30/05/2017
Mi spiace tanto, Fattore Matusa.
Sarebbe bello riempirti di belle parole, ma non mi va.
Non voglio ricordarti per le giornate infernali di pura follia, per gli attimi in cui riuscivi a cambiare le partite, per tutte quelle volte in cui l’Italia intera parlava di te.
No, voglio ricordarti per la gente che dopo il gol del Carpi se ne è andata, a testa alta e col ‘vaffanculo’ fiero sulle labbra.
Voglio ricordarti per il nostro sportivissimo pubblico che a fine partita ha applaudito gli ospiti dicendo ‘onore a loro’.
Voglio ricordarti per gli spettatori della Scala di Milano che non hanno mai avuto la forza e la voglia di incitare sul calcio d’angolo e magari inveire con sincerità sulla rimessa altrui.
Voglio ricordarti per la marea di scienziati che si è fatta bella con te, senza mai amarti davvero.
Voglio ricordarti per la banalità di chi - noi in prima fila – ti ha vestito di un abito non tuo. Voglio ricordarti per chi, stupidi come noi, ha creduto di poter essere utile, nel suo piccolo, a riportare in auge un concetto ormai defunto, speranzosi che qualcuno potesse darci una mano nel dire la sua e contribuire, ma evidentemente è una cosa troppo impegnativa.
Un saluto caloroso e un abbraccio sincero, in ogni caso, vogliamo darlo a chi ha detto “quegli articoli non sono farina del loro sacco, se li fanno scrivere”. Dove l’invidia regna sovrana, d’altronde, non possono certo fiorire germogli di speranza.
Non mi interessa ricordarti con la tua foto più bella, perché di fulgida nostalgia vive chi non vuole guardare il domani, preferendo rifugiarsi nel passato piuttosto che affrontare a spallate un domani incerto dalla tinte lugubri. Il triste epilogo, ma il più giusto.
Hai fallito, Fattore Matusa, ma la colpa non è la tua.
Ho deciso che non voglio ricordarti, perchè in fin dei conti non ne sono degno. Nessuno lo è.
E di questo, ti prego, perdonaci. Ma ora che ci penso, a giochi fatti, ogni parola scritta risulta già inutile.
Vorrei tante, tante cose. O forse non voglio nulla… In fin dei conti non siamo mica a Hollywood, non deve esserci per forza un lieto fine.
Caro Matusa, questo non è un arrivederci. È un addio.