29/09/2026
Una serata ad alto tasso di umanità.
Una risposta possibile a un film che, in appena 80 minuti, Gran Premio della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia, mette a n**o l’uomo e ciò che può diventare quando viene reso funzionale a un sistema, a un processo, persino agli obiettivi strategici dell’intelligenza artificiale.
Un uomo deprivato, disumanizzato, animalizzato. Un uomo che, dentro la «spirale dell’eccitazione», può arrivare a «portare avanti gli attacchi e uscire la sera con gli amici». Come se la guerra potesse diventare routine. Come se l’orrore potesse convivere con la normalità.
E sui tetti di Tel Aviv si discute proprio di questo: della normalità della guerra, della necessità della distruzione, dell’odio provato con orgoglio, della morte di bambini, civili, innocenti raccontata come inevitabile, necessaria.
E mentre queste parole entrano in una conversazione quasi ordinaria, sul tetto, al gelo,
di fronte, vediamo la luce calda delle case. Tavole apparecchiate, luci, colori, vite che continuano a essere vite. Una normalità luminosa, fragile, destinata però a fare i conti con il buio che arriva. «Come affrontarla?», si chiede uno degli intervistati.
È forse questa la domanda che resta più a lungo, anche dopo il film.
È davvero possibile redimersi? È possibile scegliere una strada diversa quando si ragiona di migliaia di civili sterminati e quando l’unico parametro di riferimento diventa la forza? Quando è il potere della forza a legittimare il sistema, fino ad arrivare a rivendicare persino un «diritto di uccidere»?
Ottanta minuti di inchiesta in presa diretta su un genocidio ancora in corso, una guerra spesso silenziosa, che irrompe nel rumore del mondo solo quando alle grida disperate di un padre che cerca suo figlio fanno seguito immagini di piedi senza volto, corpi indistinti, bambini morti. Figli che pagano il prezzo di una storia che li trasforma, prima ancora che possano scegliere, in nemici, in Naza, effetto collaterale dello sterminio.
E allora una serata ad alto tasso di umanità diventa necessaria.
Il prof. Alfonso Amendola, docente dell’Università degli Studi di Salerno, ha richiamato Baudelaire e quella sua idea di una critica che deve essere «passionale, personale, politica»: non uno sguardo neutro e distante, ma uno sguardo capace di assumersi la responsabilità di ciò che vede, di lasciarsi attraversare dalle domande, di non restare indifferente.
Il prof. Antonello Petrillo, sociologo e docente dell’Università di Napoli, ci ha invitati a ragionare sulla banalità del male e su come, nel paradigma dei nostri giorni, essa possa assumere una forma ancora più inquietante: quella pro-attiva del male, che va oltre la semplice accettazione, oltre l'obbedienza, oltre la normalizzazione. Un male che non si limita a essere eseguito o tollerato, ma che può diventare scelta, pratica, sistema.
E, nelle sue parole, una frase che resta come una ferita e insieme come una responsabilità: «La capacità di rendere inumano l’umano è solo umana».
Daniela Esposito, militante e attivista, nipotina dello Zia Lidia Social Club, ha invece raccontato l'importanza del giornalismo d'inchiesta e le scelte produttive che hanno accompagnato la realizzazione del film: il valore di una macchina da presa capace di stare dentro la realtà, di interrogare, di mostrare, di non lasciare che ciò che accade venga inghiottito dal rumore delle notizie quotidiane.
Tre sguardi diversi, dunque, attorno allo stesso interrogativo: cosa resta dell'umano quando la violenza diventa sistema, quando la guerra diventa normalità, quando l'altro smette di essere una persona e diventa un obiettivo?
Una serata per stare dentro alle domande, senza cercare scorciatoie.
Perché forse, di fronte ad un genocidio ancora in corso, la prima forma di resistenza è proprio questa: continuare a riconoscere nell’altro un essere umano.
E continuare a farci domande.