Greg (Hot Chili, Reggio Emilia)

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17/02/2025

Ieri sera Lucio Corsi è andato a “Che tempo che fa” e ha dato una dimostrazione pratica e intellettuale del perché la sua canzone e il suo modo di intendere l’arte e la musica sono stati così amati.

E, che ci crediate o meno, non è per l’eccentricità e la retorica pigra del “genio e sregolatezza” fuori dal mondo che vorrebbero appiccicargli addosso. Anzi, semmai, il suo esatto contrario. Lucio Corsi ci ha dato una lezione molto più profonda e alla portata di tutti, in qualunque ambito: che anche il momento creativo più alto è fatto, come diceva Hemingway, all’1% di ispirazione e al 99% di traspirazione, cioè impegno, fatica, sacrifici, tecnica, metodo, che nel suo caso è un pianoforte.

C’è l’omaggio ai grandi che l’hanno preceduto, da Ivan Graziani a Dalla, a Paolo Conte. La paura come spinta all’arte. Lo stupore come slancio. La memoria delle cose inventate, da realismo magico. La timidezza con cui si schermisce davanti ai troppi complimenti.

E poi, dal nulla, perle di poesia come gli aironi “angeli custodi dei trattori”, e le televisioni del passato che erano spesse perché c’era più spazio per la fantasia.

In un tempo in cui siamo invasi da eghi strabordanti, violenza del gossip, faide per collane da 70mila euro, Lucio è un abbaglio improvviso, un alieno nella monocoltura musicale discografica italiana, un marziano umano troppo umano.

Facciamo che non passi con Sanremo, che ci ricorderemo di Lucio Corsi come artista, di cosa sia e cosa può essere davvero, ancora, un ARTISTA.
Di quanto ne avevamo bisogno, e forse non lo sapevamo.

29/08/2024

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26/12/2023

[ gli angeli di Natale, i più belli hanno perso le ali e non hanno volato più ]

Chesney Henry "Chet" Baker, Jr.

Yale, 23 dicembre 1929 – Amsterdam, 13 maggio 1988

La vita di un musicista è difficile, mi sentivo molto sotto pressione. Quando ti definiscono il trombettista jazz numero uno al mondo, com’è successo a me nel 1954/55, poi devi continuamente essere all’altezza di quel titolo. Sono al mondo per fare una cosa sola: musica. Solo suonare la tromba e cantare, questo è la mia vita fino a che non può respirare più. Era il 1957, avevo 27 anni quando ho cominciato a prendere droghe. L’eroina mi ha fatto precipitare sempre più in basso e sono finito anche in galera svariate volte. La morte non è la più grande perdita nella vita. La perdita più grande è quello che muore dentro di noi, mentre viviamo, quando rifiutiamo di affrontare i nostri demoni. Quando costruiamo muri invece che ponti, ci alieniamo, diventiamo estranei.

da una intervista RAI - 1980

§

Non affermeremo niente di nuovo nel dire che Chet incarnava il luogo comune di genio e sregolatezza, e non è stato né il primo né l'unico artista contemporaneo a "rappresentarsi" con un volto così multiforme. Una cosa è certa: in questo bailamme di mood e di pensieri nessuno potrà dire che egli sia stato incoerente con se stesso. Scostante sì, ma non incoerente.

Paolo Fresu

Dalla finestra del carcere si liberò qualcosa d’inatteso e struggente, un soffio dolce e straziante. Fu magia pura, ecco cosa era, l’unico suono magico e felice possibile. Era il suono di una tromba. La tromba di Chet. Come, infatti, scriveva Proust in “À la recherche du temps perdu” la bellezza di un suono non sta nella perfezione, ma nell’essere il suono dell’anima. E’ questo suono, che esprime perfettamente se stessi, che ogni strumentista deve cercare. E Chet ce l’aveva.

Enrico Rava

§

Fu una vita senza regole, quella di Chet Baker: il genio bellissimo e maledetto del jazz, l’uomo capace tanto di distruggere il proprio corpo con la schiavitù dall’eroina, quanto di far salire fino al cielo le note della sua tromba. E fu una vita tragica quella di Chet, conclusa il 13 maggio del 1988 con un volo da una finestra del Prins Hendrik Hotel di Amsterdam.

È un abisso pieno di luce. Bisogna chiudere gli occhi per non precipitarvi. Nessuno canta così puramente come coloro che si trovano nel più profondo inferno. - scriveva Franz Kafka. Ci si può mantenere puri anche sporcandosi di m***a e i demoni interiori come unica compagnia. Bastava guardare gli occhi di Chet. Il sorriso triste di quelle labbra spaccate dai pugni degli spacciatori. Le mani rovinate. La voce come il soffio di un sospiro. Quand'è che si incomincia a morire? Chet Baker cantava il dolore come solo Billie Holiday aveva saputo fare e sempre senza un soldo in tasca. Ma lui non ci faceva caso: "Morirò al verde - profetizzava - ed è giusto, perché è così che sono venuto al mondo". All’esterno del Prins Hendrik Hotel di Amsterdam c’è una targa che recita: Il trombettista e cantante Chet Baker morì in questo luogo il 13 maggio 1988. Egli vivrà nella sua musica per tutti quelli che vorranno ascoltarla e capirla.

08/11/2023

Due giganti della recitazione nella stessa foto:
Daniel Day-Lewis e Jack Nicholson

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