DeCamera - Boccaccio al tempo dei social

DeCamera - Boccaccio al tempo dei social Boccaccio al tempo dei social. Lavoro sui nuovi linguaggi che le tecnologie hanno fatto crescere in questi anni, modificando il modo di relazionarsi.

Dopo un anno di lavoro, il linker Io Non Parlo Sono Parlato, come ama definirsi, mette a punto la prima produzione nata da un network di artisti che insieme hanno lavorato per definire un nuovo modo di fare spettacolo, unendo competenze e percorsi, e mettendo a frutto collaborazioni. – Boccaccio al tempo dei social è la prima vera produzione del gruppo che, condotto da Igor Loddo, ha lav

orato per analizzare i nuovi linguaggi che le tecnologie hanno fatto nascere e crescere in questi anni, modificando il nostro modo di relazionarci e stare insieme. Network, Web, Internet. Sono le terminologie più utilizzate e ricorrenti in questi anni di evoluzione tecnologica. Quello che però il termine Internet indica davvero è una rete di collegamento globale, una rete di reti, che è divenuta un elemento strutturale della società, un fattore di profondo cambiamento che sostituisce in modo irreversibile la realtà, riformulando un linguaggio nuovo in grado di modificare la quotidianità (Mattioli, 2012). Questa capacità trasformativa del mezzo informatico e tecnologico, ha permesso di identificare una nuova generazione, definita dei nativi digitali, ovvero i ragazzi nati dopo il 1996 e cresciuti in un mondo di chat, videogiochi e sms. Questa generazione si contrappone a quella degli immigrati digitali (Tonioni, 2011), gli adulti di oggi, una generazione di transizione che si trova ad adattare gli strumenti tecnologici di comunicazione a degli schemi di realtà costruiti in un’epoca pre-digitale. Oggi milioni di giovani vivono nel mondo civilizzato, come prigionieri volontari chiusi nelle loro camere. Hanno interrotto ogni legame con il mondo, si sono rifugiati in un ritiro autistico. Così come ieri un gruppo di ragazzi si mascheravano dietro alle alte pareti di una villa, rifugio e nascondiglio che permetteva di raccontarsi le storie più sorprendenti e disinibite (da qui il titolo, , un omaggio al Decamerone di Boccaccio) oggi uno schermo ci protegge e ci fa assumere identità diverse, entrare in relazione con gli altri con la certezza di poter fare ciò che si desidera senza inibizioni. Boccaccio ci accompagna nella riflessione, ma si fa tramite per un percorso diverso, in un cui una donna racconta il suo conflitto, attraverso la commistione di linguaggi e l’uso di videoproiezioni in scena. La commistione di linguaggi, l’unione delle competenze, è infatti alla base del lavoro di Io Non Parlo sono Parlato, che coinvolge realtà e mondi apparentemente distanti tra loro, che invece sono perfettamente in grado di comunicare. Nello spettacolo, tra le altre cose, si utilizza anche un software che permette di studiare la variabilità della frequenza cardiaca, che si modella sulla base delle emozioni. Questo è possibile grazie alla collaborazione con il Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università degli Studi di Parma, grazie agli studi realizzati in termini di psicofisiologia clinica sulla Heart Rate Variability, HRV. Un modo nuovo e singolare di applicare la ricerca scientifica in un terreno che poco dialoga con lei, quello dell’arte, che invece avrebbe molto da dire. I video, che nascono da uno studio sull’olografia e interagiscono con i corpi delle attrici, sono anche video che raccontano gli adolescenti di oggi, con un’indagine che richiama echi pasoliniani, fatta direttamente sul campo. L’indagine ha coinvolto 30 ragazzi tra i 14 e i 23 anni, che hanno raccontato a loro modo cosa significa rivelarsi attraverso la foto di un profilo o un like messo ad arte, svelando un’abilità di racconto sorprendente, che ci mostra come, noi adulti, siamo ancora troppo antiquati per capire che saper formulare un concetto in 140 caratteri è semplicemente un modo di esprimersi, non un limite tecnologico. Lo storytelling è infatti uno stile di vita, che non ha nulla di nuovo rispetto al passato, perché l’uomo è un animale sociale che procede nella sua evoluzione proprio grazie alla sua innata facoltà di raccontare storie. E sono le storie quelle che ci consentono di entrare in relazione, le storie che raccontiamo agli altri e a noi stessi, le storie che riempiono le bacheche dei social network, attraverso le quali cerchiamo l’approvazione altrui, la compassione, la misericordia. L’uomo non è cambiato, resta un animale alla ricerca di approvazione, cambiano i modi, non la sostanza. Se un tempo questo era formulato con la spasmodica ricerca di un ruolo sociale, adesso abbiamo degli strumenti di comunicazione che ci aiutano a assumere un ruolo mediale, sul wall degli altri. Se non ci siamo, scompariamo. Se la nostra storia non è interessante, perdiamo follower. E siamo destinati a scomparire. Questo, il pensiero. Ma le conseguenze, quali sono? E’ davvero così? O c’è una speranza? Stiamo davvero tornando indietro o forse siamo uguali a prima e nei secoli dei secoli della nostra evoluzione abbiamo solo modificato il nostro modo di esprimerci, ma in fondo restiamo esseri umani, fragili e alla ricerca di senso?

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Milan

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