27/08/2026
𝐌𝐀𝐑𝐂𝐎 𝐁𝐄𝐋𝐋𝐎𝐂𝐂𝐇𝐈𝐎: 𝐋𝐀 𝐏𝐎𝐑𝐓𝐀 𝐃𝐄𝐋𝐋𝐀 𝐑𝐄𝐀𝐋𝐓𝐀̀
𝐥𝐮𝐧𝐞𝐝𝐢̀ 𝟕, 𝐦𝐚𝐫𝐭𝐞𝐝𝐢̀ 𝟖, 𝐦𝐞𝐫𝐜𝐨𝐥𝐞𝐝𝐢̀ 𝟗: 𝐨𝐫𝐞 𝟐𝟏:𝟎𝟎
𝐬𝐚𝐛𝐚𝐭𝐨 𝟏𝟐, 𝐝𝐨𝐦𝐞𝐧𝐢𝐜𝐚 𝟏𝟑: 𝐨𝐫𝐞 𝟏𝟖:𝟑𝟎 – 𝟏𝟗:𝟒𝟓
Il documentario di Fabio Lovino è il frutto di quasi vent'anni di collaborazione con Marco Bellocchio, e lo scopo è quello di restituire un ritratto intimo e autentico di uno dei grandi maestri del cinema contemporaneo.
Attraverso materiali inediti e testimonianze esclusive, il film esplora il suo universo creativo, seguendolo da vicino e ripercorrendo, insieme a familiari, amici e collaboratori, il percorso artistico e umano di un autore che ha saputo reinventarsi costantemente. Per la prima volta, la macchina da presa entra sul set insieme a Marco Bellocchio, osservandolo nel lavoro quotidiano e rivelando il suo metodo di regia.
Ad accompagnare questo racconto sono le voci di chi lo conosce più da vicino: la moglie e montatrice Francesca Calvelli, i figli Elena e Pier Giorgio, e compagni di viaggio come Roberto Herlitzka, Pierfrancesco Favino, Fabrizio Gifuni, Marco Tullio Giordana, Daniele Ciprì, Francesco Di Giacomo e Giuseppe Lanci, che contribuiscono a delineare il ritratto di un artista e di un uomo attraverso ricordi, esperienze e testimonianze dirette.
Marco Bellocchio: La porta della realtà è un documentario di Fabio Lovino, presentato Fuori Concorso alla settantanovesima edizione del Locarno Film Festival. L'opera nasce dal desiderio del regista di raccontare i vent'anni di lavoro con Bellocchio, "ciò che ho vissuto al suo fianco e restituire emozioni e insegnamenti ricevuti". Fabio Lovino è uno dei più noti e apprezzati fotografi italiani contemporanei. Ha iniziato la sua carriera negli anni Ottanta ed è celebre per aver ritratto grandi volti del cinema, della musica e della cultura internazionale.
Genere: Documentario
Regia: Fabio Lovino
Con: Elena Bellocchio, Pier Giorgio Bellocchio, Francesca Calvelli, Daniele Ciprì, Pierfrancesco Favino, Francesco Di Giacomo, Fabrizio Gifuni, Marco Tullio Giordana, Roberto Herlitzka, Giuseppe Lanci
Durata: 65 min
Critica: Un tributo ma anche un confessionale che scorre via veloce.
Marco Bellocchio - La porta della realtà è dunque un documentario tradizionale ma estremamente affascinante per chi ama il cinema del grande maestro piacentino, ricco di numerosi argomenti che lo riguardano e, per questo, in grado di arricchire la comprensione della sua persona oltre che quella della sua filmografia.
Fabio Lovino, fotografo e collaboratore di Marco Bellocchio per tanti anni, punta l'obiettivo verso il regista collezionando frammenti inediti di vita sul set e di rapporto con gli attori e con la troupe, interviste a cuore aperto con Bellocchio stesso, con i figli Pier Giorgio ed Elena, e con una serie di colleghi illustri che con lui hanno lavorato, da Pierfrancesco Favino a Fabrizio Gifuni, da Marco Tullio Giordana a Daniele Ciprì.
Rara opportunità di osservare un maestro come Marco Bellocchio al lavoro, in una piacevole serie di conversazioni sul cinema e sul carattere di uno dei più grandi autori italiani. La firma qualcuno che gli è vicino e riesce a rompere le barriere personali del regista, alternando costantemente le riflessioni sul suo metodo artistico e sui rapporti lavorativi con quelle che, gentilmente, si spingono più in profondità.
Tra di esse c'è un segmento finale che approccia la dimensione familiare, centrale in (e per) Bellocchio: attraverso la mediazione dei due figli si rivisita l'importanza di Marx può attendere e si toccano i rapporti incrociati tra i tre, oltre che il lutto per la perdita del fratello gemello Camillo, che si suicidò nel 1968 a neanche trent'anni.
Se certi aspetti della dimensione privata sono stati ampiamente rielaborati da Bellocchio nella sua filmografia, è quasi più importante vederlo colto nella pratica del suo mestiere, come voce decisionale, anche brusca, sul set con i vari collaboratori. Sono estratti soprattutto da Il traditore, durante la cui realizzazione venne l'idea a Lovino di girare il documentario, e includono ad esempio un'ampia panoramica sulle famose illustrazioni di Bellocchio stesso, a metà tra lo storyboard e l'opera d'arte in sé, oltre che rimandi a classici come I pugni in tasca.
Un tributo ma anche un confessionale che scorre via veloce (troppo veloce, visto il piacere che c'è nello scorgere questi piccoli contenuti mai visti prima) e che non può certo sperare di contenere tutta la vulcanica, mercuriale energia del personaggio. Si accontenta di darne un assaggio, e di tracciarne la scia per come si riflette nelle persone che a lui stanno intorno.