Tutte le recensioni del Leo

Tutte le recensioni del Leo Questa pagina è stata creata con l'intento di manifestare e condividere con voi tutto l'amore che nutro per il cinema.

Questa è la mia storia

"C'era una volta a... Fiesole" un ragazzo che scoprì "La grande bellezza" del cinema e ne rimase folgorato. Poi arrivò "La dolce vita" fiorentina e tra un Cuba libre e un Long Island non smise di andare al cinema assieme ad altri "Vitelloni". Esso si iscrisse anche alla "Scuola Nazionale di cinema indipendente" dove insieme ai suoi nuovi "Compagni di scuola" visionò innumer

evoli capolavori. Sì, sembrava proprio di essere al "Nuovo cinema Paradiso" di Tornatore. Questa "Folle passione" portò inoltre il ragazzo a divenire un accanito lettore di "Ciak" che compra regolarmente da anni. Il giovane ama in particolar modo Carlo Verdone, a suo parere è veramente un artista "Troppo forte"!. Sosterrà fino alla morte che guardare film è e sarà per sempre "Un sacco bello".

Una vita difficile - Il dopoguerra raccontato da Dino Risi."L'idealismo va benissimo, ma quando si avvicina alla realtà ...
02/06/2026

Una vita difficile - Il dopoguerra raccontato da Dino Risi.

"L'idealismo va benissimo, ma quando si avvicina alla realtà il suo costo diventa proibitivo."Il suddetto aforisma del compianto giornalista statunitense William Frank Buckley junior risulta essere fortemente pertinente col significato del film "Una vita difficile". L' opera in questione, diretta da Dino Risi, racconta le vicissitudini del giornalista romano Silvio Magnozzi (Alberto Sordi), un antifascista "convinto" che, dopo essere stato partigiano durante la seconda guerra mondiale, andrà a convivere con l'amata Elena (Lea Massari), una bellissima ragazza che l'aveva salvato precedentemente dalle grinfie di un soldato tedesco. Il romanzo autobiografico, intitolato appunto "Una vita difficile", che Magnozzi nel corso del film tenta invano di pubblicare, costituisce un vero e proprio espediente del quale Risi si serve per raccontare il dopoguerra italiano; in "Una vita difficile" infatti assistiamo a momenti cruciali che hanno segnato ineluttabilmente la storia del nostro paese. Si passerà infatti, nel corso della pellicola, dall'armistizio dell'8 settembre alla liberazione dell'Italia dall'occupazione nazista e dal regime fascista, passando per lo storico passaggio dalla monarchia alla repubblica e per il celebre attentato a Togliatti, fino ad arrivare al cosiddetto "Boom economico" che imperversò nella nostra pen*sola negli anni '60. Il regista di veri e propri capolavori come "Il sorpasso" e "I mostri" ci regala un personaggio indimenticabile che rasenta l'utopismo. Silvio Magnozzi infatti incarna un idealista convinto e incorruttibile che, nonostante tutte le avversità, rimarrà sempre fedele a se stesso e alle sue idee politiche. Pertinenti a tal proposito risultano essere le seguenti parole del celebre scrittore Alberto Moravia: "Non rinnegare mai a te stesso ciò per cui hai combattuto. La sconfitta non rende ingiusta una causa." Alberto Sordi, a differenza di tante altre volte, assieme al fido sceneggiatore Rodolfo Sonego, dà vita in questo caso ad un personaggio complessivamente positivo la cui unica "colpa" risiede nel non voler accettare compromessi. La sequenza in cui Magnozzi, dopo essere stato pubblicamente umiliato dal commendatore per cui lavora, con uno schiaffo lo fa volare in piscina è una delle più significative del cinema italiano e simboleggia la lotta di classe. Consiglio dunque spassionatamente la visione di questo vero e proprio capolavoro del cinema italiano che è stato inserito tra i 100 film italiani da salvare. Concludo ponendo a tutti i lettori il seguente quesito: "È meglio vivere una vita facile e fasulla, oppure è preferibile condurre un'esistenza autentica ma difficile?".

27/05/2026

Tantissimi auguri al regista premio Oscar Giuseppe Tornatore 👏🤩🎬🎥

Antartica - Quasi una fiaba - L'opera prima di Lucia Calamaro resta congelata.Non sono tanti in Italia i film che hanno ...
27/05/2026

Antartica - Quasi una fiaba - L'opera prima di Lucia Calamaro resta congelata.

Non sono tanti in Italia i film che hanno come protagonisti dei ricercatori scientifici. Una delle poche eccezioni è data dalla fortunata trilogia di "Smetto quando voglio". Ecco perché, sotto certi aspetti, "Antartica - Quasi una fiaba" appare fin da subito come un unicum nella cinematografia nostrana. Al suo esordio dietro la macchina da presa Lucia Calamaro decide di raccontare le vicissitudini di alcuni scienziati ubicati in una base di lavoro situata in Antartide. Qui i nostri, capitanati dal veterano Fulvio Cadorna (Silvio Orlando), tenteranno di fare delle scoperte volte a migliorare la qualità della vita dell'intera umanità. L'arrivo di Maria Medri (Barbara Ronchi), brillante ricercatrice dalla forte personalità nonché ex allieva di Fulvio, cambierà radicalmente l'equilibrio dei componenti del gruppo.
"Antartica - Quasi una fiaba" è, senza dubbio, un'opera prima ambiziosa e audace che prova, senza riuscirci, a raccontare il processo scientifico in modo tale da farlo comprendere facilmente alla massa. La Calamaro, coadiuvata in fase di sceneggiatura da Marco Pettenello, mette troppa carne al fuoco cadendo a più riprese nelle insidiose trappole della retorica e del didascalismo. Silvio Orlando e Barbara Ronchi, nei panni dei due personaggi principali offrono, come al solito, performance magistrali. Merito anche della tangibile alchimia che li lega. Ciò non basta però a salvare la pellicola. Per quanto riguarda gli altri componenti del cast Valentina Bellè appare eccessivamente forzata nei panni di questa ricercatrice nevrotica restia a sacrificare le "sue" amate tartarughe per il bene della scienza. Alcuni momenti che la vedono protagonista cadono involontariamente nel ridicolo. Gli altri personaggi invece, pur essendo interpretati da bravissimi attori, si rivelano troppo poco approfonditi per suscitare empatia nei confronti dello spettatore. Sono presenti in "Antartica - Quasi una fiaba" scene godibili ma, come già accennato in precedenza, a renderle tali è quasi unicamente lo smisurato talento di alcuni interpreti. Talune sequenze risultano addirittura avulse dall'organicità di una trama che presenta snodi narrativi davvero troppo improbabili per consentire al pubblico di sospendere l'incredulità. A funzionare maggiormente è invece l'aspra critica alle istituzioni, colpevoli, sia nel lungometraggio che nella realtà, di non finanziare sufficientemente un settore che meriterebbe maggiore sostentamento. Per quanto concerne l'ambientazione anche quest'ultima appare posticcia. Non sembra mai di essere realmente in Antartide. Su questo aspetto però la responsabilità è da attribuire quasi certamente ad una penuria di budget, problema che ultimamente si è pericolosamente ingigantito. Ogni riferimento all'esclusione del documentario di Giulio Regeni dai contributi del Ministero della Cultura non è puramente casuale.
Sotto certi aspetti "Antartica - Quasi una fiaba" si può anche considerare come una storia incentrata sull'amore filiale. Ed è proprio questo il problema principale del film, ovvero che tenta di imboccare più strade differenti allo scopo di accontentare tutti, finendo per ottenere l'effetto opposto. D'altronde, a posteriori, questo difetto lo si può riscontrare già dal titolo. Sarebbe stato più interessante infatti, da parte di Lucia Calamaro, realizzare una fiaba a trecentosessanta gradi piuttosto che un surrogato. Forse togliendo quel "quasi" sarebbe potuto essere un bellissimo film. Chissà.
Intanto attendiamo fiduciosi la seconda opera della Calamaro. Forse la talentuosa drammaturga romana si doveva solamente scaldare un po' di più. Sicuramente per farlo non ha scelto la location adeguata. Provaci ancora Lucia!

Amarga Navidad - Pedro Almodóvar si mette a n**o.A distanza di due anni dal fortunato excursus hollywoodiano de "La stan...
22/05/2026

Amarga Navidad - Pedro Almodóvar si mette a n**o.

A distanza di due anni dal fortunato excursus hollywoodiano de "La stanza accanto" Pedro Almodóvar torna nella "sua" Spagna per realizzare "Amarga Navidad", titolo che tradotto in lingua italiana significa "Natale Amaro". Il prolifico regista di "Donne sull'orlo di una crisi di nervi" e "Tutto su mia madre" in questa sua ultima fatica racconta parallelamente due storie. La prima è ambientata nel 2004 e vede come protagonista Elsa (Bárbara Lennie), una regista di spot pubblicitari che in passato ha girato due film di scarso successo commerciale. La donna da qualche tempo soffre di un'emicrania lancinante, tanto che una sera verrà portata dal rispettivo compagno all'ospedale. La seconda vicenda invece è incentrata su Raúl (Leonardo Sbaraglia), un regista cinematografico che sta scrivendo il suo nuovo film con l'ausilio del fidanzato Santi (Q**m Gutiérrez) e della fidata assistente Mónica (Aitana Sánchez-Gijón). Nel corso della vicenda scopriremo che Elsa in realtà è l'alter ego di Raúl, a sua volta alter ego dello stesso Almodóvar. Quest'ultimo, nonostante l'età, dimostra di non aver perso minimamente la voglia di "giocare" con il cinema. "Amarga Navidad" infatti è un lungometraggio metacinematografico a scatole cinesi in cui la realtà e la finzione si mescolano, fino ad arrivare ad un climax magistrale che conferisce un profondo significato a ciò che abbiamo visto in precedenza. Almodóvar qui fa la cosa più difficile di tutte, ovvero mettere in discussione se stesso. E riesce a farlo con autoironia, senza prendersi troppo sul serio. In "Amarga Navidad" di certo non mancano i topos dell'osannato autore spagnolo. Sono presenti infatti il melodramma, l'ironia a sfondo sessuale, la malattia, il rapporto con la madre e l'elaborazione del lutto. Per certi versi la pellicola in questione rievoca "8 e mezzo", capolavoro diretto da Federico Fellini in cui il protagonista Guido (un immenso Marcello Mastroianni) non riesce a trovare l'ispirazione per concepire una nuova opera. Per uscire da questo empasse deciderà di vampirizzare la sua vita privata, esattamente allo stesso modo di Raùl. Anche in "Dolor y gloria" Almodóvar metteva in scena un suo palese alter ego in crisi creativa ma questa volta lo fa con maggiore autocritica, finendo per mettersi totalmente a n**o di fronte allo spettatore. "Amarga Navidad" manifesta tutta l'impellente esigenza espressiva di un artista che, per sua stessa natura, non può fare altro che raccontare storie per sentirsi vivo. Anche a costo di ferire le persone che ama appropriandosi, senza consenso, della loro intimità. Pertinente a tal proposito risulta il seguente aforisma del celebre scrittore argentino Jorge Luis Borges: “Uno scrittore deve abbandonarsi al piacere di sognare, di scrivere; anche se ciò fosse imprudente. Però chissà che la massima felicità non sia la lettura.” Almodóvar con questo gioiellino ribadisce anche il potere catartico insito nell'arte. Non mancano inoltre le stoccate alle piattaforme e a tutti coloro che cercano di incasellare un prodotto artistico. Memorabile a tal proposito si rivela il dialogo in cui un personaggio del film spiega cosa significhi essere considerato un regista "di culto".
Merita inoltre una menzione a parte il cameo di Rossy de Palma, attrice feticcia di Almodóvar. Quest'ultimo dimostra ancora una volta di essere un "maestro" che non smetterà mai di insegnare a tutti noi cosa vuol dire fare del bel cinema. Cosa che, indubbiamente, contribuisce a renderci i Natali meno amari.

La balia - Bellocchio traspone sul grande schermo una novella di Luigi Pirandello."La balia" è un film del 1999 diretto ...
20/05/2026

La balia - Bellocchio traspone sul grande schermo una novella di Luigi Pirandello.

"La balia" è un film del 1999 diretto da Marco Bellocchio. Quest'ultimo decise di trarre liberamente spunto da una novella di Luigi Pirandello per portare sul grande schermo una storia ambientata nella Roma umbertina in cui una famiglia borghese assumerà una balia per allattare un neonato la cui madre prova nei suoi confronti sentimenti respingenti. "La balia" è un intenso dramma storico e psicologico che esplora efficacemente le dinamiche di classe, la maternità e la salute mentale sullo sfondo di insurrezioni politiche. Il versatile Fabrizio Bentivoglio qui interpreta magistralmente un celebre neuropsichiatra lavorando di sottrazione. Valeria Bruni Tedeschi invece si cala egregiamente nei panni di una donna nevrotica afflitta dalla depressione post-partum. D'altronde la pluripremiata attrice francese riesce spesso a dare il suo meglio nelle vesti di personaggi borderline. L' indimenticabile Beatrice Valdirana de "La pazza gioia", gioiellino diretto da Paolo Virzì, ne è una dimostrazione palese. Infine una straordinaria Maya Sansa ricopre il ruolo di una donna appartenente a un ceto sociale medio-basso. "La balia" include topos narrativi del pluripremiato regista piacentino come l'oppressione della famiglia borghese e il disturbo mentale. Due temi che Bellocchio ha affrontato brillantemente in opere come "I pugni in tasca" (la sua opera prima), "Matti da slegare" e "Salto nel vuoto", per citarne alcuni. "La balia" contrappone due realtà che sono agli antipodi giacché da una parte abbiamo la razionalità di due persone agiate e istruite mentre dall'altra si percepisce fortemente l'istinto passionale e ancestrale della balia. La pellicola in questione inoltre pone l'accento sull'emancipazione femminile, argomento oggi di grande attualità che ha ispirato la realizzazione di molti film negli ultimi anni. Il trionfo di "C'è ancora domani", esordio registico dell'eclettica Paola Cortellesi, ne è un esempio evidente.
Bellocchio inoltre, in questa sua trasposizione, riflette sull'importanza incontrovertibile della cultura nelle nostre vite. In particolar modo si sofferma sulla necessità che ha l'essere umano di poter scrivere ciò che ha nella mente e nel cuore. Pertinente a tal proposito risulta il seguente aforisma dell'indimenticato giornalista nonché politico italiano Antonio Gramsci: “La cultura è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità, e conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri.” Per quanto riguarda l'aspetto tecnico "La balia" predilige una fotografia dai toni spenti e dalle luci soffuse allo scopo di rappresentare visivamente i lati oscuri e l'inquietudine del periodo storico in cui si svolge il film. Scenograficamente invece si ricostruiscono ambienti claustrofobici e introspettivi, ponendo in contrasto la freddezza dell'ambiente altoborghese con l'istintività della balia.
In conclusione mi sento di affermare che "La balia" è un bellissimo film da riscoprire. Bellocchio, con l'ausilio di Daniela Ceselli in fase di sceneggiatura, invita tutti noi a prendersi maggiormente cura di noi stessi. Per farlo è necessario ascoltare i nostri bisogni più intimi e viscerali che spesso soffochiamo per adeguarci, nostro malgrado, ad assurde e pedanti aspettative sociali.

Il colibrì - Il Best seller di Sandro Veronesi diventa un film.A distanza di quattordici anni da "Caos calmo" un altro r...
13/05/2026

Il colibrì - Il Best seller di Sandro Veronesi diventa un film.

A distanza di quattordici anni da "Caos calmo" un altro romanzo scritto da Sandro Veronesi approda sul grande schermo."Il colibrì" è un dramma familiare di matrice scoliana che vede come protagonista Marco Carrera, un oculista di buona famiglia alle prese con un'esistenza tormentata.Nel corso della vicenda vedremo i personaggi che gravitano intorno alla sua vita. Ci sarà spazio per due genitori egoisti, una sorella depressa, un amico sui generis, uno psicanalista empatico, una moglie mentalmente labile, il grande amore della vita, una figlia, una nipote e tanti altri.Francesca Archibugi dirige con mestiere la pellicola in questione, dando a "Il colibrì" una struttura intrecciata, alla stregua di quella presente nel libro.Quest'opera affronta tematiche importanti come la depressione, il gioco d'azzardo e l'eutanasia. In una società frenetica come quella attuale stare fermi è un atto rivoluzionario. Per questo motivo Carrera lo si può definire come un antieroe moderno.Si lodano sempre le persone che partono verso nuovi lidi ma ci vuole coraggio anche a"restare", e Marco rimane sempre con le persone amate. Non fugge mai dinanzi alle proprie responsabilità.La regista di "Mignon è partita" e "Il nome del figlio" porta al cinema una storia universale in cui tutti noi ci possiamo riconoscere, in quanto gli uomini e le donne che popolano il lungometraggio sono fortemente ancorati alla realtà.L' Archibugi, a differenza di molti colleghi, non critica la borghesia bensì mostra allo spettatore che le avversità dell'esistenza sono democratiche e possono abbattersi su chiunque, indipendentemente dalla classe sociale a cui un individuo appartiene. "Il colibrì" annovera un cast d'eccezione. Favino nei panni di Carrera è come al solito straordinario. Il camaleontico attore romano offre una performance in sottrazione infondendo nel protagonista un'umanità a tratti struggente. Kasia Smutniak è bravissima nei panni di una donna borderline e regala un'interpretazione ricca di sfumature. La stessa Bérénice Bejo è perfetta nel ruolo di Luisa Lattes, il grande amore di Marco Carrera. Fotiní Peluso, dal canto suo, incarna divinamente Irene, la sorella depressa. Un personaggio questo veramente molto interessante. Irene in tutte le questioni che riguardano la famiglia è sempre quella più sensibile e intelligente. Si mette sistematicamente nei panni degli altri e questo la porta ad accollarsi un peso insostenibile.Completano il cast i talentuosi Laura Morante, Benedetta Porcaroli, Sergio Albelli e tanti altri. Un capitolo a parte lo meritano Nanni Moretti e Massimo Ceccherini. La recitazione naïf dei due costituisce la parte ironica del film e alleggerisce il peso emotivo presente nella pellicola."Il colibrì" è un palese inno alla resilienza. Pertinente a tal proposito risulta il seguente aforisma del noto scrittore italiano Beppe Severgnini: "Resilienza è la capacità di affrontare le avversità, di superarle e rimanere se stessi."Per certi versi quest'ultima fatica dell'Archibugi la si può definire come un thriller dei sentimenti costellato da molteplici colpi di scena.Consiglio dunque vivamente di guardare un'opera che toccherà le corde più profonde della vostra anima. La pellicola ricorda allo spettatore che la vita è degna di essere vissuta quando si tenta con tutte le forze di riempire il vuoto che alberga dentro di noi.

08/05/2026

Il cinema non si è scordato di lui! ❤️

Antonio Spoletini Premi David di Donatello

La fiera delle illusioni - L'elegante noir ante litteram di Guillermo del Toro.Guillermo del Toro è attualmente uno dei ...
08/05/2026

La fiera delle illusioni - L'elegante noir ante litteram di Guillermo del Toro.

Guillermo del Toro è attualmente uno dei registi più quotati del panorama cinematografico internazionale.
Nel corso della sua lungimirante carriera esso si è cimentato trionfalmente con il genere dark fantasy attraverso pellicole memorabili come "La spina del diavolo", "Il labirinto del fauno" e il più recente "Frankenstein", nuovo adattamento dell'immortale capolavoro letterario scritto da Mary Shelley.
Inoltre Del Toro, da sempre affascinato dai mostri e dal cattolicesimo, ha realizzato mirabilmente film d'azione dallo stampo supereroistico del calibro di "Hellboy" e "Pacific Rim".
Il 2017 è stato l'anno della consacrazione per il pluripremiato regista messicano in quanto il suo film "La forma dell'acqua" si è aggiudicato due premi Oscar rispettivamente per il miglior film e per la miglior regia.
Nel 2022 è tornato in p***a magna sul grande schermo con "La fiera delle illusioni", un elegante noir ante litteram interpretato da un cast stellare.
Il film vede come protagonista Stanton (Bradley Cooper), un indigente giostraio che, per merito del proprio talento e della propria ambizione, diventerà un mentalista di successo.
Fino a che conoscerà Lilith (Cate Blanchett), una psichiatra che si rivelerà essere più abile di Stanton nel manipolare la mente delle persone.
In questa sua opera, ambientata a cavallo tra la prima e la seconda guerra mondiale, Del Toro mette in atto una feroce critica atavica alla speculazione delle disgrazie altrui, fenomeno che nella società odierna si manifesta nella cosiddetta "TV del dolore" e nelle fake news presenti nel web.
"La fiera delle illusioni" è finora la pellicola più realistica di Del Toro. Quest'ultimo non rinuncia però ai topos cinematografici che da sempre lo contraddistinguono.
Un esempio eloquente è l'inserimento di elementi freak nell'opera, da sempre marchio di fabbrica del regista messicano.
"La fiera delle illusioni" è l'adattamento cinematografico del romanzo del 1946 "Nightmare Alley" scritto da William Lindsay Gresham, già portato sul grande schermo nel lontano 1947.
Metaforicamente il film in questione lo si può paragonare ad un limbo di orrore e inquietudine che prelude il secondo conflitto bellico.
Bradley Cooper regala al pubblico una delle interpretazioni migliori della sua gloriosa carriera, dando voce e corpo ad un individuo accecato dalla sua sfrenata ambizione. La divina Cate Blanchett è, come al solito, magistrale nei panni di una seducente ed algida psichiatra che farà letteralmente perdere la testa all'aitante Stanton.
Rooney Mara dal canto suo è perfetta nel ruolo di una giovane donna remissiva che nel corso della vicenda troverà la forza di ribellarsi.
Meritevoli di essere menzionati risultano essere inoltre i bravissimi Toni Collette, Willem Dafoe, David Strathairn e Ron Perlman, attore feticcio di Del Toro.
Ne "La fiera delle illusioni" nessun personaggio è totalmente innocente in quanto la natura umana stessa non è votata alla bontà assoluta. Del Toro da sempre tende a mettere in risalto questa verità comunicando intrinsecamente allo spettatore che i veri mostri dei suoi film sono in realtà gli esseri umani.
Alla luce di questa mia analisi consiglio spassionatamente a tutti di godersi quest'opera Dostoevskijana che rievoca il "Crimson peak" dello stesso Del Toro e l'intramontabile "The Elephant Man" di David Lynch.
È proprio vero, guardandola da un certo punto di vista, la vita somiglia proprio ad una gigantesca "Fiera delle illusioni".

03/05/2026
Nel tepore del ballo - Pupi Avati torna al cinema intimista.A due anni di distanza da "L'orto americano" il prolifico Pu...
01/05/2026

Nel tepore del ballo - Pupi Avati torna al cinema intimista.

A due anni di distanza da "L'orto americano" il prolifico Pupi Avati torna dietro la macchina da presa per realizzare "Nel tepore del ballo". L'ultima fatica dell' instancabile regista bolognese ha come protagonista Gianni Riccio (Massimo Ghini), un noto conduttore televisivo che, dopo un'infanzia difficile, è riuscito a raggiungere il tanto agognato successo. Tutto verrà però messo in discussione da un arresto fatto ai suoi danni in seguito ad uno scandalo finanziario che lo ha visto coinvolto. Dopo l'incursione nell' horror Pupi Avati, da sempre abile nel passare da un genere all'altro, torna a dirigere un film intimista intriso di amarezza. "Nel tepore del ballo" inoltre mette efficacemente alla berlina la cosiddetta TV "del dolore". A tal proposito una straordinaria Giuliana De Sio interpreta una presentatrice chiamata ironicamente "la morta" che, per fare ascolti, mercifica la sofferenza privata. Ogni riferimento a volti noti del palinsesto televisivo pomeridiano di qualche tempo fa non è casuale. Avati mostra allo spettatore tutta la falsità e lo squallore di una parte del mondo dello spettacolo. Quando il protagonista comincerà la sua parabola discendente infatti non verrà chiamato da nessuno. Tornando nel suo paese natìo per motivi legati alla pena da scontare però Riccio ritroverà affetti che lo riporteranno ad una certa autenticità. Rincontrerà infatti la sua ex moglie Clara (Isabella Ferrari), l'amata Zia (Lina Sastri) che l'ha cresciuto e un antico rivale in amore, incarnato da Pino Quartullo. Ghini lavora di sottrazione offrendo una performance intensa, la Ferrari infonde nel suo personaggio tutta la dolcezza e l'ingenuità di cui necessitava mentre la De Sio si serve di una recitazione "overacting" per calarsi nel ruolo di questa conduttrice priva di scrupoli. Completano il cast Sebastiano Somma, Raoul Bova e Jerry Calà, impiegato in un cameo che lascia il segno. "Nel tepore del ballo" include allegorie molto efficaci. Una di queste si paleserà quando a Gianni Riccio, facendosi la doccia in carcere, andrà via l'intera tinta dei capelli. In quel momento infatti è come se il protagonista si togliesse ogni sovrastruttura, abbandonando definitivamente la maschera necessaria ad affrontare lo "show business". Un' altra figura retorica corrisponde al freddo improvviso e apparentemente ingiustificato avvertito da Gianni dopo essere stato arrestato. Non si tratta di una sensazione fisica bensì di un congelamento dell'anima che va a minare la presunta pace interiore di Riccio. "Nel tepore del ballo" è, sotto certi aspetti, un'opera autobiografica "essenziale" poiché racconta, senza tanti fronzoli, il secondo tempo di un uomo che, giunto ad una certa età, si rinnamorerà. Fatto accaduto realmente ad Avati. Quest'ultimo infatti ha dichiarato pubblicamente di essere tornato a provare intensamente questo sentimento per la moglie in età avanzata. Il regista di "Regalo di Natale" e "Il papà di Giovanna" con questa sua ultima perla è come se volesse comunicarci che, al di là di tutto, ogni essere umano, nel corso della propria esistenza, in età giovanile riscontrerà quel tepore di cui ha bisogno per essere sereno in un ballo con l'amore della propria vita mentre da anziano troverà conforto nella voce della mamma.

Indirizzo

Via Bastianini N. 11
Florence
50014

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