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Tutte le recensioni del Leo Questa pagina è stata creata con l'intento di manifestare e condividere con voi tutto l'amore che nutro per il cinema.

Questa è la mia storia

"C'era una volta a... Fiesole" un ragazzo che scoprì "La grande bellezza" del cinema e ne rimase folgorato. Poi arrivò "La dolce vita" fiorentina e tra un Cuba libre e un Long Island non smise di andare al cinema assieme ad altri "Vitelloni". Esso si iscrisse anche alla "Scuola Nazionale di cinema indipendente" dove insieme ai suoi nuovi "Compagni di scuola" visionò innumerevoli capolavori. Sì, sembrava proprio di essere al "Nuovo cinema Paradiso" di Tornatore. Questa "Folle passione" portò inoltre il ragazzo a divenire un accanito lettore di "Ciak" che compra regolarmente da anni. Il giovane ama in particolar modo Carlo Verdone, a suo parere è veramente un artista "Troppo forte"!. Sosterrà fino alla morte che guardare film è e sarà per sempre "Un sacco bello".

Se ami qualcuno dillo – Marco Bonini racconta la forza della vulnerabilità.Si può imparare ad amare quando si smette di ...
17/10/2026

Se ami qualcuno dillo – Marco Bonini racconta la forza della vulnerabilità.

Si può imparare ad amare quando si smette di avere paura delle proprie emozioni? È la domanda al centro di "Se ami qualcuno dillo", esordio dietro la macchina da presa di Marco Bonini, nelle sale dal 16 ottobre 2026. Attraverso i toni della commedia, il film, tratto dall'omonimo romanzo scritto dal regista,
mette in discussione un modello di mascolinità fondato sull'autorità e sul controllo, mostrando le conseguenze di un'educazione sentimentale che insegna agli uomini a reprimere ciò che provano anziché comprenderlo.
Sergio (Edoardo Leo) è un uomo adulto che, dopo essere stato in coma, si risveglia con una consapevolezza simile a quella di un bambino. Prima del malore era autoritario, infedele e incapace di costruire relazioni autentiche. Ora deve confrontarsi con le persone che ha ferito: la compagna Gabriella (Claudia Gerini), l'ex moglie Alba (Giovanna Mezzogiorno) e il figlio Giulio (Biagio Venditti).
La malattia lo costringe a ripartire da zero, mettendo in crisi le certezze sulle quali ha costruito la propria identità. Sergio incarna una mascolinità che confonde la forza con il dominio e considera l'espressione dei sentimenti una perdita di autorità. Sa imporre la propria volontà, ma non è in grado di ascoltare; pretende di essere amato, senza aver imparato davvero a prendersi cura degli altri.
La regressione del protagonista diventa così una metafora della possibilità di disimparare comportamenti radicati e sviluppare una nuova consapevolezza emotiva. Attraverso situazioni tragicomiche, Sergio sperimenta un modo diverso di stare al mondo, imparando ad ascoltare, a esprimere ciò che prova e ad accettare i propri limiti. La sua evoluzione suggerisce che la maturità non consiste nel mantenere sempre il controllo, ma nel riconoscere le proprie fragilità e affrontarle senza vergogna.
Sul piano interpretativo, Edoardo Leo convince nel passaggio dall'arroganza allo smarrimento, alternando ironia e intensità emotiva. Claudia Gerini e Giovanna Mezzogiorno danno spessore a Gabriella e Alba, restituendo con sensibilità le ferite e le contraddizioni dei loro personaggi. Biagio Venditti valorizza infine il rapporto padre-figlio, contribuendo all'autenticità del racconto.
Sul piano tecnico, la sfida della regia di Bonini consiste nel tradurre questa trasformazione interiore in un linguaggio visivo e ritmico. Il contrasto tra il corpo adulto di Sergio e i suoi comportamenti infantili offre la possibilità di alternare inquadrature più ampie, che ne evidenziano la goffaggine e il rapporto con lo spazio, a primi piani capaci di coglierne lo smarrimento e le reazioni emotive. Anche il montaggio assume un ruolo importante nell'equilibrio tra commedia e dramma: il ritmo serrato valorizza le situazioni paradossali. La fotografia e la composizione dell'immagine accompagnano il passaggio dall'esteriorità del personaggio a una dimensione più intima, senza trasformare la sua rinascita in una soluzione semplicistica.
L'ironia funge da detonatore: Bonini smonta le certezze del protagonista, rendendo visibile la distanza tra l'età anagrafica e una maturità affettiva mai raggiunta. La comicità, tuttavia, non sminuisce le conseguenze delle sue azioni: il cambiamento personale deve misurarsi con il dolore provocato e con la difficoltà di ricostruire rapporti compromessi.
Gabriella e Alba non sono semplici strumenti della sua redenzione, ma donne segnate dalle sue scelte, libere di decidere se concedergli una seconda possibilità. Il loro ruolo ricorda che il perdono non può essere preteso. Anche il rapporto con Giulio porta la vicenda sul terreno della responsabilità genitoriale: essere padre significa esserci, ascoltare e costruire un legame che non si fondi soltanto sull'autorità.
Il titolo "Se ami qualcuno dillo" racchiude il senso del percorso di Sergio. Esprimere i sentimenti è un primo passo, ma le parole devono tradursi in ascolto, rispetto e presenza. Amare significa riconoscere l'autonomia dell'altro e assumersi la responsabilità delle proprie azioni, senza aspettarsi che una dichiarazione o un pentimento siano sufficienti a riparare le ferite.
Sceneggiato da Francesco Bruni e dallo stesso Marco Bonini, "Se ami qualcuno dillo" è un dramedy autobiografico che intreccia complesse dinamiche familiari e seconde possibilità. Il percorso di Sergio ricorda che riconoscere i propri errori è soltanto l'inizio: ricostruire un rapporto richiede tempo, rispetto e la disponibilità ad accettare le decisioni altrui. Perché amare non significa pretendere di essere perdonati, ma imparare a esserci davvero, senza possedere né controllare chi ci sta accanto.

Sotto a chi tocca – Il vero fallimento consiste nel tradire sé stessi.In "Sotto a chi tocca" Giorgio Pasotti trasforma u...
13/10/2026

Sotto a chi tocca – Il vero fallimento consiste nel tradire sé stessi.

In "Sotto a chi tocca" Giorgio Pasotti trasforma un colloquio di lavoro in un’arena claustrofobica dove ambizione, paura e istinto di sopravvivenza mettono a n**o il rapporto tra identità professionale e vita privata. Uscito di recente nelle sale italiane, il film oscilla tra commedia amara e thriller psicologico per raccontare una società in cui la competizione invade ogni spazio dell’esistenza, trasformando colleghi e potenziali alleati in avversari da "abbattere".
Pasotti firma la sceneggiatura insieme a Federico Baccomo, traendo liberamente spunto da "Il metodo Grönholm", nota commedia teatrale di Jordi Galceran. Dopo "Io, Arlecchino" (2015), realizzato con Matteo Bini, e "Abbi fede" (2020), il regista conferma ancora una volta di nutrire un particolare interesse nei confronti dei personaggi sospesi tra fragilità individuale e pressioni sociali. Questa terza prova rivela una maggiore sicurezza nella gestione del cast corale e nella costruzione della tensione, affidata soprattutto alle dinamiche psicologiche e ai rapporti di forza.
Negli uffici di una prestigiosa multinazionale sei professionisti si contendono un incarico dirigenziale. L’assenza del selezionatore e le istruzioni impartite a distanza trasformano la selezione in un esperimento crudele: i candidati devono giudicarsi, smascherarsi e sfruttare le debolezze reciproche. Ogni prova incrina le alleanze, alimenta il sospetto e rende sempre più labile il confine tra strategia e spietatezza.
Il cuore del film sta nel contrasto tra la sfera privata e quella professionale. Fuori dalla competizione, i protagonisti sono persone capaci di sincerità, affetto e comprensione: riconoscono le proprie fragilità, esprimono emozioni e instaurano rapporti autentici. In ufficio, invece, queste qualità sembrano trasformarsi in ostacoli. La necessità di prevalere li spinge a manipolare, umiliare e colpire gli avversari senza esitazione. La stessa persona che nella vita privata sa essere umana, sul lavoro può diventare un mostro pur di conquistare il posto. La gentilezza cede il passo al calcolo, la fiducia diventa un rischio e la debolezza altrui un’occasione da sfruttare.
Pasotti non racconta soltanto individui ambiziosi, ma persone disposte a rinnegare i propri valori quando la posta in gioco diventa il successo professionale. Il colloquio si trasforma in una zona franca in cui ogni comportamento sembra giustificabile, purché conduca al risultato desiderato. La competenza passa in secondo piano, mentre la capacità di resistere agli attacchi e manipolare gli altri diventa una misura del valore individuale. La domanda è inevitabile: quanto siamo disposti a sacrificare di noi stessi per ottenere il riconoscimento altrui?
Pasotti interpreta Fernando Porta e divide la scena con Giovanna Mezzogiorno, Rocco Papaleo, Stefano Fresi, Giacomo Giorgio, Linda Messerklinger e Claudia Tosoni. Il cast restituisce efficacemente gli equilibri instabili del gruppo, alternando razionalità, seduzione, fragilità e improvvise prove di forza. Le interpretazioni rendono credibile la progressiva degenerazione dei rapporti, mostrando come la paura del fallimento possa soffocare l’empatia e trasformarsi in aggressività.
La scelta di concentrare l’azione in uno spazio chiuso è una delle risorse principali del film. La sala riunioni diventa una prigione psicologica, in cui sguardi, silenzi e distanze assumono un peso decisivo. La fotografia di Pasquale Remia e il montaggio di Morena Terranova mantengono dinamico un racconto circoscritto.
Sul piano tematico, "Sotto a chi tocca" richiama una lezione pirandelliana: per ottenere riconoscimento, gli individui finiscono per confondere il ruolo sociale con la propria identità. La professionalità diventa una recita e la collaborazione una tattica, mentre la paura di apparire inadeguati alimenta comportamenti sempre più spietati. Il film denuncia una cultura della prestazione che, oltre a spingere gli individui ad agire senza scrupoli, pretende di misurare tutto, persino il valore umano.
"Sotto a chi tocca" è un’opera solida e ben recitata, capace di unire tensione, ironia amara e osservazione sociale. La sua forza sta nel mostrare come un ambiente competitivo possa alterare i rapporti e spingere le persone ad andare contro i propri princìpi. Pasotti costruisce una riflessione incisiva sul prezzo dell’ambizione.
Perché il vero fallimento non è perdere il posto, ma vincerlo diventando qualcuno che, fuori dall’ufficio, non vorremmo mai essere.

Matilda (De Angelis) 6 mitica!
10/10/2026

Matilda (De Angelis) 6 mitica!

L'estranea – L'inquietante spirale faustiana di Paolo Strippoli.A distanza di appena un anno da "La valle dei sorrisi", ...
09/10/2026

L'estranea – L'inquietante spirale faustiana di Paolo Strippoli.

A distanza di appena un anno da "La valle dei sorrisi", Paolo Strippoli torna dietro la macchina da presa con "L'estranea", quarto lungometraggio di un percorso cinematografico votato al genere horror in cui il talentuoso regista pugliese ha progressivamente indagato sulle paure più profonde dell'animo umano. il regista di "A classic horror story" e "Piove" in questa sua ultima fatica, pur conservando una forte componente orrorifica, si muove abilmente anche tra il thriller psicologico e il melodramma familiare.
La vicenda prende avvio quando Anna (Jasmine Trinca) si presenta improvvisamente a casa della figlia Alice (Romana Maggiora Vergano), portando con sé una verità custodita per vent'anni. Quando Alice era ancora bambina, infatti, Anna avrebbe stretto un patto con una misteriosa donna (Valeria Bruni Tedeschi), nel disperato tentativo di salvarle la vita dopo un grave incidente. Una scelta dettata dall'amore materno che, con il passare degli anni, finirà tuttavia per condizionare l'esistenza della figlia.
Passato e presente si rincorrono continuamente, mentre ogni tentativo di rimediare a un errore sembra generare nuove conseguenze. L'orrore non proviene quindi soltanto dal soprannaturale, ma si insinua tra le mura domestiche, proprio nel luogo che dovrebbe rappresentare protezione e sicurezza.
Uno degli aspetti più interessanti de "L'estranea" riguarda il rapporto tra Anna e Alice. Il tema della tossicità materna viene affrontato senza trasformare Anna nel prototipo della madre negativa. La sua colpa nasce, paradossalmente, dall'amore e dalla paura di perdere la propria figlia. Anna non riesce ad accettare che proteggerla significhi anche lasciarle la libertà di scegliere.
La maternità assume così una duplice valenza: è rifugio e prigione. Anna è disposta a tutto pur di salvare Alice, ma proprio quel “tutto” rappresenta il punto di rottura. Il suo istinto protettivo oltrepassa progressivamente i confini dell'affetto, arrivando a condizionare la libertà e l'identità della figlia.
Straordinaria Jasmine Trinca, che restituisce ad Anna le sfumature di una donna sospesa tra amore, senso di colpa, paura e ossessione. L'attrice evita di rendere il personaggio facilmente giudicabile, mostrando invece la complessità di una madre che, nel tentativo disperato di evitare la sofferenza alla propria figlia, finisce inconsapevolmente per alimentarla.
Convincente risulta anche la prova di una sempre più brava Romana Maggiora Vergano, qui chiamata ad interpretare una giovane donna costretta a mettere in discussione il rapporto con la madre e, soprattutto, la propria identità. La scoperta del segreto familiare diventa per lei una sorta di seconda nascita: deve comprendere quanto della propria esistenza sia realmente frutto delle sue scelte e quanto sia stato invece condizionato da chi le è stato accanto.
Valeria Bruni Tedeschi conferisce infine al suo personaggio un'aura enigmatica e imprevedibile. La sua presenza, sospesa tra incertezza e grottesco, assume i contorni di una figura quasi mefistofelica, capace di mettere Anna davanti a decisioni terribili da prendere.
Dal punto di vista tecnico, Strippoli costruisce l'inquietudine attraverso il controllo dello spazio e del tempo. La casa diventa un dispositivo narrativo: gli ambienti domestici, ripresi con inquadrature fisse e movimenti lenti, perdono progressivamente la loro funzione rassicurante.
La fotografia alterna interni freddi e zone d'ombra mentre il montaggio intreccia presente e passato contribuendo ad alimentare la tensione.
Strippoli dimostra ancora una volta quanto il cinema di genere possa diventare uno strumento efficace per raccontare paure estremamente concrete. "L'estranea" è un thriller psicologico a tinte horror che parla soprattutto della perdita, del senso di colpa e dell'incapacità di accettare ciò che sfugge alla nostra volontà.
La pioggia e la tempesta che accompagnano la vicenda assumono un valore per certi versi allegorico giacché mentre fuori infuria il maltempo, dentro casa tra Anna e Alice esplodono tensioni rimaste sopite per anni che sfociano in un vero e proprio temporale emotivo.
Paolo Strippoli confeziona un'opera ambiziosa e stratificata che s'interroga sui confini dell'amore. Perché anche il sentimento più nobile può diventare soffocante quando la paura di perdere qualcuno prende il sopravvento sulla sua libertà.
Ed è forse proprio questa la domanda che "L'estranea" consegna allo spettatore una volta terminata la sua inquietante spirale faustiana: quanto siamo disposti a sacrificare della libertà di coloro che amiamo pur di non perdere il controllo sulle loro vite?

Digger – Iñárritu scava nelle macerie dell’umanità.A quattro anni di distanza da "Bardo, la cronaca falsa di alcune veri...
05/10/2026

Digger – Iñárritu scava nelle macerie dell’umanità.

A quattro anni di distanza da "Bardo, la cronaca falsa di alcune verità", Alejandro González Iñárritu torna dietro la macchina da presa per realizzare "Digger", una feroce satira che pone in relazione potere, spettacolo e crisi climatica.
Il protagonista è Digger Rockwell (Tom Cruise), un ricco magnate del petrolio responsabile di un grave disastro ambientale. Invece di ammettere le proprie colpe, decide di sfruttare la tragedia per presentarsi agli occhi dell'opinione pubblica come un salvatore. Non vuole davvero risolvere il problema: vuole manipolare il modo in cui viene raccontato al fine di ottenere il tanto agognato consenso politico. Il suo gesto non è quindi un semplice assunto, ma una posizione deliberata: si attribuisce il ruolo di guida senza assumersi davvero la responsabilità delle conseguenze.
Accanto a lui ci sono lo scienziato Ganesh (Riz Ahmed), il Presidente (John Goodman) e il personaggio interpretato da Sandra Hüller. Tutti fanno parte di un sistema in cui la scienza viene usata per la propaganda, la politica segue i sondaggi e l’informazione cerca soprattutto lo spettacolo.
La crisi ambientale diventa così un grande palcoscenico. Ogni tragedia si trasforma in contenuto, ogni vittima in uno strumento di comunicazione e ogni responsabile in un sedicente eroe. La responsabilità viene spostata o cancellata, mentre la verità conta meno dell’immagine che si riesce a costruire davanti al pubblico. In questo rovesciamento morale, l’onta del disastro non ricade più su chi lo ha provocato, ma viene rimossa, mascherata o persino trasformata in un’occasione di prestigio personale.
Iñárritu racconta una società che confonde la soluzione con la sua rappresentazione. Digger non vuole fermare il disastro: vuole controllarne la narrazione. Il film sviluppa questa idea con efficacia, anche se a volte lo fa in modo troppo didascalico.
Tom Cruise sorprende nel ruolo di un uomo volgare, narcisista e paranoico, molto diverso dagli eroi prestanti e sicuri di sé che ha spesso interpretato. La sua presenza, di solito legata all’efficienza e al controllo, diventa qui il simbolo della vanità e della paura. Riz Ahmed interpreta il personaggio più razionale, mentre John Goodman e Sandra Hüller contribuiscono al tono grottesco con cui viene descritta la classe dirigente.
La fotografia di Emmanuel Lubezki e la scenografia di Dennis Gassner trasformano sale operative, conferenze stampa e bunker in palcoscenici continui. Come già aveva fatto in "Birdman", Iñárritu riflette sul confine tra realtà e spettacolo. Questa volta, però, il palcoscenico non è un teatro: è il pianeta stesso.
Il film non è privo di difetti. La satira è spesso troppo esplicita, alcuni personaggi risultano poco approfonditi e il messaggio viene reiterato troppe volte causando una certa ridondanza. Nonostante questo, "Digger" merita di essere visto.
È un film rumoroso, divisivo e imperfetto che, al netto di ciò, possiede l'enorme pregio di mostrare in maniera dissacrante una civiltà che prima crea la crisi, poi la trasforma in profitto e infine la vende come intrattenimento.

Dov'è la Fiesta? - Buona la prima per Niccolò Gentili.Ci sono film che hanno intenti autoriali mentre altri tentano di r...
01/10/2026

Dov'è la Fiesta? - Buona la prima per Niccolò Gentili.

Ci sono film che hanno intenti autoriali mentre altri tentano di rivolgersi ad una platea più ampia possibile senza per questo risultare dozzinali. "Dov’è la Fiesta?" appartiene decisamente alla seconda categoria. La pellicola in questione infatti si può definire come una commedia leggera ma non superficiale, capace di infilare dentro una storia divertente svariate riflessioni che rimangono dentro lo spettatore anche dopo i titoli di coda.
Niccolò Gentili, in questa sua opera prima (si spera non ultima), parte da una Fiesta rubata e trasforma la ricerca dell’auto in una piccola odissea attraverso Roma, la burocrazia, imprevisti continui, svariati incontri e situazioni surreali. Ma la macchina in realtà è soltanto un pretesto: il vero viaggio è quello interiore di Leo, interpretato da Francesco Carril, un uomo che mentre cerca di risolvere un problema concreto finisce per interrogarsi su ciò che vuole davvero dalla propria vita.
Al suo fianco c’è Irene, interpretata da Linda Caridi. Il rapporto tra i due cresce senza forzature, attraverso esitazioni, battute e momenti di maggiore intimità. Carril e Caridi funzionano perché non costruiscono una coppia perfetta, bensì incarnano due persone che stanno ancora cercando di capire loro stesse.
La sventura capitata a Leo porta inevitabilmente anche al confronto da parte sua con il padre, interpretato da Sergio Pierattini. Ed è forse qui che il film trova il suo centro più interessante. Pierattini evita la caricatura del padre autoritario: è un uomo che vuole proteggere il figlio attraverso le certezze che hanno guidato la sua gioventù, ovvero lavorare, sacrificarsi e assumersi responsabilità, in modo tale da costruire lentamente qualcosa di solido.
Il problema è che quel mondo non funziona più allo stesso modo.
Leo per lavorare nel cinema affronta precarietà, sacrifici e attese senza avere la certezza che quella fatica porti a una stabilità. Il film riesce così a parlare anche della difficoltà di costruirsi un futuro attraverso un lavoro creativo, senza cadere nella retorica.
La distanza tra padre e figlio non nasce dalla mancanza di affetto bensì dalla difficoltà di riconoscersi nelle rispettive idee di vita. Il babbo fatica a capire perché Leo non segua una strada già tracciata; Leo, dal canto suo, fatica a spiegare che quel percorso, semplicemente, non porta più necessariamente nello stesso posto.
Anche la burocrazia diventa parte dello stesso discorso. La ricerca della Fiesta si trasforma in un labirinto di procedure e assurdità quotidiane. Si ride, ma dietro la risata rimane quella sensazione familiare di dover spendere energie enormi per ottenere qualcosa che dovrebbe essere semplice.
Roma accompagna questo viaggio senza diventare una semplice cartolina. È uno spazio vivo, attraversato da incontri, deviazioni e contrattempi, mentre musica e riferimenti cinematografici aggiungono una piacevole vena nostalgica.
Alla fine, la Fiesta è quasi un MacGuffin. Quello che conta è ciò che accade mentre la si cerca.
Leo parte per recuperare una macchina e finisce per interrogarsi sul proprio futuro. Irene riflette profondamente sui propri sentimenti e sull'etica del suo lavoro. Infine Il padre deve confrontarsi con l’idea che suo figlio non possa necessariamente vivere seguendo il cammino che aveva immaginato per lui.
"Dov’è la Fiesta?" rimane una commedia e fa bene a non dimenticarlo. Fa ridere, gioca con la burocrazia, attraversa la nostalgia e racconta padri e figli con affetto e insofferenza.
Poi, quando la ricerca della macchina finisce, resta una domanda più importante:
non dove sia la Fiesta, ma dove vogliano andare davvero queste persone.
Ed è forse proprio nella risposta che si cela il significato più profondo del film. Ovviamente per scoprirla dovete guardare questo riuscito esordio dietro la macchina da presa di Niccolò Gentili. Buona la prima per questo giovane e talentuoso regista fiorentino. Attendiamo con trepidazione la seconda opera!

The Invite – Il graffiante kammerspiel di Olivia Wilde.Con "The Invite", Olivia Wilde trasforma una semplice cena tra vi...
29/09/2026

The Invite – Il graffiante kammerspiel di Olivia Wilde.

Con "The Invite", Olivia Wilde trasforma una semplice cena tra vicini in un corrosivo gioco psicologico sulle fragilità della coppia, il desiderio e la difficoltà di essere sinceri.
Joe (Seth Rogen) e Angela (Olivia Wilde) attraversano una profonda crisi matrimoniale. L’invito a cena dei loro vicini, Piña (Penélope Cruz) e Hawk (Edward Norton), una coppia apparentemente libera e disinibita, diventa il detonatore di tensioni e insicurezze rimaste a lungo inespresse.
Il film assume così la struttura del kammerspiel, il “teatro da camera” della tradizione tedesca: pochi personaggi, uno spazio ristretto e una crescente tensione psicologica. La tavola diventa un palcoscenico sul quale, tra battute pungenti, silenzi e imbarazzi, le convenzioni sociali vengono progressivamente smontate e le maschere iniziano a cadere.
Questa dimensione trova una precisa corrispondenza anche nella costruzione visiva: la regia privilegia gli interni, la vicinanza ai volti e una macchina da presa attenta a sguardi e reazioni, trasformando progressivamente la casa in uno spazio quasi claustrofobico. La fotografia, inizialmente calda e accogliente, entra successivamente in contrasto con il crescente disagio dei protagonisti, mentre il montaggio asseconda il ritmo della conversazione, alternando dialoghi serrati, pause e silenzi. Un linguaggio essenziale, dunque, che mette la tecnica al servizio della tensione psicologica e rafforza la natura teatrale del racconto.
Il riferimento più immediato è "Perfetti sconosciuti": anche qui una situazione quotidiana diventa il pretesto per portare alla luce verità scomode. Ma nelle nevrosi sentimentali, nei dialoghi brillanti e nelle crisi esistenziali si avverte anche l’eco della commedia borghese di Woody Allen, riletta da Wilde con uno sguardo più contemporaneo e provocatorio.
Seth Rogen e Olivia Wilde danno credibilità alle contraddizioni di una coppia che non sa più comunicare, mentre Penélope Cruz ed Edward Norton funzionano come uno specchio deformante delle loro insicurezze. Il sesso diventa il mezzo attraverso cui il film parla di frustrazioni personali e convenzioni sociali pedanti e gravose.
Non è casuale che già nell’incipit del film compaia un celebre aforisma di Oscar Wilde: «Bisognerebbe essere sempre innamorati. Ecco perché non ci si dovrebbe mai sposare». La frase funziona quasi come una dichiarazione d’intenti, introducendo fin dall’inizio il tema centrale dell’opera: la tensione tra l’ideale romantico dell’amore e la realtà quotidiana della vita di coppia.
La provocazione dello scrittore irlandese trova così un’inaspettata corrispondenza nelle vicende dei protagonisti, costretti a confrontarsi con ciò che resta dell’innamoramento quando abitudine, insoddisfazione e desiderio di evasione prendono il sopravvento.
"The Invite" è dunque un kammerspiel brillante e pungente che, dietro la leggerezza della commedia, racconta quanto sia difficile mantenere vivo un rapporto senza rinunciare alla propria autenticità. Perché, nelle relazioni come nella vita, la verità può essere dolorosa, ma spesso lo è ancora di più tutto ciò che scegliamo di non dire.

The Echo Chamber - L'ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci diventa un film."I porcospini si avvicinano per scaldar...
27/09/2026

The Echo Chamber - L'ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci diventa un film.

"I porcospini si avvicinano per scaldarsi durante l'inverno, ma avvicinandosi troppo si feriscono con gli aculei; allora si allontanano, finché il freddo non li spinge nuovamente a cercarsi."
La suddetta parabola del noto filosofo tedesco Arthur Schopenhauer sintetizza il significato di "The echo chamber", l'ultima fatica di Andrea Pallaoro.
Quest'ultimo, con l'ausilio di Ludovica Rampoldi e Ilaria Bernardini in fase di scrittura, prende l'ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, la chiude dentro quattro mura e ci mette dentro Luca Marinelli, Alicia Vikander e Susan Sarandon. Praticamente il minimo indispensabile per rendere interessante un appartamento.
Leo (Marinelli) è un produttore musicale afflitto, suo malgrado, da una cherofobia che lo porta ad assumere costantemente droghe. Anne (Vikander) è la fisioterapista che entra nella sua vita, mentre Ava May, interpretata da una Susan Sarandon magnetica, è la grande cantante che, dopo aver abbandonato da tempo le scene, dovrebbe tornare a incidere un album. Vicenda che presenta una forte analogia con quella dell'intramontabile Mina.
Il tema fondante di "The echo chamber" è la dipendenza. Non soltanto quella dalle sostanze, ma quella dalle persone, dai ricordi, dal dolore. Leo ha bisogno di qualcuno che lo salvi ma allo stesso tempo ha paura di essere salvato.
Marinelli fa quello che sa fare meglio: porta sullo schermo un uomo che sembra sempre sul punto di rompersi. Leo è fisicamente presente ma emotivamente si trova altrove, come se abitasse il proprio appartamento senza essere mai veramente uscito da esso. Vikander gli sta accanto con una performance più trattenuta, ambigua, e proprio per questo interessante. Sarandon invece appena entra dentro il film sembra appartenere a un altro mondo: quello della leggenda, della musica, dei fantasmi che tornano quando il protagonista pensava di averli finalmente lasciati andare.
Pallaoro gira tutto con grande eleganza. La casa diventa progressivamente una prigione, poi un rifugio, poi una specie di palcoscenico mentale. Le stanze sembrano avere più memoria dei personaggi.
"The Echo Chamber", presentato in concorso all'83°Mostra del cinema di Venezia, è bello da guardare. A tratti è persino ipnotico. Ma non sempre riesce a tradurre questa bellezza in emozione. Ci sono momenti in cui senti che il film vuole arrivare da qualche parte e invece finisce con l'avvitarsi su sé stesso.
È una pellicola sulla solitudine che rischia, paradossalmente, di essere solitaria anche con lo spettatore, il quale, in alcuni momenti, è probabile che rimanga disorientato.
Però quando Marinelli, Vikander e Sarandon smettono di essere semplicemente personaggi per diventare tre persone che cercano disperatamente qualcosa che non sanno più nominare, allora il film prende vita. E lì si capisce anche il senso del titolo: un'eco non è una voce, è qualcosa che torna indietro dopo che l'hai pronunciato.
E forse è proprio questo "The Echo Chamber": persone che continuano a parlare, ad amarsi, a ferirsi, a cercarsi, aspettando che qualcuno o qualcosa risponda.
Non sempre arriva una risposta, ma vale comunque sempre la pena provarci.

Nessun dolore - L'odissea umana di Gianni Amelio.Dopo Campo di battaglia (2023) Gianni Amelio torna dietro la macchina d...
24/09/2026

Nessun dolore - L'odissea umana di Gianni Amelio.

Dopo Campo di battaglia (2023) Gianni Amelio torna dietro la macchina da presa per realizzare "Nessun dolore", film presentato fuori concorso all'83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Il regista calabrese, a distanza di poco più di trent'anni da "LAmerica"(1994), torna ad affrontare il tema delle migrazioni attraverso la vicenda di Davide (Alessandro Borghi), un uomo sulla trentina che vende libri usati in una piazza romana. La sua esistenza verrà sconvolta dall'incontro con un bambino nordafricano che gli viene affidato quasi casualmente e che finirà per seguirlo ovunque. In seguito ad un incidente che metterà in pericolo la vita del piccolo, Davide verrà travolto da un senso di colpa che lo condurrà verso una serie di scelte sempre più impulsive.
La situazione precipiterà ulteriormente quando il protagonista incontrerà Aminah, un'adolescente algerina incinta appena arrivata in Italia. Davide deciderà di offrirle rifugio nella propria abitazione ma, giorno dopo giorno, la sua casa finirà per trasformarsi in un luogo di accoglienza per un numero sempre più consistente di persone prive di un tetto. Quella che inizialmente sembra essere una scelta dettata dalla solidarietà finirà così per sconvolgere completamente la sua esistenza, portandolo persino in carcere con l'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
Amelio costruisce dunque un'opera che parte da una tragedia individuale per allargare progressivamente il proprio sguardo ad una questione collettiva. Il regista non rinuncia tuttavia ad una componente quasi surreale che rende la vicenda di Davide sempre più simile ad un'odissea. La città di Roma diventa così lo scenario nel quale il protagonista si muove in mezzo ad un numero sempre maggiore di persone che compaiono continuamente sulla sua strada, costringendolo a confrontarsi con una realtà che fino a quel momento aveva preferito osservare da lontano.
Il tema dell'accoglienza viene affrontato da Amelio attraverso una prospettiva prevalentemente umana. Davide non è infatti un eroe privo di contraddizioni: le sue azioni nascono tanto dalla generosità quanto dal senso di colpa e dalla difficoltà di sottrarsi alle situazioni nelle quali si ritrova coinvolto. Proprio questa ambiguità rende il personaggio interessante e permette ad Alessandro Borghi di offrire una prova sfaccettata. L'attore riesce infatti a restituire efficacemente lo smarrimento di un uomo che, quasi suo malgrado, si ritrova a dover fare i conti con responsabilità sempre maggiori.
I sempre magistrali Valeria Golino e Valerio Mastandrea completano il cast contribuendo ad ampliare le diverse sfumature del racconto. La pellicola può contare inoltre sulla fotografia di Luan Amelio Ujkaj e sulle musiche di Fabio Massimo Capogrosso, elementi che concorrono a creare quell'atmosfera sospesa che caratterizza l'intera vicenda.
Non tutto però risulta ugualmente convincente. La componente simbolica dell'opera rischia talvolta di rendere alcuni passaggi eccessivamente programmatici mentre il ritmo in determinati momenti appare meno incisivo. Anche alcune svolte narrative possono lasciare una sensazione di artificiosità, soprattutto quando il film abbandona il realismo iniziale per spingersi verso una dimensione maggiormente allegorica.
Al netto di queste imperfezioni, "Nessun dolore" rimane un'opera coerente con il cinema di Gianni Amelio e con il suo interesse per le persone che si trovano ai margini della società. Il regista non cerca una facile soluzione ai problemi che mette in scena, preferendo concentrarsi sul rapporto tra colpa, solidarietà e possibilità di redenzione. Il titolo, richiamato anche dai versi di Mario Luzi presenti nel film, assume così un significato particolarmente importante: il dolore può diventare una condanna ma può anche rappresentare, paradossalmente, la possibilità di continuare a vivere.
In definitiva, pur con le dovute riserve, mi sento di consigliare "Nessun dolore". Amelio realizza un film imperfetto ma sincero, capace di alternare realismo e suggestione fantastica per raccontare una storia profondamente umana. Forse non tutte le sue scelte risultano convincenti allo stesso modo e alcuni passaggi avrebbero beneficiato di una maggiore attenzione in fase di scrittura. Nonostante ciò l'ultima fatica del regista calabrese possiede una forza tematica indiscutibile.
Ancora una volta Amelio dimostra di essere interessato non tanto a raccontare l'immigrazione nella sua globalità quanto a concentrarsi sulle persone che si trovano costrette ad attraversarla sia fisicamente che allegoricamente.

Indirizzo

Via Bastianini N. 11
Florence
50014

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