12/04/2025
Chaplin agli occhi degli artisti del suo tempo.
Fernand Leger, pittore cubista e futurista, al rientro dall'incubo del fronte verrà trascinato al cinema da Apollinaire, che per convincerlo gli dice "C'è ancora qualcosa, vieni a vedere", ed ecco sullo schermo, "questo ometto, che riusciva a non essere più un ometto, ma una sorta di oggetto vivo, secco, mobile, bianco e nero, e che era qualcosa di nuovo", una sagoma nuova, la silhouette, già universale, del vagabondo.
Anni dopo, su una nave di rientro da un viaggio in Asia, Jean Cocteau e Chaplin si incontrano e iniziano una lunga conversazione che durerà tutta la notte. La mattina successiva, e per il resto del viaggio, tale l'intensità e la profondità di quello scambio, i due decidono di evitarsi e di osservarsi a distanza. "Io non parlo inglese, Chaplin non parla francese. Eppure noi parliamo senza il minimo sforzo. Qual è questa lingua? E' una lingua vivente, la più viva di tutte, che nasce dalla volontà di comunicare ad ogni costo, la lingua dei mimi, la lingua dei poeti, la lingua del cuore".
Di Chaplin Cocteau su quella nave farà un celebre ritratto a matita, sorridente, l'aspetto elegante, lo sguardo basso, riflessivo. L'istantanea a matita dell'uomo, questa volta, al di là del volto senza tempo del suo vagabondo.
Quel vagabondo umano, gentile, sempre un po' innamorato, difettoso, imperfetto e inadatto agli eroismi se non quelli minimi e quotidiani, lo sfrontato fatalista, l'anarchico mite del gesto e dello sguardo, irriducibile e refrattario anche all'idea d'essere un puro.
Fonti: "Chaplin et les artistes" da "Charlie Chaplin" a cura di Jérôme Larcher, Cahiers du Cinema.
Nelle immagini:
"City lights", 1931, Charlie Chaplin
"Les femmes au perroquet", Fernard Léger
"Le sang d'un poète", 1932, Jean Cocteau
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