeterminazione?

🔴"Mia madre" è uno dei percorsi tematici che abbiamo costruito per "Le Osmonaute" a partire dalle testimonianze dell’archivio Lunàdigas. Un attraversamento di ricordi, affetti, distanze, eredità e trasformazioni che raccontano la complessità del rapporto tra madri e figlie.

👨‍🚀Le Osmonaute è un progetto di condivisione e valorizzazione delle memorie audiovisive femminili, sviluppato da Regesta Exe a partire dagli archivi di Senza rossetto, Lunàdigas e Tutte a casa - Donne, Lavoro, Relazioni ai tempi del Covid-19. Esplora le rotte e i percorsi tematici sul portale: https://leosmonaute.org/percorsi/mia-madre/

Ci si stupisce, ci si allarma o si presenta un semplice dato di fatto?Il Messaggero pubblica questo post senza un artico...
30/05/2026

Ci si stupisce, ci si allarma o si presenta un semplice dato di fatto?
Il Messaggero pubblica questo post senza un articolo di supporto, così, de botto, senza senso.

E largo a chi grida irresponsabili egoisteeee, chi salverà le pensioni?
Dove finirà l’Occidente? Dove andremo a finire signora mia?

D’altronde si sa: i figli li facciamo o non li facciamo completamente da sole.
Siamo l’unico ago su questa bilancia.
Ah… no?

Lei scrive«Non ho avuto figli. E per molto tempo questa cosa è stata semplicemente una parte della mia vita, non una pos...
28/05/2026

Lei scrive
«Non ho avuto figli. E per molto tempo questa cosa è stata semplicemente una parte della mia vita, non una posizione ideologica né una ferita da esibire o nascondere agli altri.

Negli ultimi anni, però, mi capita sempre più spesso di pensare che sia stata una fortuna.

Faccio l’insegnante di scuola media e qualche giorno fa ho perso una scommessa con una collega. Io ero convinta che molte delle mie alunne usassero TikTok in modo relativamente innocuo.

Pensavo insomma ai balletti, ai trend, ai video sciocchi che fanno tutti gli adolescenti. E soprattutto ero convinta che almeno le più timide, le più chiuse, quelle che a scuola quasi non parlano, mantenessero una certa distanza da diversi tipi di esposizione.

Invece no.

Persino le più riservate. Persino quelle che arrossiscono se devono leggere ad alta voce. Persino quelle che sembrano ancora bambine.
Su TikTok si trasformano: Truccatissime, piene di filtri, con pose ammiccanti, espressioni adulte, corpi mostrati con una disinvoltura che a quell’età io non avevo visto nemmeno nelle ragazze molto più grandi di me.
(È la cosa che mi colpisce di più la “naturalezza”, il fatto che tutto questo sembri completamente normale!).

In classe di tutto questo non c’è traccia, non arriva nulla, come se fosse un mondo separato, con altre regole che se anche conoscessi, forse neppure capirei.
A scuola continuano a presentarsi come ragazzine silenziose, spesso fragili, ancora molto acerbe. E allora io mi chiedo dove avvenga davvero la loro educazione sentimentale, estetica, emotiva. Perché la sensazione è che la scuola ormai riesca a entrare solo in una piccola parte delle loro vite.

Io insegno arte e provo anche a fare educazione all’immagine. Parliamo di pubblicità, di rappresentazione del corpo, di filtri, di costruzione dello sguardo, di oggettificazione. Ci provo davvero. Ma ultimamente ho la sensazione che il linguaggio dei social arrivi molto prima, molto più forte e molto più in profondità di qualunque discorso possiamo fare noi adulti.

E allora sì: meno male che non ho avuto figli.

Non perché disprezzi i ragazzi e le ragazze di oggi, lavoro con loro ogni giorno e continuo a vedere in molti una sensibilità straordinaria, ma perché credo che crescere un figlio dentro questo livello di esposizione continua, di sessualizzazione precoce, di confronto permanente con immagini filtrate e costantemente performative, richieda una forza educativa che io sinceramente non so se avrei avuto.

La verità è che guardando queste ragazzine ho avuto per la prima volta la sensazione concreta di essere arrivata tardi. Tardi come insegnante, tardi come adulta, tardi perfino nel capire dove stia davvero crescendo questa generazione.

E mentre noi discutiamo ancora se i social siano “positivi o negativi”, loro hanno già imparato a guardarsi da fuori prima ancora di capire chi sono».



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💬 Le nascono in modi diversi: alcune sono scritte direttamente dalle loro autrici, altre ci vengono raccontate e le scriviamo con il consenso delle persone coinvolte.
Sono storie personali, con sguardi, esperienze e posizioni differenti. Le condividiamo non come verità assolute, ma come occasioni di confronto e riflessione.
Se vuoi raccontarci la tua storia, puoi scriverci qui o a [email protected]

Quella stessa politica che non smette di invocare la famiglia, continua a non garantire ciò che alle famiglie serve davv...
27/05/2026

Quella stessa politica che non smette di invocare la famiglia, continua a non garantire ciò che alle famiglie serve davvero: NIDI sufficienti, CONGEDI dignitosi, LAVORO stabile, una CULTURA della CURA condivisa.

In Italia una donna su quattro tra i 25 e i 34 anni dichiara di non avere condizioni lavorative adeguate per avere un figlio. Non è un dato sull’istinto materno. È un dato sul fallimento delle politiche pubbliche. La natalità non si sostiene con la retorica identitaria. Si sostiene costruendo le condizioni per cui scegliere di avere un figlio non significhi pagare un prezzo così alto. Senza queste condizioni, ogni richiamo alla famiglia resta quello che è: rumore.
*
Barbara Poggio è docente di Sociologia dei processi economici e lavoro all'Università di Trento. Prorettrice alle politiche di equità e diversità dello stesso ateneo.

● La maternità ha ancora un prezzo altissimo per le donne in termini economici e sociali.

Avere un figlio in Italia è ancora un rischio professionale che ricade quasi interamente sulle donne.

E la politica che invoca la famiglia non garantisce ciò che alle famiglie serve.

Il rapporto «Equilibriste» di Save The Children.

di Barbara Poggio
docente di Sociologia (Trento)
La 27a ora
Corriere della Sera
24 maggio 2026
***
Fate più figli. Ma arrangiatevi. È questo, al netto della retorica, il messaggio che lo Stato italiano manda alle donne da decenni. La famiglia è evocata come valore assoluto, la maternità come dovere civico, la natalità come emergenza nazionale.

Quando però si lascia il terreno degli slogan e si guardano i dati, emerge il quadro reale: avere un figlio in Italia è ancora un rischio professionale che ricade quasi interamente sulle donne.

L’undicesima edizione del rapporto «Le Equilibriste» di Save the Children mostra con chiarezza che in Italia la maternità ha ancora un prezzo altissimo, economico, professionale, sociale e a pagarlo, in modo sproporzionato, sono le donne.

Lo scarto di genere è netto.

Tra gli uomini, la paternità è associata a una maggiore occupazione: i padri lavorano di più dei coetanei senza figli. Per le donne accade l’esatto contrario.

La maternità non è una parentesi, ma ridefinisce le traiettorie professionali. Nel settore privato, una neomamma può perdere fino al 30% della retribuzione dopo il parto. Il peggioramento della condizione lavorativa delle madri non è un fenomeno isolato né transitorio: è una penalizzazione strutturale che quest’anno riguarda per la prima volta tutte le regioni italiane.

Tra le under 30 con figli, il quadro è ancora più critico: quasi sei su dieci sono inattive, non studiano, non lavorano, non seguono alcun percorso di formazione. Per i coetanei, invece, la paternità continua a tradursi in un vantaggio occupazionale.

E il congedo parentale? Su cento giornate, 85 le usano le madri, 15 i padri. La proposta di legge sul congedo paritario, quella che avrebbe potuto iniziare a riequilibrare la distribuzione del lavoro di cura, è stata bocciata pochi mesi fa.

Il divario con i Paesi più virtuosi è amplissimo: in Svezia esiste dal 1974 e prevede quote per ciascun genitore, chi non le usa, le perde.

Sempre e ancora equilibriste, dunque. Ma non per talento o vocazione. Per necessità: perché manca una rete di sostegno e perché il lavoro di cura continua a essere trattato come una responsabilità privata, non come una questione collettiva.

Quella stessa politica che non smette di invocare la famiglia, continua a non garantire ciò che alle famiglie serve davvero: NIDI sufficienti, CONGEDI dignitosi, LAVORO stabile, una CULTURA della CURA condivisa.

In Italia una donna su quattro tra i 25 e i 34 anni dichiara di non avere condizioni lavorative adeguate per avere un figlio. Non è un dato sull’istinto materno. È un dato sul fallimento delle politiche pubbliche. La natalità non si sostiene con la retorica identitaria. Si sostiene costruendo le condizioni per cui scegliere di avere un figlio non significhi pagare un prezzo così alto. Senza queste condizioni, ogni richiamo alla famiglia resta quello che è: rumore.
*
Barbara Poggio è docente di Sociologia dei processi economici e lavoro all'Università di Trento. Prorettrice alle politiche di equità e diversità dello stesso ateneo.

Oggi siamo a Roma 💕🟣Proiezione gratuita del film "Lunàdigas – Ovvero delle donne senza figli" al Nuovo Teatro Ateneo (Ro...
26/05/2026

Oggi siamo a Roma 💕

🟣Proiezione gratuita del film "Lunàdigas – Ovvero delle donne senza figli" al Nuovo Teatro Ateneo (Roma, Università La Sapienza) il 26 maggio alle ore 10.30.

Dopo la proiezione, seguirà un dialogo con Nicoletta Nesler, il collettivo Lunàdigas e alcune ospiti.

Si ringrazia: Associazione di Solidarietà "Sandro Mancini" - Sapienza Università di Roma

🌈Per le lunàdigas romane!🟣Proiezione gratuita del film "Lunàdigas – Ovvero delle donne senza figli" al Nuovo Teatro Aten...
25/05/2026

🌈Per le lunàdigas romane!

🟣Proiezione gratuita del film "Lunàdigas – Ovvero delle donne senza figli" al Nuovo Teatro Ateneo (Roma, Università La Sapienza) il 26 maggio alle ore 10.30.

🖌️"Lunàdigas è un film che nasce dall’ascolto e che all’ascolto ritorna. È un invito a fermarsi, a sospendere il giudizio, a riconoscere la dignità di percorsi di vita che non seguono il copione previsto. È un gesto politico e umano insieme, che restituisce visibilità a ciò che troppo spesso resta invisibile."

Dopo la proiezione, seguirà un dialogo con Nesler, il collettivo Lunàdigas e alcune ospiti.

❗️Attenzione: la proiezione è gratuita ma è necessario prenotarsi a questo link: https://bit.ly/proiezionelunadigas

Si ringrazia: Associazione di Solidarietà "Sandro Mancini" - Sapienza Università di Roma

Dodici anni dopo il primo cerchio registrato a Firenze, Lunàdigas torna a documentare un incontro raccogliendo testimoni...
23/05/2026

Dodici anni dopo il primo cerchio registrato a Firenze, Lunàdigas torna a documentare un incontro raccogliendo testimonianze sul rapporto con la maternità, tra desiderio, rifiuto e incertezza.

Con Il cerchio del Melograno – dodici anni dopo riaffiorano percorsi diversi, in cui la scelta di avere figli si intreccia al lavoro, alle relazioni, alle condizioni materiali della vita e ai cambiamenti che il tempo porta con sé. Un confronto aperto, plurale e non normativo sulla maternità, che affronta anche il tema della gestazione per altri, e che abbiamo pensato come un ponte che ci porterà fino al Pride.

Ma prima una data importante: Il 26 maggio alle 10 al teatro ateneo dell’Università La Sapienza proietteremo il film Lunàdigas, ovvero delle donne senza figli, dentro un incontro pubblico gratuito e aperto a tuttə a cui parteciperanno Nicoletta Nesler, Silvia Moretti e Daniela Travaglini del collettivo Lunàdigas.

Con lo sguardo sempre puntato verso i corpi, le relazioni e le forme contemporanee dell’affettività, continuiamo a creare luoghi in cui le persone, TUTTE, possano raccontarsi fuori dagli obblighi e dai ruoli imposti, al di là di definizioni strette e stringenti, di semplificazioni e (pre)giudizi.

Con questo spirito, Lunàdigas sarà tra le associazioni che organizzano la quinta edizione del SanLo Pride, il Pride diffuso e condiviso promosso dall’associazione Le Tre Ghinee nel quartiere San Lorenzo di Roma.

Quattro giorni di orgoglio, rivendicazioni e desideri per attraversare strade, piazze e spazi del quartiere dentro un festival autorganizzato, transfemminista e q***r che mette al centro corpi, relazioni, storie, resistenze e gioie delle soggettività marginalizzate.

Per l’occasione, sabato 13 e domenica 14 giugno dalle 17.30 alle 19.30, negli spazi di QUELLE, la sede di Lunàdigas a San Lorenzo, apriremo una nuova campagna di raccolta testimonianze dedicata ai temi della q***rness e delle identità, ai modi in cui scegliamo di amarci, di stare insieme in questo mondo, di costruire relazioni e comunità anche fuori da ciò che ci hanno sempre insegnato essere giusto, adeguato, addirittura naturale.

E, ancora prima della relazione, parliamo del rapporto tra corpi e potere con Claudia Mazzilli, che nella sezione Storie del sito di Lunàdigas legge Sociologia della maternità di Davide De Sanctis, Sara Fariello e Irene Strazzeri (Mimesis, 2020).

L’idea è continuare a diffondere e ad ascoltare storie di libertà, scoperta di sé, famiglie scelte e non imposte, desideri, trasformazioni, piccole e grandi resistenze quotidiane.

Con la gioia di esserci

Con la consapevolezza di ciò che abbiamo conquistato

Con la furia per quello che ancora non abbiamo ottenuto

Ma che ci prenderemo.

Senza paura, senza doverci nascondere o giustificare, raccontiamoci per difendere la possibilità di esistere pienamente, in ogni angolo del mondo, dentro la nostra pelle.

Ma prima una data importante: Il 26 maggio alle 10 al teatro ateneo dell’Università La Sapienza proietteremo il film Lunàdigas, ovvero delle donne senza

📢 Ogni anno Lunàdigas continua a raccogliere testimonianze, realizzare nuove riprese, tradurre, sottotitolare e archivia...
21/05/2026

📢 Ogni anno Lunàdigas continua a raccogliere testimonianze, realizzare nuove riprese, tradurre, sottotitolare e archiviare materiali, costruire incontri, proiezioni e progetti in Italia e all’estero.

Scegliere di destinare il proprio 5x1000 a Lunàdigas APS significa aiutarci concretamente a continuare questo lavoro.

Il vostro contributo servirà a:
✨ realizzare nuove riprese in diverse parti del mondo
✨ sottotitolare e archiviare le testimonianze
✨ tradurre le testimonianze internazionali in italiano e quelle italiane in inglese
✨ continuare a far circolare il film e i progetti di Lunàdigas in Italia e all’estero

Negli anni, attorno a Lunàdigas, si è costruito un movimento che continua a crescere e ad allargarsi: nuove testimonianze, nuovi incontri, nuove persone che si riconoscono in questo progetto.

Anche il 5x1000 è un modo per sostenerlo 💛

Grazie a chi lo fa già e a chi sceglierà di farlo.

✍️ 5x1000 a APS Lunàdigas
📌 C.F. 922 287 40 921

La violenza sulle donne storicamente ha molti volti. Quella ginecologica è forse una delle più sotterranee ma anche tra ...
14/05/2026

La violenza sulle donne storicamente ha molti volti.
Quella ginecologica è forse una delle più sotterranee ma anche tra le più pervasive.

Ti dicevano di chiudere la bocca e metterti a dieta.
Ti dicevano che i peli superflui erano sfiga, che l'umore a terra era stress, che i trenta chili presi respirando aria erano colpa della tua mancanza di forza di volontà. Ti prescrivevano la pillola, ti davano una pacca sulla spalla e ti mandavano a casa.

L'ovaio policistico. Quella croce silenziosa che ti porti dietro tu, o la tua compagna, o tua sorella. Da oggi non si chiama più così. Ora la chiamano "sindrome metabolica ovarica poliendocrina". È un approccio adesso sistemico, non solo ginecologico.
Sembra un c***o di scioglilingua da camice bianco, lo so.

Ma in realtà è un'ammissione di colpa.
Per decenni la scienza ha preso milioni di esseri umani e li ha ridotti a un paio di ovaie.

Il tuo corpo andava in tilt, l'insulina sballava, la tiroide impazziva, il metabolismo crollava, e loro dove guardavano? Lì in mezzo. Solo ed esclusivamente all'apparato riproduttivo.
Ti curavano il pezzo di ricambio. Come se fossi una fottuta Fiat Panda dal meccanico, non una persona complessa.
Oggi finalmente ammettono che il problema è sistemico. Che l'ovaio era solo la spia rossa del cruscotto, mentre il motore andava in fiamme.

Un incendio che però, fuori dai convegni medici, devi continuare a spegnerti da sola: pillola e integratori a prezzo pieno, perché per lo Stato non bruciare viva resta ancora un fottuto lusso privato.

Questo cambio di nome non ti ridarà indietro le lacrime davanti allo specchio. Non ti ridarà gli anni passati a sentirti sbagliata.

Ma oggi mette nero su bianco una dura, fottutissima verità.

Non eri tu a non saper fare la dieta.
Non eri tu a non avere forza di volontà.

Era il tuo corpo che urlava per intero. E loro, per tutto questo tempo, hanno continuato a guardare solo dal buco della serratura.

  Continuiamo a leggere proclami su proclami del tenore “si può essere anche madri di associazioni, di progetti, di idee...
10/05/2026


Continuiamo a leggere proclami su proclami del tenore “si può essere anche madri di associazioni, di progetti, di idee, per cui buona festa della mamma a tutt”… e basta!

Non se ne può più!

Ci verrebbe da dire: tenetevi e la vostra festa e lasciateci in pace, non provate a includerci nel discorso in tutti i modi perché noi, le Lunàdigas, le donne senza figli per scelta, da questo discorso abbiamo deciso consapevolmente di (auto)escluderci.

La capacità generativa, declinata nel senso di creazione artistica o eredità morale, ce l’abbiamo tutti noi esseri umani. Tutti, chi più chi meno, nessuno escluso.
Non abbiamo bisogno di ammantare questa potenzialità di femminino e di materno, ma soprattutto non abbiamo bisogno di sentirci madri di qualcosa qualunquessasia, per stare bene con noi stesse, per riappacificarci col nostro essere più profondo.

Tante di noi non hanno mai lottato contro il termine (concetto ed esperienza) “madre”, molte di noi ci hanno lottato e si sono riappacificate, ma la sostanza è che nessuna di noi che ha scelto di non essere madre sente il peso di questa scelta in termini di mancanza.

Non soffriamo di alcun senso di inferiorità e stiamo bene dentro la nostra “anomalia”.
Che anomalia in senso negativo diventa davvero ogni volta che qualcuno vuole ricondurci nel sentiero tranquillo e riappacificatore della maternità. Per sentirsi meglio rispetto alla nostra condizione – che evidentemente ancora in molti considerano come mancante o nel migliore dei casi “minore” – allora c’è bisogno di “aggiustarci”, di dare un’immagine di noi meno pericolosa e più consolatoria, per la serie “non sono madri di bambini, ma almeno possiedono anche loro un certo grado di senso materno”.

Magari qualcuna sì – più o meno, sempre in quanto esseri umani, siamo tutti portati all’accudimento – ma per tante altre no, e il volerci appiccicare addosso per forza e con voli pindarici astrusi sentimenti materni di qualunque genere, ci ricorda ancora una volta quanto la strada per la normalizzazione della scelta di non avere figli sia lunga e tortuosa.

E spesso questo tipo di narrazione che ci vuole tutte madri almeno un po’ – comprese le donne senza figli non per scelta, per cui la retorica di questo tipo può anche essere fonte di vera sofferenza – arriva anche da alcuni ambienti femministi, che confondono l’inclusione e l’essere unite nella stessa battaglia con il dover produrre contentini consolatori anche per chi, in definitiva, non ne ha alcun bisogno.

Ogni volta che si tenta di appiccicarci addosso questa giornata, si commette un errore ideologico. Pensateci invece per ciò che siamo, per la nostra scelta che non odora di assenza, di dolore, di peccato, di follia. La nostra scelta che è solo una possibile, ma merita di essere compresa nell’alveo di quella che chiamiamo “normalità”, senza se e senza ma, in tutti i giorni dell’anno.

Da parte nostra, noi siamo già al fianco delle madri, siamo unite nella lotta che vuole ognuna libera di esplorare il suo personale desiderio, con consapevolezza e responsabilità.

Lasciate noi libere di fare gli auguri alle nostre madri (chi ne ha motivo!), ma di non volerci chiamare madri a nostra volta, per qualsiasi motivo vi venga in mente.
Anche quando rivendichiamo la “maternità” di un’idea (ma solo perché paternità ci sembra improprio!), anche quando chiamiamo “bambini” i nostri animali.

Comprendiamo le differenze, credeteci.
Dunque, oggi e per sempre, non chiamateci madri.

Giusy Salvio - Lunàdiga

Indirizzo

Rome

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