Casa del popolo

Casa del popolo Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Casa del popolo, Via Vittorio Emanuele n. 279, Adrano.

La Casa del Popolo pone le seguenti finalità e scopi: realizzare attività politiche, culturali, sociali, artigianali, agricole, sindacali, tecnologiche, artistiche, musicali e di spettacolo, compreso il teatro ed il cinema; aggregazione sociale, che promuovano l'anticapitalismo, l'antifascismo militante, l'antimperialismo e lo sviluppo di coscienza di classe attraverso la diffusione di idee e l'at

tuazione di pratiche politiche e sociali che si oppongono al sistema capitalistico nella prospettiva di una società in cui lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo sia stato abolito.

Torna la musica alla Casa del Popolo!Venerdì 11 settembre ospiteremo Mörning Blood, progetto solista dell'adranita Simon...
03/09/2026

Torna la musica alla Casa del Popolo!

Venerdì 11 settembre ospiteremo Mörning Blood, progetto solista dell'adranita Simone Caruso.

Vi aspettiamo a partire dalle 21h

La discesa in picchiata del potere d'acquisto!Ultimamente le tensioni geopolitiche globali come la crisi dello stretto d...
02/09/2026

La discesa in picchiata del potere d'acquisto!

Ultimamente le tensioni geopolitiche globali come la crisi dello stretto di Hormuz o la guerra economica alla Russia, hanno determinato un'impennata dei prezzi di gasolio, benzina e prodotti energetici, ma il vero problema per la maggior parte del popolo italiano è che sono ormai 30 anni che stipendi e pensioni nel nostro Paese sono fermi al palo.
È da troppo tempo che il potere d'acquisto delle famiglie è crollato. A peggiorare la situazione c'è stato l'aumento improvviso del 25% sui prodotti alimentari ed energetici registrato dal 2021, con il conseguente boom delle bollette che ha messo in ginocchio milioni di persone. Oggi circa 6 milioni di italiani si trovano in povertà assoluta.
I vari governi che si sono succeduti non hanno mai pensato di ridurre le disuguaglianze economiche e sociali. Servirebbe tassare i grandi patrimoni e tagliare l'IRPEF ai lavoratori dipendenti, che oggi subiscono un prelievo pesante: basti pensare che su uno stipendio di 1.500 € lordi, al netto si scende spesso sotto i 1.000 €.
I signori del governo, dall'alto dei loro super stipendi e dei loro privilegi, nemmeno si chiedono come facciano le famiglie ad arrivare a fine mese. Per non parlare dei lavoratori precari, dei disoccupati lasciati senza sussidio e dei pensionati con assegni da fame.
E a proposito di governo: che fine hanno fatto le promesse sulle accise?
Vi ricordate Giorgia Meloni che faceva i video ai distributori promettendo di abolire le tasse sui carburanti? Vi ricordate Matteo Salvini che garantiva il taglio immediato al primo Consiglio dei Ministri?

Che fine hanno fatto quelle promesse?

Oggi che sono al potere, di quei proclami non è rimasta neanche l'ombra. Le accise pesano ancora come un macigno su benzina e diesel, prosciugando soprattutto i portafogli della classe lavoratrice, che deve spostarsi per andare a lavorare.

Basta subire!

Il conto delle guerre imperialiste lo devono pagare i padroni, non le classi popolari!

28/08/2026
Non ci può essere lotta di classe, senza una coscienza antifascista!
12/08/2026

Non ci può essere lotta di classe, senza una coscienza antifascista!

Il 30 luglio 1970 lo stabilimento Ignis di Spini di Gardolo, alle porte di Trento, fu teatro di uno degli episodi più noti della storia dell'antifascismo italiano: la cosiddetta "gogna missina".
Per anni la proprietà aziendale, nota per le sue posizioni conservatrici, aveva cercato di far entrare la CISNAL, sindacato legato al Movimento Sociale Italiano, nella fabbrica con lo scopo di minare le rivendicazioni dei lavoratori.
Ma siamo negli anni Settanta. In quello stabilimento vi erano molti operai sindacalizzati e nel consiglio di fabbrica c’erano alcuni appartenenti a Lotta Continua. Così la CISNAL, nonostante il supporto aziendale, aveva appena una decina di tesserati su un’azienda che a pieno regime doveva contare 1.500 dipendenti.
Il 30 luglio la CISNAL, dopo svariati tentativi abortiti sul nascere, cercò di tenere un'assemblea all'interno della fabbrica. Ben presto gran parte degli operai contestarono l’iniziativa con bordate di fischi. A quel punto i dirigenti CISNAL fecero affluire neofascisti da Bolzano e Verona, armati di spranghe, catene e coltelli. Seguirono violente aggressioni, durante le quali i neofascisti arrivarono a ti**re due molotov e tre operai rimasero feriti da coltellate. La polizia presente non intervenne.
Alla fine gli operai riuscirono ad allontanare gli estremisti di destra. Nel frattempo erano giunti sul posto il consigliere regionale missino Andrea Mitolo e il segretario trentino della CISNAL, Gastone Del Piccolo. Vennero circondati dagli operai che nella borsa di Del Piccolo trovarono un'ascia. I due furono costretti a percorrere circa sette chilometri fino al centro di Trento con le mani intrecciate dietro la testa e cartelli recanti la scritta: «Siamo fascisti. Oggi abbiamo accoltellato tre operai Ignis. Questa è la nostra politica pro operai».
L'episodio ebbe un'enorme risonanza nazionale e divenne uno dei simboli del conflitto politico e sociale degli anni Settanta. Ancora oggi rappresenta una vicenda che deve essere analizzata nel clima di quegli anni, segnati dall'ascesa della violenza neofascista, dalle lotte operaie e dall'inizio della strategia della tensione.

10 agosto 1944, ore 5,45. Un autocarro tedesco frena di botto e scarica giù 15 uomini in tuta da lavoro. Fa appena giorn...
10/08/2026

10 agosto 1944, ore 5,45. Un autocarro tedesco frena di botto e scarica giù 15 uomini in tuta da lavoro. Fa appena giorno a Milano e piazzale Loreto è quasi un deserto. Su un lato della grande spianata circondata dai palazzi, un pugno di militi della Brigata Nera “Aldo Resega” sorveglia le vie d’accesso. Altri uomini, italiani, fascisti della GNR e della Legione “Ettore Muti” attendono di compiere lo sporco lavoro che gli è stato affidato. I prigionieri stanno fermi, in fila, davanti alle armi. La voce del capitano Pasquale Cardella, che comanda il plotone della “Muti”, urla parole di morte. Poi, un ordine secco mette in moto i quindici uomini, velocemente. Con uno scatto improvviso, prima uno e poi un altro cercano scampo. Un portone spalancato, un angolo da svoltare. Due raffiche e pochi metri di vita. Il resto della fila si sbanda, forma una curva, c’è una staccionata. Fermi così! Fermi lì! Colpi, colpi, e anche quei corpi muoiono a terra.

Lì, tutti insieme… Trascinate nel mucchio quegli altri due. Grida di ebbrezza, risate rabbiose. Un cartello: QUESTI SONO I GAP SQUADRE ARMATE PARTIGIANE ASSASSINI. Lì. Fino a sera. State di guardia. Nessuno li muova. Nessuno li tocchi. Niente fiori, nemmeno candele. Tutti li vedano, tutti devono guardare. Che imparino tutti.

La strage è portata a compimento dopo nemmeno quarantotto ore dalle esplosioni che, la mattina dell’8 agosto, nel tratto di viale Abruzzi che conduce a piazzale Loreto, hanno fatto saltare in aria un camion tedesco, provocando il lieve ferimento dell’autista e la morte di diversi passanti. Tutti italiani.

Malgrado la pattuglia della Wehrmacht non avesse riportato perdite, che avrebbero comportato l’applicazione del bando Kesselring “10 italiani per un tedesco”, l’ordine della rappresaglia arriva. Perché Theodor Emil Saevecke, capitano delle SS, comandante per la Lombardia della SIPO-SD (Polizia e Servizio di sicurezza), va oltre quella legge già così feroce?

Marcinelle: l’8 agosto, per non dimenticareDal 2001, l’8 agosto è la Giornata Nazionale del Sacrificio e del Lavoro Ital...
08/08/2026

Marcinelle: l’8 agosto, per non dimenticare

Dal 2001, l’8 agosto è la Giornata Nazionale del Sacrificio e del Lavoro Italiano nel Mondo.

Una data che ricorda la tragedia della miniera belga di Marcinelle, quando, l’8 agosto 1956, morirono 262 minatori, di cui 136 italiani — il numero più alto tra i circa 600 italiani morti nelle miniere tra il 1946 e il 1956.

La mattina della tragedia

> 8:11 del mattino di quel maledetto 8 agosto 1956. Una gigantesca nuvola di fumo nero si sprigiona dalla miniera di carbone di Bois du Cazier, a ridosso di Marcinelle, nel comune di Charleroi in Belgio. La bestia ha spiegato le sue ali di fuoco nero a mille metri sotto il livello della dignità umana.

Il disastro di Marcinelle si consumò in pochi istanti.

Un montacarichi fu fatto risalire nel momento sbagliato, urtando una trave metallica e squarciando un cavo dell’alta tensione, una conduttura dell’olio e un tubo dell’aria compressa. La scintilla provocata innescò la combustione dell’olio ad alta pressione: le fiamme si propagarono rapidamente lungo il condotto d’entrata dell’aria principale, riempiendo di fumo e monossido di carbonio l’intero impianto sotterraneo.

In un complesso minerario di antica costruzione, dove gran parte delle strutture era ancora in legno e le misure di sicurezza erano ferme all’Ottocento, l’incendio fu immediato e micidiale.

Mancavano persino le maschere con ossigeno: quasi tutti morirono soffocati, mentre le fiamme completavano l’opera.

Dei 274 minatori presenti, solo 12 riuscirono a salvarsi.

L’Italia nelle miniere del Belgio

Nel secondo dopoguerra, il miraggio del lavoro spinse intere generazioni di italiani a emigrare verso le miniere belghe.

Provenivano soprattutto da Sicilia, Puglia, Abruzzo, Veneto e Campania, attratti dagli accordi “uomo-carbone” tra Italia e Belgio.

Il Primo Ministro belga Achille Van Acker lanciò la cosiddetta “battaglia del carbone” e firmò con l’allora Primo Ministro italiano Alcide De Gasperi un protocollo: l’Italia avrebbe inviato gradualmente 50.000 minatori in cambio di forniture di carbone a prezzo preferenziale, una risorsa ormai scarsa in patria.

Per convincere le persone, in Italia comparvero manifesti rosa che illustravano soltanto i vantaggi:

“salari elevati, carbone e viaggi in ferrovia gratuiti, assegni familiari, ferie pagate, pensionamento anticipato”.

Dietro quelle promesse, però, si nascondeva una realtà durissima: turni estenuanti, ambienti pericolosi e condizioni di sicurezza inesistenti.
Partì così dall’Italia un'inarrestabile marcia verso il miraggio del lavoro, con la speranza di trovare se non il benessere, almeno il pane per sopravvivere. Ma ad attendere i nostri connazionali ci fu soprattutto la fatica smisurata del lavoro nelle viscere della terra, senza alcuna preparazione, con misure di sicurezza totalmente inadeguate, per non parlare del clima di diffidenza e razzismo da parte della popolazione locale. Gli «uomini carbone» alloggiavano in vere e proprie baracche di legno o strutture di lamierache erano state usate durante la guerra come campi di prigionia per i tedeschi.

Negli anni in cui vengono conclusi i vari accordi bilaterali tra Italia e Belgio, come il protocollo del 23 giugno 1946 ed il protocollo dell’11 dicembre 1957 gli immigrati italiani si dirigono in misura considerevole verso le miniere di carbone del Belgio: sono circa 24.000 nel 1946, oltre 46.000 nel 1948. A parte un periodo di flessione corrispondente agli anni '49-'50, nel 1961 gli italiani rappresentano il 44,2 per cento della Popolazione straniera in Belgio, raggiungendo le 200.000 unità.

I ritmi di lavoro erano estenuanti, ripartiti tra gli scavi e la costruzione delle gallerie, nel nero della miniera. Talmente dura che in molti decidevano di far ritorno alla propria terra, ma solo dopo aver svolto l’anno di lavoro obbligatorio stabilito dal contratto belga, pena l’arresto
Nella pratica un vero sfruttamento bilaterale dell’uomo sull’uomo.

04/08/2026

Si approfitta sempre dell'estate per far passare certi provvedimenti

Le bombe le piazzano i fascisti, ma sono pagate dai padroni.
02/08/2026

Le bombe le piazzano i fascisti, ma sono pagate dai padroni.

2 agosto 1980 – 2 agosto 2026.

Quarantasei anni fa la strage fascista alla Stazione di Bologna, in cui persero la vita 85 persone e oltre 200 rimasero ferite.

Da allora, ogni anno, Bologna si ferma per ricordare le vittime e stringersi attorno ai loro familiari, condividendo un dolore che il tempo non ha cancellato e non può cancellare.

Fu un atto di matrice fascista ed eversivo, pensato per colpire e destabilizzare la nostra democrazia. Le sentenze degli ultimi anni hanno consentito di ricostruire responsabilità e retroscena fondamentali. Ora il dovere è continuare a cercare fino in fondo la piena verità e a custodire la memoria.

Insieme all’Associazione dei familiari delle vittime della Strage alla Stazione di Bologna, le istituzioni non si sono mai fermate nella richiesta di verità e giustizia.

2 agosto 1980: Per non dimenticare. Mai.

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