12/10/2026
Adriano Giannini, il fascino raro della pacatezza
Lunghi anni di gavetta, il suo timbro prestato a Joker e Rust Cohle, la doppia presena a Venezia con ‘L’estranea’ e ‘Ritorno a Buenos Aires’. Ripercorriamo le tappe del percorso di Adriano Giannini
Con le due uscite in due mesi di Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis e L’estranea di Paolo Strippoli (entrambi a Venezia 83), Adriano Giannini si conferma ancora uno degli attori più prolifici del cinema italiano a venticinque anni dall’esordio. Il marchio di una persona pacata e laboriosa (“ho sviluppato la tendenza a trattenere“, come afferma lui stesso), che si è data molto da fare per avere un’identità propria, inombrabile dal padre, grazie alle sue numerose collaborazioni internazionali e al secondo binario del doppiaggio, che lo ha reso in Italia un’icona del grande cinema hollywoodiano dalla seconda metà degli anni 2000.
Classe ’71, cresce a Roma in una famiglia molto legata allo spettacolo: è figlio dell’attore Giancarlo Giannini e dell’attrice, doppiatrice e regista Livia Giampalmo. I suoi primi passi sul set avvengono dietro alla macchina da presa come aiuto operatore in un film televisivo diretto proprio dalla madre. “Ho vissuto tanto, troppo, in giro. Da operatore prima, il mestiere che ho fatto a lungo, e da attore poi. Ho mangiato per anni da solo a un tavolo, in alberghi in luoghi dove nessuno sapeva chi fossi“, confessa in un’intervista, alludendo a una vita orgogliosamente solitaria e umile. Nei primi anni 2000 iniziano i grandi ruoli attoriali, in parte sfiorando le traiettorie del padre con il remake del cult di Lina Wertmüller Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto diretto da Guy Ritchie, ma tracciando anche una pista propria con Le conseguenze dell’amore di Paolo Sorrentino e Ocean’s Twelve di Steven Soderbergh.
Come doppiatore trova altrettanto successo. Debutta da protagonista in La mala educaciòn di Pedro Almodovar e presta poi la propria voce ad attori del calibro di Joaquin Phoenix, Tom Hardy, Christian Bale e Ryan Reynolds. Ma il ruolo che lo consacra definitivamente è quello del Joker impersonato da Heath Ledger ne Il cavaliere oscuro, che gli vale il Nastro d’Argento nel 2009 per un ruolo che, ironicamente, aveva ricoperto anche il padre nella versione con Jack Nicholson. Nel 2014 la sua voce si fa veicolo delle perle nichiliste del misterioso Rust Cohle in True Detective, interpretato da Matthew McConaughey. Tuttavia, il suo interesse artistico non è necessariamente legato a ciò che suggerisce il suo timbro vocale, bensì è in continua evoluzione in base al tipo di progetto di cui si fa carico, che sia il doppiaggio o la recitazione, l’industria internazionale o quella italiana.
Nelle produzioni nostrane, da sempre improntate al dramma d’autore, sceglie spesso di interpretare le difficoltà relazionali nel nucleo familiare contemporaneo, un netto contrasto con i personaggi stoici e spesso insolcabili del cinema oltreoceano. “Certi personaggi ti invadono, entrano senza bussare. Non c’è bisogno di scavare. È bene anzi conservare sana una parte di sé“, spiega del suo metodo attoriale. In Breve storia d’amore di Ludovica Rampoldi veste i panni di Rocco, che pur essendo sposato intraprende una relazione clandestina con la giornalista Lea (Pilar Fogliati), dando il via a un triangolo che costringerà i tre personaggi a interrogarsi sulla natura dell’amore; in Adagio di Stefano Sollima porta su schermo Vasco, un “cane rabbioso” nei bassifondi di Roma che, a causa della sua deformata concezione dell’affetto, crea un ciclo di dolore per i figli; in Sei fratelli di Simone Godano ribalta il suo tipico punto di vista esplorando il ruolo di un figlio, e in Tre piani di Nanni Moretti è un marito assente, che relega tutte le proprie responsabilità alla moglie.
Nel 2020, anno del suo ruolo in Lacci di Daniele Luchetti, commentava in questo modo la storia: “Credo che faccia male soprattutto a chi ha dei figli. Dentro ciascuno di noi c’è uno scrigno segreto che racchiude tutte le nostre fragilità, la nostra inconfessabile mediocrità: le persone che amiamo dovrebbero avere accesso a quello scrigno. Quando non siamo più capaci di condividere quel materiale incandescente, come succede alla coppia del film e ai loro figli, allora i lacci che prima ci univano diventano stretti come nodi. E l’amore soffoca, sotto strati di maschere e menzogne“. Perché dopo decenni vissuti secondo una precisa filosofia, tra viaggi e tempo passato nella sola compagnia di sé stesso, il matrimonio nel 2019 e il trasferimento da Roma a Milano lo hanno costretto a rivalutare la sua vecchia struttura di vita e di carriera, che ora rischiava piuttosto di diventare un peso.
“Walter appartiene a un certo tipo di classe sociale e culturale di uomini dove le fragilità, le debolezze non sono messe in discussione, affrontate, condivise, capite. Come succede nella realtà a tanti uomini oggi, non ha neanche il vocabolario emotivo rispetto a certe fragilità, non ha strumenti per affrontare il dialogo con se stesso“. Questa la visione di Giannini del suo personaggio in L’estranea, in corsa agli Oscar per l’Italia e uscito nelle sale in questi giorni. “Mi ha colpito la densità che c’era nelle relazioni“, afferma ancora una volta sulla sceneggiatura di Strippoli. Torna sempre su quel terreno di casa, la meditazione sulle relazioni, sull’intimità, e lo fa perché chi è a proprio agio con la solitudine ha il vocabolario per affrontare la vita. Per questo motivo oggi, dopo gli undici anni di gavetta e decenni di fronte alla camera, sta pensando alla regia di un film. E nonostante l’esistenza di una “cantina di sceneggiature” mai realizzate del padre, la storia che ci si aspetta è solo la sua.
– L’Estranea. Paolo Strippoli e il segreto di una famiglia