16/05/2022
Talentuoso regista italiano del secondo dopoguerra, Baruffi, in seguito a un ostacolo imposto dalla commissione censura, scelse di abbandonare per sempre il cinema
“Paternicillina è passato e presente. Paternicllina è la storia di un'amicizia e di una vocazio
Bologna
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Tra il 1946 e il 1960, l’Italia è al secondo posto per produzioni cinematografiche, superata solo agli Stati Uniti. Erano i tempi di Ossessione di Visconti, di Roma Città Aperta di Rossellini e di Miracolo a Milano di De Sica. La culla del movimento cinematografico più importante della storia del cinema italiano (forse anche internazionale): stiamo parlando del Neorealismo. In quello stesso periodo, il cinema italiano cerca di ripulirsi dalla macchia del ventennio fascista, di cui la cinepresa ha rappresentato l’arma di propaganda più potente.
A Roma nel 1951 un giovane Andreotti viene nominato presidente della commissione di censura: è il primo passo per la nascita del nuovo cinema. A Nord, in una Ferrara in piena ricostruzione, Adolfo Baruffi comincia a girare i suoi primi piccoli documentari. E’ un giovane idealista, che crede nel sogno socialista e che vede nel cinema una riscossa sociale. I suoi film, anche se soffocati da un commento parlato pomposo che ricorda i cinegiornali, dimostrano una vena stilistica insolitamente potente: lavori che presentano una sensibilità non comune e si focalizzano su una poetica d’inchiesta.
L’intento di Baruffi è quello di rappresentare, senza filtri, la drammatica situazione di povertà del paese da poco uscito dal conflitto. Nella sua breve ma intensa carriera cinematografica Baruffi gira più di venti documentari. Ma la sua ascesa finisce bruscamente dopo la débâcle del suo primo ed ultimo lungometraggio, Paternicillina, girato nel 1956 e a tutt’oggi introvabile. Come dice Tatti Sanguineti, “di Adolfo Baruffi, solo in Emilia, ce ne sono a centinaia”. Allora, perché focalizzarsi su questo personaggio?