09/08/2026
Giugno 1940, Torino. Mentre l'Italia di Mussolini entra in guerra a fianco della Germania nazista, il giovane Massimo ha un solo pensiero in testa: la musica. La passione per il jazz è l'unico grande motore della sua vita, nonostante il padre lo spinga a dedicarsi esclusivamente agli studi di Architettura, progettando per il figlio un posto di lavoro fisso al catasto. Massimo, però, non ne vuole sapere. Trascorre le serate nel piccolo locale dove si esibisce il quintetto jazz di Giò Cervi, suo idolo. Qui avvicina il musicista ebreo Alberto Molaien, a cui chiede lezioni di pianoforte e composizione. Ma intanto la situazione politica degenera. Le espressioni artistiche non rigorosamente italiane sono bandite. Il jazz, originatosi negli Stati Uniti, è considerato veicolo di esotismo e condannato come forma d'arte degenerata. Massimo, Giò e Alberto vengono arrestati e finiscono in carcere come prigionieri politici. Nel 1943 la prigione passa sotto il controllo dei tedeschi.
«Non ingabbiate i vostri sogni, lasciateli scorrere leggeri. Anche attraverso le sventurate prigioni del mondo». Ha un valore profetico la frase che un mago di strada rivolge al giovane Massimo, poco prima di essere arrestato, in una sequenza che diventa emblema dell'assurda ottusità di un regime fascista che non accetta la fantasia, la creatività. Manifestazioni dell'intelletto e dello spirito che vanno represse perché pericolose. Molto più insidiose di una critica politica esplicita, in quanto libere espressioni di una mente che non si rassegna all'inattività. Stimoli alla riflessione che cozzano con l'imposizione di una diffusa e generalizzata ignoranza di regime. Ecco perché il jazz era proibito dai totalitarismi e i suoi miti, come Louis Armstrong, dissacrati. Una musica straniera, che accosta l'istintività di una passione primordiale alla raffinatezza di un'arte colta, non poteva essere né compresa né tollerata. Diversi musicisti furono discriminati e perseguitati, per la sola ragione di avere una passione "sbagliata".
7/8 - Sette ottavi è la loro storia. La storia di un'ingiustizia passata sotto silenzio. Il regista Stefano Landini decide di raccontarla, dando voce a quella stessa musica che i gerarchi nazifascisti tentarono di mettere a tacere per sempre. È il jazz, infatti, il vero protagonista di un film in cui la musica è talmente predominante da dare l'impressione che le immagini siano state pensate per accompagnarla, e non viceversa. Nonostante siano ricercate e raffinate, grazie alla scelta di un patinato bianco e nero, dalla resa molto nitida consentita dall'uso del Viper 2K. 7/8 - Sette ottavi è stato il primo film italiano interamente girato con questo sistema, che migliora ulteriormente la qualità dell'alta definizione. Eppure è la musica a monopolizzare l'attenzione, composta dal trombettista jazz di fama internazionale Paolo Fresu, che compare in cameo nel film. Una musica che è talmente protagonista da mettere spesso la vicenda narrata in secondo piano, quasi a toglierle impatto e intensità, a raffreddarne le emozioni, nonostante la drammaticità del tema affrontato, complici il didascalismo di certe sequenze e l'interpretazione non eccelsa del cast. Un piccolo film indipendente, quello diretto da Landini, che ha la partitura di una dichiarazione d'amore nei confronti del jazz. Una musica che rende l'animo libero, anche se il corpo è imprigionato. È così che Massimo e Alberto sopportano le ingiustizie del carcere, con le dita che tamburellano sulle spesse mura della prigione. A comporre una melodia immaginaria che libra la mente e guarisce il cuore.
https://www.mymovies.it/film/2006/setteottavi/
InPrimoPiano
Paolo Fresu
7/8 - Sette ottavi - Un film di Stefano Landini. Drammatico, Italia, 2006. Un film che ha la partitura di una dichiarazione d'amore nei confronti della musica.