05/09/2026
Venezia 2026: il Cinema italiano oltre la propaganda e numeri che non tornano.
Roma, 05/09/2026 – Mentre alla Mostra del Cinema di Venezia, nello scenario patinato dell’Italian Pavilion, il Ministero della Cultura e la Direzione Generale Cinema e Audiovisivo presentano il consueto report raccontando un settore in perfetta salute e un’industria audiovisiva in crescita, come movimento di lavoratrici, lavoratori e maestranze sentiamo il dovere di smentire una narrazione trionfalistica che non ha alcuna aderenza con la realtà dei fatti. Non c’è davvero nulla da festeggiare. L’operazione di facciata del Ministero pecca di un’assoluta autoreferenzialità, utile solo a raccogliere applausi da passerella ma incapace di nascondere la polvere sotto il red carpet, fatta di tagli strutturali, precarietà dilagante e un totale vuoto di tutele sul lavoro.
I cosiddetti "tecnicismi correttivi" del Governo hanno paralizzato il settore per mesi, creando un’incertezza che le produzioni hanno scaricato interamente sulle maestranze. Questa cattiva gestione ha concentrato il lavoro in pochissimi mesi dell'anno, compromettendo la continuità occupazionale e la possibilità stessa di condurre una vita dignitosa. In questo quadro di incertezza e precarietà strutturale, la stessa contrattazione per il rinnovo del CCNL Troupe viene pesantemente condizionata e influenzata, traducendosi in ipotesi di sviluppo e proposte peggiorative del tutto inaccettabili per chi lavora davvero sul campo. La domanda fondamentale che le istituzioni continuano a ignorare resta sempre la stessa: che tipo di lavoro stanno finanziando i cittadini italiani con centinaia di milioni di euro di denaro pubblico?
Mentre il Governo e i media celebrano numeri e contributi statali che spesso non tornano nemmeno, chi lavora nel settore resta del tutto invisibile. I set sono diventati luoghi di gravissimo disagio e ricattabilità, tra orari massacranti, assenza di sicurezza e condizioni degradanti. Nei report del Ministero tutto questo scompare: non c'è un solo dato che valuti la qualità del lavoro o l'impatto sociale dei fondi pubblici, ignorando del tutto le condizioni di chi il cinema lo fa davvero. È una contraddizione inaccettabile: il successo di una politica culturale si misura dalla qualità del lavoro che genera, non dai fatturati. Se i fondi pubblici finanziano precarietà e mancanza di tutele, ad essere fallimentare è l'uso dei soldi dei cittadini. Chiediamo che ogni euro destinato al cinema sia vincolato al rispetto dei contratti e a controlli severi sulle condizioni dei lavoratori. Al cinema servono diritti e stabilità, non falsi trionfalismi.
Relativamente al dibattito sulla futura Legge Cinema, sorge spontaneo il dubbio che vi sia l’interesse di qualcuno a far sì che il testo non venga approvato, in modo da mantenere la stagnazione attuale e preservare rendite di posizione o privilegi consolidati. L’unica condizione degna di nota nata in questo contesto da una collaborazione tra tutte le parti politiche — di per sé già non facile — rischia così di essere compromessa. Proprio per questa ragione riteniamo che l’approvazione della legge sia oggi un passaggio fondamentale. Sebbene il testo abbia subito modifiche rispetto alla sua versione originaria, la sua struttura essenziale non è stata compromessa; soprattutto, conserva sia un margine di flessibilità indispensabile per essere perfezionato e migliorato nel tempo, rispondendo via via alle diverse esigenze che emergeranno nel settore, sia le condizioni necessarie per un reale riconoscimento della categoria e per un welfare davvero funzionante. Chiunque si opponga a questa opportunità dovrà assumersi la responsabilità politica e morale di fronte all’intero comparto e a chi ci lavora davvero.
Movimento