Patrik Cinema

Patrik Cinema Questa pagina non è piu dedicata al Cinema di Courmayeur. Resterà ancora attiva solo per qualche post di riflessione personale. Patrik

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13/12/2025

Grazie per l’affetto. Addio

ADDIO A VOI APPASSIONATILE MIE SCUSE.Carissimi,con grande dispiacere vi comunico che non sarò più incaricato della gesti...
24/11/2025

ADDIO A VOI APPASSIONATI
LE MIE SCUSE.

Carissimi,

con grande dispiacere vi comunico che non sarò più incaricato della gestione di questo bellissimo cinema. Ci vedremo il 6–8 dicembre e il 13 ci saluteremo per sempre: sarà l’ultima volta che mi vedrete dietro al bancone, con il mio sorriso un po’ stropicciato e i capelli sempre più pazzi. Ho ricevuto la notizia pochi giorni fa e l’ho metabolizzata come la fine improvvisa di una relazione ambiziosa in cui avevo investito tutto me stesso, guardando a un futuro sostenibile e cercando di migliorare le cose per tutti.

Il mio legame con il cinema nasce da bambino, più di quarant’anni fa, quando aiutavo i miei genitori a pulire le sale di Aosta. Non potevamo permetterci il biglietto ogni settimana, ma grazie a quel lavoro potevo entrare e vedere tutti i film gratuitamente, proprio come uno spettatore pagante. Scoprivo così il mio grande amore vivendo il cinema come un luogo di culto: l’odore del legno, i tendoni rossi, i poster giganti, i pezzetti di carta colorata strappati dalla maschera. Ogni volta era una piccola liturgia. Rimanevo sognante, sempre più convinto: “Io ti amerò per sempre”.

Guardavo ogni tipo di film, anche perché all’epoca erano pochi e in pellicola, a volte rimanevano in sala per settimane o mesi. Questo mi portò a sviluppare una passione profonda per il cinema d’autore, così diverso dai film più popolari condivisi con i miei coetanei. Decisi di comprenderlo davvero: scrissi piccole sceneggiature con una vecchia Lettera 22 e poi frequentai la Civica Scuola di Cinema di Milano. Lì vivevo di notte e studiavo di giorno, partecipando a ogni genere di produzione: attrezzista, comparsa, sceneggiatore, aiuto fonico, runner, produttore, regista. Sempre e solo per passione.

Scoprii presto che il cinema in Italia era in crisi. Dopo i grandi autori del passato, rimanevano poche produzioni e trovare spazio era difficile. Così, finito il servizio civile, mi ritrovai con le tasche vuote e finii per lavorare per la “sorella antipatica” del mio grande amore: la televisione. Diventai un editor freelance per trasmissioni importanti di prima serata. Ma il primo amore non si scorda mai, e col tempo rinunciai a un lavoro ben retribuito che però non mi faceva ba***re il cuore. Lavoravo in TV senza avere una TV. Avevo solo un proiettore economico e tanti DVD. È sempre stata la passione a guidarmi.

Tornando nella mia terra, provai con umiltà a cavarmela con documentari, videoclip e corsi per ragazzi. Ho sempre sentito l’esigenza di esprimermi: ho scritto libri, soggetti, canzoni, storie. Non mi sono mai affermato ad altissimi livelli, ma mi teneva vivo l’idea di essere parte attiva del processo creativo. E come in una bella sceneggiatura, mi ritrovai a gestire questa struttura affascinante nell’apertura estiva post-lockdown. Non avevo paura: volevo solo trasmettere il mio amore e valorizzare uno spazio comune ormai messo all’angolo dalla tecnologia e dall’isolamento.

I film sono uno specchio che ci permette di vivere esperienze che altrimenti non potremmo. Prima di essere intrattenimento, sono arte ed empatia. Dopo ogni film sentivo il bisogno del confronto: capire cosa aveva visto l’altro, condividere impressioni. Passavo ore a cercare filmografia, leggere recensioni, recuperare vecchi titoli. Nessun genere mi ha mai limitato: da Fellini a Carpenter, da Nuti a Nolan, da Tornatore a Lynch, passando per Chaplin, Keaton, Spielberg, Truffaut, Godard, Kurosawa, Miyazaki, PIXAR… una miniera inesauribile. Guardavo film con gli amici, poi parlavamo per ore, con una birra, un bicchiere di vino e si*****te gustose, sognando i nostri film.

Amo il cinema. Tutto il cinema. E amo l’ambiente conviviale che crea. Per me i clienti sono tutti uguali e bellissimi: dottori, operai, studenti, disabili, anziani… Per due ore svestiamo i nostri ruoli e diventiamo semplici spettatori umani, uniti dallo stesso racconto. Gli Apericinema erano il mio modo per creare un’esperienza autentica, un piccolo festival familiare, un appuntamento per i residenti e un’offerta speciale per i turisti. Volevo farvi sentire a casa, farvi incontrare, rompere le barriere. In un mondo che isola, volevo creare contatto.

Mi spiace non essere riuscito a portare avanti questo progetto come l’avevo immaginato. Vi chiedo scusa e vi ringrazio per il tempo trascorso insieme: le chiacchiere, le gag, i sorrisi, i confronti. È stato tutto bellissimo e vero. Una parte importante della mia sceneggiatura.

Spero che questo cinema possa continuare a essere un luogo di incontro e di arte, come l’ho sempre sognato. Per tutti. Per noi.

Con affetto,
Patrik

Invito caldamente alla visione di questo film. Anche se ci farà soffrire, anche se il cinema è sempre più il nostro rifu...
19/09/2025

Invito caldamente alla visione di questo film. Anche se ci farà soffrire, anche se il cinema è sempre più il nostro rifugio lieto da tutto lo sconforto, abbiamo il dovere di essere scossi nella coscienza in questo f***e periodo.
In basso ulteriore approfondimento.

“Striscia di Gaza 2024. Un'auto con a bordo una famiglia viene colpita dalle forze dell'Idf. Sopravvive solo una bambina di 6 anni che la Mezzaluna Rossa palestinese riesce a contattare telefonicamente. Seguiamo quindi i colloqui con Hindi di cui ci viene restituita la voce registrata dal centralino del pronto soccorso. Il suo destino sarà analogo a quello degli altri occupanti dell'auto anche a causa delle molteplici barriere che ostacolano l'intervento dell'ambulanza che si troverebbe a poca distanza da lei.
Quando il cinema si mette al servizio degli esseri umani (ancor più se si tratta di bambini) assolve ad una delle sue funzioni primordiali.

Kaouther Ben Hania, con il supporto produttivo di nomi come Brad Pitt e Alfonso Cuarón, mette al centro di questo film quanto di più anticinematografico si potrebbe pensare: una voce. È quella di Hindi Rajab che la regista ha ascoltato mentre era indirizzata verso tutt'altro progetto e che ha sentito come non eludibile, riflettendo su come si potesse evidenziare lo strazio di una vita sbocciata da poco che non si è potuta salvare.

Togliamo subito dal campo delle valutazioni il sospetto che questo film abbia un contenuto che travalica la forma. Che cioè possa essere apprezzato per ciò che espone più che per come lo fa. Non è così. Siamo di fronte a un cinema che mette la finzione (ricostruita su basi reali) al servizio di una presa di coscienza che non vuole banalmente 'commuovere' quanto piuttosto far pensare. Lo fa attraverso riprese che conservano l'unità di luogo e di azione senza però mai cadere (neanche per un istante) nel teatro su schermo grazie a una camera che costruisce, insieme a gli straordinari interpreti, una tensione continua.

Qualcuno lo bollerà come un film di propaganda in cui nulla è vero. Ci pensano le immagini finali a smentire clamorosamente questa prevedibile accusa. Si tratta invece di un film in cui, oltre alla voce reale della bambina che per ore è stata sostenuta psicologicamente con la speranza di poterla salvare, ci viene presentata anche l'impotenza di chi non solo non ha potuto intervenire a tempo debito con i mezzi di soccorso a causa della burocrazia della morte, imposta dagli occupanti, sotto le mentite spoglie dei percorsi protetti, ma poi vi ha trovato a sua volta la morte.

Per decenni ci siamo giustamente e doverosamente commossi dinanzi alle sofferenze patite dagli ebrei a causa del nazismo e dell'antisemitismo. Ora qualcuno vorrebbe però impedirci di fare altrettanto nei confronti di questa strage degli innocenti compiuta in nome della caccia ai terroristi di Hamas, pena l'accusa di diventare a nostra volta antisemiti.” FONTE Mymovies.it

https://youtu.be/m3i1k-AEIe8?si=P6N3aN5PP43IMr3-

Grazie a chi ha partecipato alla quarta ed ultima iniziativa dell’APERICINEMA. Abbiamo assistito ad un film unico nel su...
26/08/2025

Grazie a chi ha partecipato alla quarta ed ultima iniziativa dell’APERICINEMA. Abbiamo assistito ad un film unico nel suo genere. Uno spaccato n**o e crudo, “FLAT” che ci ha raccontato la guerra senza il solito “trucco” Hollywoodiano. WARFARE di Alex Garland e Ray Mendoza non si appoggia a nessun eroe e a nessun “VILLAIN”. Non ha drammi pregressi nella storia dei personaggi coinvolti per non distrarci dalla vera protagonista, la guerra. Non lascia spazio alla distrazione perché i’intento è quello di portare lo spettatore in trappola, con lunghi silenzi e fasi concitate, supportate da un audio a volte insopportabile in cui l’umanità fallibile cerca una via d’uscita dalla bestia. Vi invito a vedere il film ancora in programmazione nei prossimi giorni.

Grazie alle 70 persone presenti ieri all’APERICINEMA. Un abbraccio a chi ha avuto la forza del confronto partecipando al...
19/08/2025

Grazie alle 70 persone presenti ieri all’APERICINEMA. Un abbraccio a chi ha avuto la forza del confronto partecipando al dibattito sul film LA FAMIGLIA LEROY in Anteprima. Invito tutti al prossimo e ultimo appuntamento di lunedì 25 con un film davvero interessante WARFARE. Il film già uscito in anteprima sarà riproposto nei prossimi giorni. Se sarete disponibili al prossimo APERICINEMA allora aspettato di vederlo con noi e di entrare nel dibattito di fine serata in compagnia di Michele Vigorita. (In alternativa SPLENDIDA IMPERFEZIONE)

17/08/2025

APERICINEMA 18. Ultima possibilità per prenotare entro questa sera alle 22:00.
Trovate i dettagli qui nella pagina.

11/08/2025

Al cinema l’icona del maestro Hayao Myazaki

23/07/2025

“I Fantastici Quattro – Gli inizi” non è solo un film di supereroi: è la storia di una famiglia straordinaria, capace di affrontare sfide galattiche con coraggio, unione e cuore.
Un’avventura che intreccia azione, emozioni e valori, perfetta da vivere insieme ai tuoi cari.
✨ Un film ottimista, dove i sentimenti diventano il vero superpotere.
Da Michele Vigorita

Ringrazio le persone che hanno partecipato al secondo appuntamento di APERICINEMA. Grazie al suggerimento del critico MI...
22/07/2025

Ringrazio le persone che hanno partecipato al secondo appuntamento di APERICINEMA. Grazie al suggerimento del critico MICHELE VIGORITA, dopo un splendido e gustoso aperitivo, ci siamo tuffati in un piccolo capolavoro che ci era sfuggito:LA VITA AGRA. Il film di CARLO LIZZANI tratto dal libro omonimo di LUCIANO BIANCIARDI, ci ha fatto tornare indietro nel tempo e riscoprire gli stessi complessi dibattiti interiori di oggi. Vedere UGO TOGNAZZI e GIOVANNA RALLI sul grande schermo, immortalati dal bianco e nero nella Milano che sta per essere, mi ha lasciato rapito e spiazzato. Un film che scorre con ritmo e che vi invito a vedere (ora su PRIME) nel caso ve lo siate perso. Non sono pazzo, abbiamo dato un film disponibile su di un portale perché l’intenzione di questi eventi è di vivere pienamente l’esperienza del CINEMA. Cosa impossibile nel nostro salotto indipendentemente dalla tecnologia a disposizione. Perché il cinema ci vuole oltre la nostra zona di difesa. Pronti al confronto, al sorriso, al coraggio della condivisione. Ed è così che poi ci si lascia un po’ andare alle nostre impressioni nel dibattito. Il cinema è un luogo comune che accetta ogni prospettiva e rispetta ogni giudizio. Ed ecco che:”Il film era bello? Oppure no? Era forse triste o un film positivo? Certo Iannacci giovane lascia un sorriso. E la presa diretta? .. Sono molto felice che questo possa accadere qui.

Naturalmente l’intenzione è di riportare lo spettatore anche alle parole alla fonte della storia. Un grande romanzo che potrete facilmente trovare per confrontarvi con lucida attenzione.

Ci avete chiesto in tanti:”Che date lunedì prossimo?”. Beh, la risposta positiva è FILM!!😅, ma dovrete avere pazienza per il nuovo APERICINEMA. Io e Michele ci stiamo confrontando per il film del prossimo 18 Agosto (lo saprete a breve). Quindi puntatevi la data sul calendario e tornate a partecipare con lo stesso spirito, aiutateci a portare questi eventi nel futuro di questa bellissima struttura.

Di seguito la scaletta del dibattito di MICHELE, per chi è dovuto rincasare a fine proiezione.

La Vita Agra (1964) di Carlo Lizzani
Tra ironia e tragedia: un viaggio nella Milano del boom economico e nei sogni spezzati
Luciano Bianchi, un intellettuale anarchico toscano, arriva a Milano con un piano f***e: far saltare il "Torracchione" (il Pirellone), grattacielo simbolo di quel potere industriale che ha ucciso i suoi amici minatori. Ma la metropoli del boom è un mostro che seduce e divora. Tra il ritmo frenetico della pubblicità, le tentazioni incarnate dalla bellissima Anna e il richiamo della routine, riuscirà Luciano a tenere vivo il suo fuoco rivoluzionario o la città lo anestetizzerà per sempre?

Spunti di Riflessione da leggere durante la pausa
– I Temi Chiave del Film
• La Città che Anestetizza: Milano non è solo uno sfondo, è un personaggio. È il capitalismo che seduce, ingloba e addormenta le coscienze. Quanto di quella città vediamo ancora oggi?
• Dalla Rivoluzione alla Routine: La parabola di Luciano (un magnifico Ugo Tognazzi) è quella dell'intellettuale che sogna di cambiare il mondo, ma finisce per essere cambiato dalla routine. È un percorso inevitabile?
• Eros contro Ideologia: Anna (Giovanna Ralli) è solo una tentazione che distrae l'eroe o rappresenta una forza vitale, un'alternativa più concreta e "terrena" all'utopia rivoluzionaria?
• Ridere sulle Macerie: Il film è una commedia amara. Si ride molto, ma è una risata che nasce dalla consapevolezza di un fallimento, dalla fine di un'era di sogni.
– Curiosità dal Set
• Una Voce Vera: Giovanna Ralli non fu doppiata, un fatto rarissimo per il cinema italiano dell'epoca, che le conferisce una spontaneità unica.
• Un Simbolo Reale: Molte scene furono girate davvero all'interno del Pirellone, che all'epoca era il grattacielo più alto d'Europa e un potente simbolo del "miracolo italiano".
• Dal Libro al Film: Il finale del film è più netto e tragico di quello del romanzo originale di Luciano Bianciardi, una scelta precisa per accentuare il pessimismo.
• L'Ombra della Dolce Vita: Il titolo si oppone volutamente alla "Vita Dolce" di Fellini, mostrando il lato "Agro" di quello stesso boom economico: il lavoro alienante e la perdita di identità.
– Prepariamoci al Dibattito: Domande per il Pubblico
1. Quanto vi riconoscete oggi nella "vita agra" descritta dal film, fatta di frustrazioni, desideri e compromessi?
2. Il nostro sistema contemporaneo (social media, consumismo, precarietà) anestetizza ancora i sogni e i desideri come faceva la Milano degli anni '60? Li anestetizza di più?
3. Anna è una vittima del sistema che si adatta per sopravvivere o una forza liberatrice che offre a Luciano una via d'uscita più realistica?
4. [DOMANDA CON SPOILER - DA DISCUTERE SOLO ALLA FINE] Il finale del film rappresenta una resa inevitabile di fronte a un sistema troppo grande, o una scelta consapevole e, a suo modo, matura?

Voglio ringraziare di cuore le 90 persone che hanno partecipato all’evento APERICINEMA per la visione del film “IL MAEST...
15/07/2025

Voglio ringraziare di cuore le 90 persone che hanno partecipato all’evento APERICINEMA per la visione del film “IL MAESTRO E MARGHERITA” ieri sera. Primo dei quattro eventi previsti questa estate per portare il cinema ad un livello di esperienza più completo. Grazie alla formula dell’aperitivo e all’intervento del critico abbiamo creato un angolo conviviale e di confronto.

Lascio qui sotto uno scritto da parte del critico Michele Vigorita. Riflessioni sul film “IL MAESTRO E MARGHERITA” proiettato nel primo appuntamento estivo APERICINEMA.
Vi invito a partecipare al prossimo appuntamento Lunedì 21 col film LA VITA AGRA.

Parte 1: Il Romanzo – Storia, Temi e Struttura di un Capolavoro Immortale (Durata Stimata: 15 minuti)
Buonasera a tutti. Prima di immergerci nell'adattamento cinematografico di Michael Lockshin, è fondamentale dedicare del tempo al monumento letterario da cui trae origine: "Il Maestro e Margherita" di Michail Bulgakov. Non si può comprendere la portata del film senza prima aver colto la profondità, la complessità e la genesi dolorosa del romanzo. Quest'opera non è semplicemente un libro; è un atto di resistenza, un labirinto filosofico e un testamento spirituale nato nel cuore più oscuro del XX secolo.

Un Mondo di Terrore: il Contesto Staliniano
Immaginiamo la Mosca degli anni '30. Non è la metropoli vibrante che potremmo pensare. È la capitale di un impero totalitario sotto il pugno di ferro di Josif Stalin. Questo è il periodo del "Grande Terrore", un'epoca di paranoia istituzionalizzata in cui la delazione è all'ordine del giorno. Vicini di casa scompaiono nel cuore della notte, prelevati dalla polizia segreta, la NKVD. Intellettuali, artisti, scienziati, e semplici cittadini vengono accusati di "attività controrivoluzionarie" sulla base di pretesti futili, sottoposti a processi farsa e poi fucilati o spediti a morire di stenti nei gulag.

In campo artistico, la situazione è soffocante. L'Unione degli Scrittori Sovietici, lungi dall'essere un'associazione a tutela degli autori, è diventata uno strumento di controllo del Partito. Impone un unico canone estetico: il Realismo Socialista. L'arte deve essere semplice, diretta, ottimista e funzionale alla propaganda. Deve celebrare le magnifiche sorti del comunismo, l'eroismo del lavoratore e la saggezza del Partito. Ogni deviazione, ogni forma di sperimentalismo, di simbolismo, di introspezione psicologica o, peggio ancora, di satira, viene etichettata come "formalismo borghese" e stroncata sul nascere.
È in questa atmosfera irrespirabile che vive e lavora Michail Afanas'evič Bulgakov. Medico per formazione, ma scrittore per vocazione, Bulgakov è un uomo dall'intelligenza affilata e dallo spirito indomito, incapace di piegarsi alla mediocrità imposta dal regime. Le sue opere precedenti, come la novella satirica "Cuore di cane" o il romanzo "La guardia bianca", sono già state messe all'indice. Le sue pièce teatrali vengono cancellate dopo poche repliche. È un emarginato, un "nemico interno", impossibilitato a pubblicare e a guadagnarsi da vivere con la sua arte. Scrive lettere disperate a Stalin, in un misto di supplica e sfida, chiedendo o il permesso di espatriare o la possibilità di lavorare.

In questo abisso di silenzio e persecuzione, nel 1928, Bulgakov inizia a scrivere il suo romanzo segreto, l'opera della sua vita. Lavorerà su "Il Maestro e Margherita" per dodici anni, fino alla sua morte. È un progetto clandestino, una bomba a orologeria letteraria che sa di non poter mai pubblicare. Nel 1930, in un momento di disperazione assoluta, dopo aver appreso che la sua ultima opera teatrale era stata definitivamente bandita, compie un gesto drammatico: getta nel fuoco la prima versione del manoscritto. Questo atto, tuttavia, non è una resa, ma una catarsi. Da quelle ceneri, il romanzo rinascerà, portando con sé la cicatrice di quel fuoco e trasformandola nel suo stesso cuore tematico, cristallizzato nella celebre frase di Woland: «I manoscritti non bruciano». È la dichiarazione di fede più potente nella sopravvivenza dell'arte contro ogni tirannia.
In questo percorso, fu determinante il ruolo di Elena Sergeevna Bulgakova, sua terza moglie. Lei non fu solo l'ispiratrice di Margherita; fu la complice, la collaboratrice e la salvatrice del romanzo. Trascriveva a macchina i capitoli che Bulgakov le dettava, nascondeva i manoscritti, li riordinava. Negli ultimi mesi di vita dello scrittore, quando lui era ormai cieco e devastato dalla malattia, fu lei a stare al suo fianco, annotando le ultime, febbricitanti correzioni. Senza la sua tenacia, oggi non saremmo qui a parlarne.
Un'Architettura Labirintica: i Tre Mondi del Romanzo
La struttura del romanzo è una delle sue più grandi innovazioni. Bulgakov rifiuta una narrazione lineare e rassicurante. Al contrario, costruisce un mosaico complesso, intrecciando tre piani narrativi che si specchiano, si commentano e si illuminano a vicenda.

Il primo è la Mosca degli anni '30. È il piano della satira. In una città che si professa atea e materialista, piomba il misterioso professor Woland, un diavolo elegante, colto e crudele, accompagnato da una corte di demoni indimenticabili: il gigantesco gatto nero parlante Behemoth, simbolo del caos puro; il sicario Azazello, spietato e mortifero; e il valletto Korov'ev, maestro di inganni e illusioni. La loro missione è organizzare un Gran Ballo annuale, ma nel frattempo si divertono a smascherare l'ipocrisia della società sovietica. Con i loro "prodigi", non fanno altro che far emergere la corruzione, l'avidità e la mediocrità che si nascondono dietro la facciata del nuovo uomo sovietico.
Il secondo piano ci trasporta indietro di duemila anni, nell'antica Gerusalemme, o Yershalayim. Qui il tono cambia radicalmente, diventando solenne, tragico, filosofico. È la storia del quinto procuratore della Giudea, Ponzio Pilato, un uomo di potere tormentato dall'emicrania e dalla solitudine, e del suo fatale incontro con Yeshua Ha-Nozri. Questo Yeshua non è il Cristo dei Vangeli; è un filosofo mite e idealista, spogliato di ogni divinità, la cui unica colpa è credere che tutti gli uomini siano buoni. Il dialogo tra il potere e la coscienza, tra la viltà e la verità, costituisce il cuore filosofico del romanzo, che si scoprirà essere il contenuto del libro scritto dal Maestro.
Il terzo piano è il ponte che collega i due mondi: la storia d'amore immortale tra il Maestro e Margherita. Il Maestro è un drammaturgo geniale, distrutto psicologicamente dalla critica feroce del regime che ha stroncato il suo romanzo su Pilato. Si è auto-recluso in un manicomio, ha rinunciato al suo nome e alla sua arte. Margherita è la sua amante segreta, una donna sposata ma infelice, che ha trovato nel Maestro l'unico senso della sua vita. Disperata per la sua scomparsa, è pronta a tutto. Sarà lei a stringere un patto con Woland, a vendere la sua anima non per ricchezza o potere, ma per amore. Trasformata in una strega, libera e selvaggia, diventerà la regina del Gran Ballo di Satana, in una discesa agli inferi che è, paradossalmente, un atto di suprema affermazione e libertà.
Questa struttura polifonica costringe il lettore a un ruolo attivo. Non c'è una guida, non c'è un centro apparente. Si è sballottati tra generi diversi – dalla farsa al dramma, dal fantasy alla tragedia – e si deve lavorare per trovare le connessioni, per capire come la viltà di Pilato si rifletta nella mediocrità dei critici letterari moscoviti, e come il coraggio di Margherita sia l'unica forza in grado di riscattare la debolezza del Maestro.

I Temi Immortali
Da questa architettura emergono i grandi temi universali.
Primo fra tutti, il conflitto tra Arte e Potere. La storia del Maestro è la storia di Bulgakov. È la tragedia dell'artista che cerca di difendere la propria verità creativa contro un potere che esige sottomissione e menzogna.
Poi, la questione del Bene e del Male. Bulgakov sovverte ogni stereotipo. Woland non è il male che corrompe, ma il male che rivela, che funge da reagente per smascherare la miseria morale umana. Come recita la citazione da Goethe posta in epigrafe, egli è "una parte di quella forza che eternamente vuole il Male e perpetuamente opera il Bene". Il vero male, per Bulgakov, non è il diavolo; è la viltà. La viltà di Pilato che, pur riconoscendo l'innocenza di Yeshua, se ne lava le mani per non compromettere la propria carriera. È questo il peccato che non trova perdono.
Infine, l'Amore e il Sacrificio. L'amore di Margherita è una forza attiva, quasi violenta nella sua devozione. Non è un sentimento passivo. È lei l'eroina dell'azione. Vola, distrugge, si vendica, ma sa anche mostrare una profonda compassione. Il suo patto con il diavolo non è una caduta, ma un'elevazione, un atto di autodeterminazione in un mondo che vorrebbe le donne, e gli individui in generale, sottomessi e silenziosi. È l'amore che salva, non solo l'amato, ma la sua arte, e quindi la memoria e la verità.
Capire questi strati è essenziale per poter poi valutare le scelte, inevitabilmente diverse, che il cinema ha dovuto compiere.


Parte 2: Il Film – La Visione di Michael Lockshin (Durata Stimata: 15 minuti)
Ora che abbiamo fissato le coordinate del monumento letterario, possiamo avvicinarci all'adattamento cinematografico del 2024, un'opera che è stata, fin dalla sua concezione, un progetto ambizioso, rischioso e, alla fine, quasi profetico.

Il Regista e la Produzione: un Atto di Coraggio Artistico
"Il Maestro e Margherita" di Michael Lockshin è un kolossal dal budget imponente per gli standard russi, circa 17 milioni di dollari. Ma la figura chiave per comprendere il film è proprio il suo regista. Michael Lockshin non è un regista russo qualunque. È una figura "ponte", nato negli Stati Uniti da genitori russi dissidenti, ma cresciuto e formatosi a Mosca. Questa doppia identità culturale gli conferisce uno sguardo unico, capace di fondere la grande tradizione narrativa russa con un linguaggio visivo moderno e spettacolare, di stampo più internazionale. Lo si era già visto nel suo film d'esordio, "Silver Skates" (2020), un fantasy storico visivamente sontuoso che, non a caso, è stato il primo film originale russo ad essere acquisito e distribuito globalmente da Netflix. Già lì, Lockshin aveva dimostrato la sua abilità nel creare mondi immersivi e nel mescolare intrattenimento e riflessione sociale.

La produzione del film è stata essa stessa un dramma bulgakoviano. Girato nel 2021, in un clima già teso ma non ancora esploso, il progetto è stato travolto dalla storia. Con lo scoppio della guerra in Ucraina nel febbraio 2022, e la coraggiosa e pubblica presa di posizione di Lockshin contro l'invasione, il film si è trovato in una situazione impossibile. Il distributore internazionale, Universal Pictures, si è ritirato. La propaganda di stato russa ha iniziato a etichettare il film come "anti-russo" e il suo regista come un traditore. Lockshin è stato costretto a completare la complessa post-produzione in esilio, lavorando a distanza, proprio come un artista perseguitato dal regime. Il film, quindi, non solo racconta una storia di oppressione artistica, ma è diventato esso stesso un esempio di resistenza artistica, caricandosi di un'urgenza politica che va ben oltre la sceneggiatura.

L'Estetica del Film: un'Orchestrazione di Stili
Lockshin orchestra un'esperienza visiva e sonora di straordinaria ricchezza, dove ogni scelta tecnica è carica di significato.

Il Cast: La scelta di un cast internazionale è programmatica.
• Per il ruolo cruciale di Woland, è stato scelto l'attore tedesco August Diehl. Questa non è una scelta casuale. Avere un diavolo "straniero", che parla russo con un leggero accento, accentua la sua alterità, il suo essere un elemento esterno che irrompe per giudicare una società chiusa e xenofoba. Diehl gli conferisce un'eleganza gelida, un'ironia tagliente e uno sguardo che sembra leggere l'anima.
• Per il ruolo del Maestro e di Margherita, sono stati scelti Evgenij Tsyganov e Julija Snigir’, due attori di punta in Russia e coppia nella vita. Questa scelta ha alimentato la loro chimica sullo schermo, donando ai loro sguardi e ai loro silenzi un'intensità e una verosimiglianza palpabili.
• Infine, il procuratore Ponzio Pilato è interpretato dall'attore danese Claes Bang, un attore magistrale nel ritrarre uomini di potere divorati dal dubbio e dalla crisi morale, come già dimostrato in "The Square".
La Tecnica Visiva: La vera forza del film risiede nella sua estetica mozzafiato.
• La Fotografia di Maxim Zhukov è un capolavoro di suggestione. Utilizzando lenti anamorfiche vintage su cineprese digitali, crea un'immagine avvolgente, quasi onirica. Le palette di colori sono nettamente distinte e simboliche: la Mosca del regime è immersa in grigi e blu opprimenti, freddi, quasi metallici. Le scene d'amore tra il Maestro e Margherita sono invece avvolte in una luce dorata, calda, quasi nostalgica. Il mondo di Woland, invece, esplode in rossi infernali, neri profondi e luci teatrali, barocche.
• La Scenografia è deliberatamente anti-realista. La Mosca che vediamo non è una ricostruzione storica, ma un'interpretazione espressionista. È una città di architetture monumentali e soffocanti. Domina su tutto la visione del colossale Palazzo dei Soviet, un progetto staliniano mai realizzato, che nel film incombe sullo skyline come un Golem di cemento, simbolo di un'utopia totalitaria schiacciante e fallita. Gli interni, invece, mescolano un'eleganza Art Déco in rovina con la squallida oppressione degli appartamenti comuni.
• La Colonna Sonora di Anna Drubich è un altro pilastro narrativo. Non è un semplice accompagnamento, ma una guida emotiva. Ha composto temi musicali distinti per ogni linea narrativa: una musica sinfonica, lussureggiante e romantica per la storia d'amore; ritmi jazz caotici e dissonanti per le incursioni diaboliche di Woland; e canti corali solenni e tragici per le scene ambientate a Yershalayim. La musica ci dice costantemente in quale universo emotivo ci troviamo.
Spunti per una Visione Attiva
Vi invito ora alla visione, tenendo a mente queste domande che non cercano un giudizio, ma uno sguardo più profondo.
1. L'Allegoria Politica: Oltre all'ambientazione storica, dove e come sentite l'eco della Russia di oggi? Fate caso ai dialoghi sulla censura, sulla delazione, sulla paura di parlare.
2. La Rappresentazione di Woland: Osservate la sua fisicità, le sue inquadrature. È spesso ripreso dal basso, o con il volto in penombra? Cosa comunica il suo modo di porsi, così diverso da quello degli altri personaggi?
3. L'Architettura della Trama: Per chi ha letto il libro, questo è l'aspetto più interessante. Provate a notare come la storia è stata riorganizzata. Qual è l'effetto di questa nuova struttura sulla vostra percezione dei personaggi e degli eventi?
Buona visione.


Parte 3: Analisi dell'Adattamento – il Cuore del Cambiamento (Durata Stimata: 20 minuti)
(Attenzione: da questo momento in poi, l'analisi conterrà inevitabili spoiler sul film)
Bene, ora che abbiamo tutti visto il film, possiamo finalmente addentrarci nel cuore della sua operazione culturale e smontare le scelte di adattamento di Lockshin, per capire non solo cosa ha cambiato, ma soprattutto perché lo ha fatto, e cosa questo comporta. E qui, arriviamo al punto cruciale della tesi critica che è stata sollevata all'inizio.
La Mossa Maestra: la Struttura Meta-Narrativa
La scelta più radicale e intelligente del film è l'abbandono della struttura polifonica di Bulgakov a favore di una cornice meta-narrativa. Nel film, la storia di Woland e gli eventi di Yershalayim non sono semplicemente "reali" come nel romanzo. Sono, a tutti gli effetti, la creazione letteraria del Maestro. La realtà e la finzione si compenetrano costantemente. Vediamo il Maestro scrivere una scena, e subito dopo vediamo quella scena prendere vita. Woland stesso sembra a tratti un personaggio evocato dalla disperazione dello scrittore, un'allucinazione che prende corpo per fare vendetta al suo posto.
Questa non è solo una soluzione per rendere la trama più accessibile al grande pubblico. È una profonda reinterpretazione tematica. Se nel romanzo il tema è la lotta dell'arte contro il potere, nel film il tema diventa l'immaginazione come unica, suprema forma di resistenza. Il Maestro non è più solo una vittima passiva schiacciata dal sistema; diventa un creatore attivo che combatte la realtà opprimente costruendone una alternativa, più vera e più giusta, attraverso la sua opera. La sua stanza diventa un campo di battaglia dove la fantasia si scontra con la tirannia.
Questa scelta, di conseguenza, sposta il centro di gravità del racconto. Nel romanzo, è difficile dire chi sia il vero protagonista. È il Maestro? È Woland? È Margherita? O è la città di Mosca stessa? Nel film, non c'è dubbio: il protagonista assoluto è il Maestro. Tutta la storia è filtrata attraverso il suo sguardo, la sua sofferenza e la sua ribellione creativa. Il film diventa così un intenso thriller psicologico e politico, incentrato sulla parabola di un singolo artista.
Il Sacrificio Tematico: l'Amore al Servizio della Politica
E qui arriviamo alla tua osservazione, che è il centro di tutta l'analisi. Cosa comporta questa focalizzazione sull'allegoria politica? Comporta un riassetto delle gerarchie tematiche. Nel romanzo, la satira sociale, la riflessione filosofica e la storia d'amore sono tre pilastri di uguale importanza, che creano una tensione meravigliosa e irrisolta. Lockshin, per rendere il film una dichiarazione potente e urgente sulla Russia di oggi, sceglie consapevolmente di subordinare tutto all'allegoria politica.
La storia d'amore, pur essendo narrata con grande intensità visiva ed emotiva, cambia la sua funzione. Diventa il carburante per la lotta politica. L'amore di Margherita non è più "solo" un atto di devozione assoluta e personale; diventa l'innesco che permette al Maestro di continuare a lottare, e la sua trasformazione in strega diventa il simbolo stesso della ribellione contro il conformismo. La scena della distruzione dell'appartamento del critico Latunsky non è solo uno sfogo personale, ma un atto di terrorismo artistico contro un rappresentante del regime.
È qui che si manifesta quello che hai definito, a ragione, un "errore", o meglio, un sacrificio consapevole. Per rendere il messaggio politico così chiaro e potente, il film deve rinunciare a qualcosa. E quel qualcosa è la complessità del cuore. La traiettoria sentimentale, nel romanzo, ha una sua autonomia tragica e universale. Nel film, rischia di diventare un "pretesto nobile", una bellissima cornice per un quadro che, in realtà, vuole parlare d'altro: della censura, della persecuzione, della libertà di parola. La chimica tra gli attori è innegabile, ma la loro storia, nel montaggio finale, sembra esistere in funzione della denuncia politica, e non come nucleo emotivo autosufficiente. È, come ha scritto un critico, una "magnifica storia politica con una love story d'appendice".
Ciò che si Perde: l'Ambiguità e il Riso
Questa scelta di campo ha altre due conseguenze importanti.
La prima è la perdita dell'ambiguità morale. Il romanzo è affascinante perché è moralmente scivoloso. Woland è davvero il male? Yeshua è davvero il bene? Le risposte non sono mai semplici. Nel film, le linee sono più nette. Il regime è il male assoluto. Il Maestro e Margherita sono gli eroi positivi. E Woland diventa una sorta di angelo sterminatore, un "antieroe positivo" che punisce i cattivi e aiuta i buoni. Questo è estremamente catartico e soddisfacente per lo spettatore, ma smarrisce la vertigine filosofica del testo di Bulgakov, che metteva in discussione le nostre certezze su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato.
La seconda grande perdita è il riso. Il romanzo di Bulgakov è un'opera profondamente comica. Il suo umorismo è grottesco, surreale, a tratti demenziale. È un riso liberatorio, l'arma dei disperati contro un potere che si prende terribilmente sul serio. La figura del gatto Behemoth, con le sue battute e i suoi disastri, è l'incarnazione di questo spirito anarchico. Nel film, questa componente comica è drasticamente ridimensionata, quasi epurata. Il tono generale è molto più cupo, solenne, tragico. Lockshin sostituisce il riso sferzante di Bulgakov con un senso di grandiosità epica. È una scelta legittima, che conferisce al film un'aura di importanza e serietà, ma che gli toglie quella vitalità caotica e irriverente che era una delle forme di resistenza più efficaci del romanzo.
Conclusione: un Adattamento Necessario, una Traduzione Infedele
In conclusione, "Il Maestro e Margherita" di Michael Lockshin è un'opera cinematografica potente, visivamente sbalorditiva e politicamente coraggiosissima. È un adattamento che ha compreso l'urgenza di usare la storia di Bulgakov per parlare del nostro presente, e lo ha fatto con intelligenza e maestria.

Tuttavia, non è, e non vuole essere, una traduzione fedele del romanzo. È una reinterpretazione. Ha consapevolmente scelto di sacrificare la complessità polifonica, l'ambiguità morale e la vitalità comica del testo originale per forgiare un'arma affilata: un'allegoria chiara e potente sulla lotta dell'arte e dell'individuo contro il totalitarismo.
La tua critica iniziale, quindi, non solo è valida, ma coglie perfettamente il centro dell'operazione. Nel rendere la storia così rilevante e leggibile in chiave politica, Lockshin ha dovuto smorzare la fiamma più intima e misteriosa del romanzo: quella della storia d'amore come forza cosmica e fine a se stessa, e quella delle domande metafisiche destinate a rimanere senza risposta. Ha creato un film magnifico e necessario per i nostri tempi, ma che si lascia alle spalle una parte del cuore selvaggio, tenero e inafferrabile del capolavoro immortale di Bulgakov. Grazie.

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