13/08/2026
Per la rubrica "PoltronCine - Spazi Critici" a cura del Circolo del Cinema Metropolis e del SNCCI - Gruppo Marche, ospitiamo una riflessione del regista (e speriamo tra poco anche "critico") Mauro Piacentini, su l'Odissea di Christopher Nolan.
Dopo lunga trepidazione, è finalmente uscito nelle sale l'atteso kolossal di Christopher Nolan, dedicato a un classico dell'epica antica: il viaggio di Odisseo, uno degli eroi più famosi e apprezzati della mitologia greca.
Le tante voci che hanno preceduto l'uscita del film hanno creato un'aspettativa notevole, sia per la fama indiscussa che l'autore britannico si è conquistato negli anni, dopo aver realizzato titoli di indubbio valore come "Oppenheimer" e "Interstellar", sia per la mole cospicua di denaro investito dalla Universal per la realizzazione della pellicola. Infine, perché il regista, che ama da sempre sorprendere il pubblico, ha sfidato le tendenze dell'ultimo decennio e il dominio della tecnologia digitale, preferendo girare in formato IMAX, con pellicola da 70mm, facendo a meno della computer grafica ogni qualvolta sia stato possibile ricorrere a tecniche artigianali per gli effetti speciali.
Il risultato finale è un'opera complessa e ambiziosa che ha diviso la critica, suscitando non poche polemiche per il presunto revisionismo che avrebbe guidato la mano dell'autore, colpevole, secondo alcuni, di aver interpretato — rivisitato — il poema omerico con eccessiva disinvoltura.
Una parte del pubblico, soprattutto quello più giovane, è rimasta invece abbagliata dalla maestria del regista nel documentare le peripezie dell'eroe ellenico, capace di tessere una trama avvincente e di confezionare un'opera dal grande impatto estetico, il cui valore è accresciuto da quel "realismo visivo" di cui Nolan è senz'altro maestro indiscusso.
Dal mio punto di vista, l'opera merita grande rispetto e tutta la considerazione possibile, perché scardina sin dal principio una premessa piuttosto illusoria: che il racconto di un'epopea tanto famosa — almeno in questa parte di mondo che pretende di esserne il legittimo erede — debba mantenere un'aderenza filologica a uno standard predefinito. È un dogma ancorato all'idea che il processo di mitopoiesi debba seguire parametri univoci e incontrovertibili. L'autore ci ricorda invece come sia del tutto lecito, seppur non necessario, interrogarsi sulla natura stessa del concetto di trasmissione che, scritta o orale che sia, diventa un processo reinterpretativo nel momento esatto in cui si sceglie di lavorare una materia delicata per plasmarla come meglio si crede.
È la natura stessa del classico omerico a suggerire la parzialità di certe posizioni, trattandosi di un'opera e di un autore le cui origini sembrano anch'esse scolpite nell'eternità del mito.
Odissea è un film che affonda le sue radici nella contemporaneità, senza mai cercare di sminuire il carattere universale dello scritto a cui si ispira. I suoi protagonisti, e l'intreccio delle storie di cui sono portavoce, sono il resoconto disperato di chi osserva la storia degli uomini come il tragico cammino di un'umanità senza condotta: il lascito di una civiltà che celebra le gesta di eroi decaduti, incapaci di riconoscere le ragioni delle proprie scelte e persino di ricorrere al divino per ottenere l'indulgenza di cui sono disperatamente alla ricerca.
L'Ulisse di Nolan, interpretato da un Matt Damon ben calato nella parte, è un eroe sconfitto, corroso dagli errori commessi, proteso verso la necessità insindacabile di espiare colpe indicibili — scolpite nelle vestigia stanche di un cavallo che egli stesso ha ideato e che giace spiaggiato su un panorama deserto, come la Libertà violata de "Il pianeta delle scimmie". L'eroe rinnegato dagli dèi e dalla patria si muove incerto nelle acque del suo tormento, accompagnato dagli spettri che raccontano il suo passato e ne suggeriscono le traiettorie future.
È nell'attimo preciso in cui l'ingegno del condottiero trova la sua massima espressione che il regista riconosce gli scricchiolii di una civiltà il cui destino è condannato a un'inesorabile decadenza: una civiltà che abdica all'ideale cavalleresco del confronto secondo lealtà e rigore morale, per inseguire la politica del sotterfugio, della sopraffazione, della becera conquista. Sono valori discutibili, quelli su cui poggia la retorica obsoleta della propaganda dei reggenti — premesse incerte che stridono con il rigore e la fierezza di cui si riveste l'eroico Sinone, che paga con la propria vita l'impudenza e il doppiogiochismo di Ulisse, il suo comandante, l'uomo in cui aveva riposto le proprie speranze.
È in questo panorama morale rivisto e fortemente rimaneggiato che l'autore trova nuova linfa, ricorrendo a stratagemmi estetici e narrativi che confondono la percezione e che hanno spinto parte della critica a leggervi una forte influenza della cultura "woke". È invece proprio nel cuore di questa presunta ricerca esotica che si ritrova una critica velenosa al sistema valoriale che sembra guidare alcune discutibili iniziative politiche e sociali degli ultimi anni: nel colore della pelle di una delle protagoniste, che sembra incarnare le istanze di un popolo oppresso, anziché inneggiare a una fantomatica purezza ormai in stridente contrasto con i tempi che corrono.
Va letta in questa chiave anche l'idea di un Polifemo accecato dalla propria sicumera, e dalla ritrosia a intavolare un qualunque dialogo con gli uomini prima ancora che un confronto con essi. Allo stesso modo, l'universo che ruota attorno alla figura di Circe continua a suggerire lo spaesamento, ma al tempo stesso la necessità di ricorrere a una sensibilità femminile per riconoscere — e provare a contenere — la bestialità che sembra affermarsi come unica condizione umana possibile, al momento.
È un universo di valori, quello messo in piedi dall'autore, che induce alla riflessione, poco importa se innescata da un corollario di espedienti che potrebbero risultare poco credibili agli occhi di alcuni. La stessa idea di rielaborare un classico della nostra cultura trova le ragioni del proprio perdono nell'iniziativa di un autore anglosassone — apparentemente sprovvisto, dunque, di un retroterra tale da consentirgli una corretta esegesi dell'opera — che tuttavia trova le proprie ragioni proprio in quel messaggio di speranza e di dannazione che riconosce l'impossibilità di restare fedeli alla purezza delle origini, dinanzi a una civiltà che affida alla tradizione orale ciò che la scrittura, fissandolo per sempre, rischia di perdere. Un tributo necessario affinché l'uomo, pur nell'incertezza delle proprie radici, riesca a intravedere un percorso di rinascita che gli impedisca — come in un vortice inevitabile — di ripetere sempre gli errori del passato.