16/05/2026
IL MANIFESTO
Angelo Pasquini
Mario Canale, il potere dello humor
All’interno della mostra dedicata ad Andrea Pazienza, inaugurata qualche giorno fa al Maxxi di Roma, è esposto un piccolo ritratto dei «ragazzi del Male», i redattori del giornale di satira al quale Andrea in quegli anni dava il suo straordinario contributo. In quel gruppo di disegnatori, scrittori e grafici raffigurati da lui risalta la sagoma allampanata e il sorriso beffardo di un giovane a malapena trentenne, Mario Canale. Nella redazione del Male, Mario, era un ineguagliabile battutista, autore di fotoromanzi, titolare della rubrica della posta con lo pseudonimo di «professor Canaglio», e protagonista di imprese epiche, come quando, travestito da cosacco, cercò invano di far abbeverare il suo cavallo nella fontana di piazza san Pietro, ben cosciente che, secondo la nefasta profezia di Nostradamus, quel gesto avrebbe significato l’avverarsi della fine del mondo. Inoltre era un miniaturista della satira. Suoi personaggi erano un certo Quinto della Magliana che proponeva una vendita fine stagione di carri armati, il gallerista disperato per la morte di De Chirico che cercava falsi del Maestro da autenticare, un tizio che aveva perso nel Tevere il suo fucile da caccia agli elefanti. Erano alcuni dei suoi divertentissimi annunci economici che pubblicavamo nelle ultime pagine dei nostri falsi dei principali quotidiani.
A 19 anni Mario e io eravamo iscritti alla facoltà di Lettere; e in quel fatale ’68, ci eravamo ritrovati fianco a fianco nelle prime assemblee, nelle prime occupazioni, nei primi cortei, e un certo giorno a difendere la nostra facoltà dall’assalto dei fascisti. Avevo preso l’abitudine di accompagnarlo a casa con la mia Cinquecento. Non aveva la patente, ma, nonostante questo, un anno dopo guidava tranquillamente la macchina, e con grande perizia, cercando solo di stare alla larga da vigili urbani e carabinieri. Resta un mistero il fatto che uno come lui, abilissimo al volante, sia riuscito a superare l’esame di guida solo dopo una ventina d’anni.
Poi entrammo tutti e due in «Potere operaio» e ci ritrovammo davanti alle fabbriche. Nel rapporto col proletariato avevamo avuto due approcci diversi. Io, ex cattolico di sinistra, collaboravo al doposcuola nella baraccopoli dell’Acquedotto Felice, lui aveva frequentato i primi gruppi operaisti riuniti attorno alla rivista Classe operaia, ma anche, allo stesso tempo e con assiduità, le sale da gioco della periferia romana (era un abilissimo giocatore di biliardo e di flipper). In questo modo eravamo entrati in contatto con la «rude razza pagana», come la chiamava Mario Tronti, nostro mentore di allora. Qualche anno dopo uscimmo insieme da Potere Operaio quando l’organizzazione prese una piega meno operaista e troppo leninista, e per un po’ seguimmo strade diverse. Infine ci ritrovammo nel movimento del ’77, fondammo Zut, foglio estemporaneo che esercitava la parodia e predicava l’arte della falsificazione, che poi applicammo con successo nei quattro anni della breve epopea del Male.
Mario aveva un’ironia e un senso dell’umorismo speciali. Direi che fosse il suo modo naturale di esprimersi e di comunicare. Giocava con il mondo con leggerezza. Intratteneva gli interlocutori con grazia, e li divertiva anche quando li faceva sentire ridicoli.
Durante quel periodo il Male aveva attirato l’attenzione anche del mondo del cinema. Nacque il progetto di realizzare un film, e, scritto un primo trattamento, con Mario e altri redattori entrammo in contatto con registi e produttori. Ma probabilmente loro non erano le persone giuste per noi né noi le persone giuste per loro: era difficile incanalare la nostra satira e il nostro umorismo dentro un sistema che ancora sfruttava l’onda lunga della commedia all’italiana. Quello comunque fu per entrambi il primo passo di avvicinamento al cinema, la forma espressiva che avevamo sempre amato e desiderato praticare.
Di seguito Mario cominciò la sua attività di autore e regista all’interno delle rubriche televisive di cinema degli anni ottanta. Realizzazione di backstage, attività di intervistatore, e infine documentarista: è quello che ha fatto, con grande intelligenza, talento e successo, da allora in poi nel corso della sua vita professionale. I suoi interlocutori in questo enorme lavoro durato quarant’anni sono stati i grandi della storia del cinema italiano, e non solo: Sergio Leone, Marcello Mastroianni, Federico Fellini, Wim Wenders, Woody Allen, Bernardo Bertolucci, Ettore Scola, i fratelli Taviani, Ennio Morricone, Mario Monicelli, Michelangelo Antonioni, Marco Ferreri, Marco Bellocchio, Massimo Troisi, Nanni Moretti, Roberto Benigni, e tanti, tanti altri. Il complesso dei suoi documentari costituisce oggi il più grande archivio del cinema italiano degli ultimi quaranta anni, ma anche una lettura attenta, intelligente, curiosa, del costume sociale, culturale e politico di questo paese. Come rifletteva Mario in una sua recente intervista: chi lo vedrà più quello che ha visto lui, e documentato attraverso la sua telecamera?
Anche se aveva girato il mondo durante la sua lunga e febbrile attività, Roma era il suo posto, e di una certa Roma, – quella dei «movimenti» via via emergenti nel campo politico, dell’arte, del cinema, della vita vissuta – Mario Canale ha rappresentato in qualche modo il genius loci. E così col tempo ne è diventato il ritrattista, componendo con un mosaico di materiali, suoi e di repertorio, quella che forse è la sua opera più compiuta: il documentario Era Roma. Un affresco di un’epoca indimenticabile, quella tra gli anni sessanta e settanta, di una straordinaria ricchezza artistica, culturale, sociale.
All’attività professionale Mario ha sempre affiancato una presenza puntuale e di rilievo all’interno del dibattito pubblico della sinistra, in particolare nell’ambito della comunicazione, partecipando a diversi progetti che hanno cercato di aprire nuovi spazi all’informazione libera. Negli ultimi anni siamo tornato a lavorare insieme, abbiamo curato una mostra e un libro sugli anni del Male. Non un’operazione nostalgica, ma la testimonianza di un’epoca in cui la nostra satira per qualche tempo era quasi riuscita a diventare realtà.
Fino a poche settimane fa, prima che venisse a mancare, la sua voce sui social network era viva e vibrante, una forma di resistenza estrema alla fiction distopica nella quale siamo costretti a vivere.
Angelo Pasquini
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