03/05/2026
Al cinema il 4, 5 e 6 maggio, l’ultimo capolavoro di Stanley Kubrick.
"Eyes Wide Shut" ha segnato, per ragioni personali, un passaggio di vita significativo durante il soggiorno a Venezia nel lontano 1999: una prima esposizione a un immaginario erotico vissuto allora in modo diretto e non mediato, oltre alla prima, di fatto, partecipazione a latere al Festival del Lido.
Le aspettative nei confronti dell’ultimo, postumo lavoro di Stanley Kubrick erano forse troppo elevate; la visione al Palabiennale — unica disponibile all’epoca per il pubblico pagante non VIP — lasciò tuttavia una certa disapprovazione sul piano tecnico e logistico. Le condizioni non favorirono l’esperienza: una luminosità dell’immagine ridotta, una resa sonora limitata (un mono centrale che rimbombava in uno spazio troppo ampio) e una risposta della sala poco adeguata a restituire le intenzioni tecniche e note di proiezione dello stesso autore.
Anche il formato dell’immagine appariva penalizzato da una mascheratura discutibile (un formato amputato rispetto al full frame originale con proporzione 4:3), con la sensazione di un’inquadratura non perfettamente centrata o distribuita e non sempre a fuoco, soprattutto negli interni poco illuminati e post-prodotti. La proiezione tardiva, inoltre, impedì di assistere al finale, dovendo raggiungere l’ultimo vaporetto per la Giudecca.
Sul piano attoriale, Nicole Kidman splendeva per una capacità di distacco e controllo del personaggio, oltre che per una sorta di ipnosi nei primi piani, pochi in verità, quasi di hitchcockiana memoria; la statuaria bellezza di un corpo n**o ed eroticamente disinibito rispetto alla macchina da presa riempivano lo schermo; al contrario, Tom Cruise restituiva una presenza quasi ingombrante e indesiderata, rigida, trattenuta e fredda anche nel pianto (il vero punto in cui, anche in Barry Lyndon, resta tutt’oggi manchevole). La diatriba con dei giovani arroganti nella strada di New York di notte conferma il sospetto. Dal punto di vista registico, pur riconoscendo la firma di Kubrick, non tutte le scelte apparivano immediatamente persuasive e men che meno geniali, uso della steadycam compreso.
L’adattamento di Arthur Schnitzler sembrava muoversi più come ispirazione che come trasposizione, con uno spostamento in una New York moderna ricostruita in studio e illuminata da neon e luci natalizie, protagoniste nella creazione di atmosfere quasi oniriche e “over the rainbow” (citazione di un film che il regista pare non apprezzasse affatto).
La componente rituale e complottista — un’élite newyorkese impegnata in pratiche segrete — risultava talvolta forzata sul piano logico, quasi in contrasto con una dimensione erotica che, nell’esperienza, si manifesta spesso in forme più libere, meno codificate socialmente e lontane dal gioco subdolo del potere.
A distanza di anni, e di visioni successive, il film ha modificato il modo di intenderlo: meno per i singoli elementi, più come testamento artistico di un autore che sembra interrogarsi sulla fragilità delle relazioni borghesi e sulla tensione irrisolta tra desiderio e razionalità. In questo senso, la scelta di mantenere il sesso in una dimensione osservata, filtrata, quasi esterna, raccontata e mai vissuta fino in fondo dai personaggi, e riconducibile ad una forma di voyeurismo, denota un paradosso interessante.
Pur con questi limiti — anche legati al contesto e all’esperienza personale di prima visione (imprinting) — "Eyes Wide Shut" resta un’esperienza cinematografica che lavora per stratificazione e forse per una sorta di autocensura implicita dell’immagine: un attraversamento notturno dell’inconscio individuale, relazionale e collettivo, stante la struttura labirintica e spiazzante già formalizzata in "The Shining" (il contributo pare qui evidente). L’inquietudine nasce proprio dal contrasto tra superficie elegante e tensione sotterranea, tra controllo formale e deriva della narrazione fino a un finale stabilizzante, una quasi confessione liberatoria sul lettino dello psicanalista.
Tra i momenti più riusciti, almeno per la sensibilità di chi scrive, quello di sospensione momentanea delle tensioni, ossia la sequenza del ballo accompagnata da Frank Sinatra con le note di “Strangers in the Night”.
Resta, in definitiva, un film che continua a generare domande più che risposte e che, al di là del giudizio critico — comprendendo i dubbi della critica che all’epoca sollevò un polverone — si lega a un’esperienza anche personale capace di lasciare una traccia e una memoria duratura.
Saverio Corti