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Asocial Daub film review piccole - a volte - recensioni dei film in sala a Bologna

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DIGGERregia: Alejandro González Iñárritu     produzione: USA, UK, Messico, 2026 - 128’   visto: Lumière Una piccola bomb...
03/10/2026

DIGGER
regia: Alejandro González Iñárritu
produzione: USA, UK, Messico, 2026 - 128’
visto: Lumière
Una piccola bomba questo Digger di Iñárritu, probabilmente uno dei film più importanti dell'anno, perché deludendo alcuni e accontentando altri si presterà a discussioni e interpretazioni infinite.
Già solo il fatto di avere a disposizione un Tom Cruise che non salta dai palazzi o dagli aeroplani pretendendo di avere la metà dei suoi anni, era un'occasione troppo invitante, e infatti il regista messicano gli affida un quasi one-man show, come già fatto con Di Caprio in The Revenant e prima ancora con Michael Keaton in Bird. Vero che Cruise qui non è proprio da solo (così come non lo erano Keaton e Di Caprio), ma senza nulla togliere a John Goodman, Sandra Hüller, Riz Ahmed, Emma D'Arcy, Michael Stuhlbarg e il sempre ottimo Jesse Plemons, l’aura e la prova di Cruise sono imprescindibili per il risultato finale, anche perché in fondo, tutte le trame e sottotrame presenti, servono più che altro a delineare meglio la figura del protagonista.
Digger comunque, prima di tutto, è uno di quei film con dentro un congegno a sorpresa (più sorprese, in realtà), sul quale cercherò di non svelare più di tanto. A un primo livello è sicuramente una satira farsesca sul turbo capitalismo, con evidentissimi riferimenti alla politica dell'amministrazione Trump e di tutto il circo di interessi che gli orbita intorno. È però anche un film sulla capacità dell'umanità di adattarsi a qualsiasi situazione, attitudine fortemente in contrasto con la totale incapacità di correggere la propria naturale predisposizione predatoria.
Che Digger Rockwell sia un tipico esemplare di predatore ce lo dicono subito le prime immagini, che lo mostrano muoversi da padrone in un maniero settecentesco, circondato da fucili, svariati generi di altre armi, e una collezione insensata di trofei di caccia.
Digger è ricchissimo perché, come dice il suo stesso nome (to dig = scavare), è un boss del petrolio. La sua famiglia lo estrae e lo lavora da generazioni, la sua influenza arriva al presidente degli Stati Uniti, col quale intrattiene relazioni direttissime. Una bella mattina lo chiamano da uno dei suoi pozzi dell’Alaska, dove una perdita di metano (da lui precedentemente ignorata e trascurata) sta per scatenare una catastrofe immane.
Al precipitare rapidissimo degli eventi, raduna immediatamente a casa sua il comitato di emergenza, composto dal presidente USA, dal vice, dai capi dell’esercito e dagli scienziati più illustri, ma dopo aver considerato i vari scenari e i relativi danni, il consesso riunito (composto ovviamente di soli vegliardi, rigorosamente bianchi), decide di non agire e affidarsi alla volontà del buon dio, preoccupandosi solo di guidare la narrazione del disastro.
Da questo punto in avanti, si raccontano, dalla prospettiva del Capitale, le conseguenze delle azioni e delle inazioni, e una serie di risposte disperate e folli indirizzate esclusivamente alla salvaguardia dello status-quo.
Digger Rockwell diventa quindi il campione arrogante e spregiudicato di una classe economica, politica e sociale irresponsabile, che lotta con tutte le forze per farla franca e portare avanti un’ormai collaudata strategia: privatizzare i profitti e collettivizzare le perdite.
Tom Cruise, o forse è meglio dire Curtis Markson, si fa carico di dare corpo e voce a un personaggio efferato e caricaturale, equipaggiato di tutti i tic e stereotipi del caso: è vecchio, egoista, volgare, si veste come un petroliere texano, con stetson e bolo-tie, e si muove in ambienti fermi agli anni Settanta, così come pare ferma a quell’epoca la sua mentalità. Addirittura Digger ripudia il sistema metrico per restare devoto a quello imperiale, e come il capo della Spectre, ha per unico affetto una vecchia gatta in decomposizione che si rifiuta di lasciar morire.
Una parte così è la gioia di ogni attore, un ruolo esagerato in cui non preoccuparsi di essere bilanciato o trattenuto, perché è il film stesso a chiederti di sforare continuamente nell’over-acting.
L’esuberanza di Digger però, con la sua battuta sempre pronta e il suo essere sempre un paio di mosse davanti agli altri, porta con sé un paio di grossi problemi, che si affacciano pericolosamente nella scena madre, quella in cui lo spiritato magnate trivellatore difende sé stesso, e la categoria dei grandi rapinatori di risorse, davanti a un’assemblea di delegati europei tanto furiosi e indignati quanto ingrigiti e imbiancati da una polvere metafisica, in una splendida citazione di praticamente tutto il cinema dello svedese Roy Andersson (Un piccione seduto su un ramo…).
Gli argomenti usati nell’arringa però suonano stanchi e non così sconvolgenti o scandalosi come ci si aspetterebbe da una scena così grandiosa e peraltro girata magnificamente. Le motivazioni e le scuse che il capitalismo ribalta sulla totalità della popolazione mondiale, accusando chiunque di condividere le stesse brame avide e lo stesso individualismo spietato (una strategia dialettica che dalle mie parti è conosciuta come “dare via del tuo”), non sono niente di nuovo né di minimamente ficcante, anzi sono ormai talmente codificate e sdoganate da poter essere immediatamente riconosciute e confutate.
Allo stesso tempo, la caratura mefistofelica di Digger, la sua scenata, appena conclusa con l'apparente vittoria su una platea inizialmente ostile che finisce invece per acclamarlo, sembrano voler costruire un antieroe cinico e baro che, pagando un prezzo relativamente modesto alla logica, ribalta il tavolo passando da accusato ad accusatore.
In quel momento del film, il pubblico è portato a chiedersi da che parte il regista messicano voglia andare a parare, soprattutto è portato a valutare la lucidità e la serietà dell’approccio alle tematiche ambientali e classiste.
Se quelle appena viste sullo schermo fossero la reale analisi e la reale visione che il film vuole comunicare, ci sarebbe di che esserne parecchio delusi.
MA.
Ma fortunatamente Digger è un film con un doppio e con anche un triplo fondo, che vengono aperti ed esplorati nella parte finale, permettendo di contestualizzare nuovamente tutto quello che viene mostrato, e rivelando una visione delle cose molto più tagliente e molto più cupa, con un’attenzione che si concentra più sulla natura umana, sulla sua forza e sulle sue debolezze, cioè su tematiche assolutamente universali rispetto a quelle più specificatamente ambientali ed economiche che, seppur gravissime e ultra-urgenti, sono state purtroppo ingoiate dalla guerra ideologica che le relativizza in modo scellerato.
Anche dopo aver svelato le carte, la parte finale del film conserva la sua ironia feroce, prendendosi gioco dei populismi come della comunità dei prepper (quella categoria di survivalisti convinti di poter scampare alla fine del mondo accumulando scorte per l’inverno atomico e nascondendosi sotto terra o in alto mare), e aggiungendo una nota di calore per una consolazione in verità effimera.
Qualcuno, anche giustamente, potrà trovare la lettura di Iñárritu rozza e derivativa, andando a pescare tra tanti spunti più o meno recenti, ma credo invece che le sue qualità, chiamiamole cinematografiche, lo potranno ben preservare nel tempo e che alla lunga sia un film destinato a farsi ricordare.
https://asocialdaub.com/2026/10/03/digger/

NAZAregia: Yuval Abraham, Rachel Szor    produzione: UK, 2026 - 80’   visto: MedicaAlle otto meno un quarto di un lunedì...
29/09/2026

NAZA
regia: Yuval Abraham, Rachel Szor
produzione: UK, 2026 - 80’
visto: Medica
Alle otto meno un quarto di un lunedì sera, in cui fra l’altro gioca l’Italia, in centro a Bologna, la sala del Medica, che piccola non è per niente, si riempie di un pubblico accorso a vedere un documentario in ebraico sottotitolato.
Un pubblico variegato, per età, per provenienza, per aspettative. Dalla comitiva di signori e signore che va al cinema tutti i pomeriggi, ai giovani studenti, italiani e stranieri, da chi non rinuncia al secchiello di popcorn, a chi conosce perfettamente (o crede di conoscere) i fatti che verranno raccontati e mostrati.
Parlare di Naza senza entrare nel merito della guerra di Israele contro Hamas e contro Gaza è ovviamente impossibile, e difficilissimo è anche evitare considerazioni politiche, sociologiche, culturali.
Pur considerandomi mediamente informato, riconosco certamente di non avere gli strumenti adatti a sostenere una discussione particolarmente approfondita sulla questione palestinese, o su come una nazione debba rispondere e difendersi in uno stato di costante minaccia. Cercherò quindi di trattenere le mie opinioni personali e di attenermi al contenuto del film.
Naza è una lunga intervista di ottanta minuti che il giornalista israeliano Yuval Abraham fa a ventiquattro tra soldati e impiegati delle IDF, le forze di difesa israeliane, cioè l’insieme delle forze armate dello stato ebraico, con compiti di esercito, aviazione e intelligence.
A partire dall’ottobre del 2023, Abraham incontra i soldati di notte, sui tetti di Tel Aviv, circondati da palazzi dalle cui vetrate si intravedono scorci di vita dei suoi cittadini, momenti quotidiani banali, rilassati, silenziosi. Si vedono soprattutto tante televisioni, spesso grandissime, praticamente sempre sintonizzate sulle news o sui talk incentrati sulla guerra.
Il resoconto di queste interviste, insieme ai risultati delle inchieste collegate, vengono pubblicati dalla rivista online +972 Magazine in una serie di articoli che in italiano si possono leggere su Internazionale. (in particolare l’articolo intitolato La Fabbrica della Morte, pubblicato sul numero 1542 del 15 dicembre 2023).
Insieme a Abraham, a filmare, assemblare e mettere in scena le domande e soprattutto le risposte, c’è Rachel Szor, giornalista, regista, fotografa.
I due sono la metà ebraica del quartetto che nel 2024, con i palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal Al-Huraini (quest’ultimo in seguito assalito dai coloni e arrestato dalle IDF) vinse l’Oscar col documentario No Other Land.
Naza prende le mosse dai primi anni ‘70, mostrando la formazione del controspionaggio israeliano e la realizzazione delle infrastrutture civili e industriali di Gaza City, la città costiera dove dal 1948 hanno trovato rifugio i palestinesi cacciati da Gerusalemme nel 1948.
Fino al 1967, Gaza e la Striscia furono amministrate dall’Egitto, ma dopo la Guerra dei Sei Giorni furono occupate, insieme alla Cisgiordania, da Israele, che per garantirsi il massimo controllo sui territori conquistati, proibì ai palestinesi di realizzarsi da sé le proprie infrastrutture, offrendosi di costruirle per loro conto. In questo modo, da allora, Israele è in grado di esercitare un controllo totale sulle informazioni e sui movimenti dei suoi vicini e nemici.
Questa premessa, risolta nel film in pochi minuti, serve a dare la misura dello stupore, dello sgomento e della rabbia scatenati nella società israeliana dall’attacco che Hamas sferra ai confini della Striscia all’alba del 7 ottobre 2023, abbattendo le recinzioni e assaltando gli insediamenti vicini, trucidando brutalmente più di milleduecento tra soldati e soprattutto civili ebrei, aggrediti nelle loro case e in molti casi seviziati crudelmente. Dopo quasi ventiquattro ore di saccheggi e assassinii, Hamas porta con sé nella Striscia un centinaio di ostaggi, per coprirsi la ritirata e ottenere materia di scambio in vista di future negoziazioni.
La risposta di Israele è furibonda e si schianta su Gaza con violenza e sete di vendetta, bombardando la città senza nessun criterio. Dopo una prima fase di devastazione, legittimata internazionalmente dalla gravità della strage, nei vertici politici e militari ebraici prende corpo l’idea di cogliere l’occasione per liberarsi completamente di Hamas e della resistenza armata una volta per tutte.
Su questa premessa, Abraham e Szor organizzano l’intervista per scandire i momenti e le strategie messe in atto da Israele nei primi mesi successivi al 7 ottobre.
I soldati delle IDF raccontano come l’uso delle intercettazioni telefoniche (anche a smartphone spento) permetta di spiare e individuare i bersagli attraverso le interazioni con i loro cari, e di come agli strumenti IA, come il software Lavender, sia delegato il compito di attribuire a ogni sospetto un coefficiente di pericolosità cui associare un numero di vittime collaterali giustificate in funzione della sua eliminazione.
Naza è infatti l’acronimo di nezek agavi (trad.: danno collaterale), cioè vittime civili, non sospettate e non classificate pericolose, le cui vite sono però considerate sacrificabili se collegate all’uccisione di un presunto esponente di Hamas.
Sappiamo che in guerra, l'adozione di un vocabolario particolare, fatto di acronimi, pseudonimi, parole in codice, serve a spersonalizzare, a mascherare gli effetti di eventi altrimenti indicibili, inammissibili se espressi con lessico ordinario. I soldati delle IDF seguono questo metodo. Le loro sono le risposte di chi nasconde dietro la burocrazia e la parcellizzazione degli incarichi, le proprie responsabilità.
Se buona parte degli intervistati si rammarica per la morte di donne, bambini, e di tanti uomini uccisi sulla base di sospetti debolissimi, nessuno di loro si dichiara responsabile. Ognuno svolgeva solo un compito particolare, chi di elaborazione dati, chi di logistica, chi si occupava solamente di passare informazioni. Nessuno era nelle condizioni di opporsi, disubbidire o contestare gli ordini. Tutti però sembrano avere ben chiaro lo scenario in cui si muovevano e le modalità con cui l’offensiva è proseguita per mesi. Disegnano schizzi dei quartieri gazawi, delle schermate dei software usati per targettizzare e demolire i palazzi, snocciolano cifre di morti e percentuali di superstiti. Yuval Abraham li lascia parlare, non li incalza in modo particolare, in fondo queste persone hanno sentito a un certo punto il bisogno di esporsi in qualche modo (sebbene i loro volti siano oscurati e le loro voci - si dice - siano alterate), solo a tratti sembra perdere la calma, scosso dalla freddezza delle confessioni. In generale le sue domande sfogliano un poco alla volta la realtà, per svelare lo schema seguito da Israele, che partendo dall’intenzione di eradicare Hamas, si evolve nel desiderio di fare di Gaza terra bruciata, demolendo in modo sistematico ogni edificio e ogni infrastruttura per privare i cittadini sfollati di un luogo dove ritornare.
L’assedio totale a Gaza, con il blocco delle forniture di cibo, elettricità e carburante, e la violenza degli attacchi, portano nel maggio 2024 la Corte Penale Internazionale a emettere un mandato d’arresto per il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e per il Ministro della Difesa Yoav Gallant accusati di crimini di guerra e contro l’umanità. Nel frattempo Gaza si è trasformata in un poligono di tiro per i cecchini, che riempiono fosse comuni, sparando sugli affamati, costretti ad affollarsi in percorsi obbligati che diventano imbuti di disperati in cui è un attimo trovare la morte per, letteralmente, un passo falso.
Dopo ormai un anno di guerra, quasi tutti i paesi, con l’eccezione degli Stati Uniti, chiedono il cessate il fuoco e l’instaurazione di trattative per liberare gli ostaggi. Le reazioni dei politici e dei vertici delle IDF entrano nelle case degli israeliani dalle televisioni, che ne riportano dichiarazioni e autodifese, parlando dei palestinesi come di animali umani, di terroristi senza nessuna distinzione, di uno scontro del bene contro il male e dell’assurdità delle critiche che vengono mosse.
Nel montaggio di Rachel Szor, Tel Aviv resta indifferente alle rivelazioni dei suoi soldati come alla propaganda di Netanyahu. Le immagini notturne della capitale mostrano un traffico ordinato, qualche manifestazione per la liberazione degli ostaggi, molte affissioni e poster di sostegno all’esercito, e più che altro persone che portano avanti le loro vite, al sicuro nei loro appartamenti, disturbate solo raramente dal bagliore di qualche razzo prontamente intercettato dalla contraerea.
Il senso del documentario è quindi sottolineare l’indifferenza con cui, in questo abominevole conflitto, si dispone delle vite altrui. Sia che si parli dei soldati che fisicamente premono grilletti di fucili o schiacciano tasti di computer ancora più letali, sia di chi alza un muro di apatia e distacco per difendere la propria coscienza e salute mentale. Vale per i cittadini israeliani come per chi in questi anni ha seguito e continua a seguire questa sanguinosa tragedia che si dipana sotto i nostri occhi senza riuscire a togliersi di dosso il senso di impotenza e di tremenda ingiustizia, per un disastro che va contro ogni senso di umanità e contro ogni etica o valore.
Il silenzio luttuoso che ci unisce e ci accompagna all’uscita dopo le ultime strazianti immagini ne è il segno più annichilente.
https://asocialdaub.com/2026/09/29/naza/

THE INVITE – IL PIACERE È TUTTO NOSTRO regia: Olivia Wilde     produzione: USA, 2026 - 107’    visto: JollyTra Chi ha pa...
23/09/2026

THE INVITE – IL PIACERE È TUTTO NOSTRO

regia: Olivia Wilde
produzione: USA, 2026 - 107’
visto: Jolly

Tra Chi ha paura di Virginia Woolf e Carnage, Olivia Wilde dirige una godibilissima commedia da camera dall’impianto classico: quattro attori, due coppie, un appartamento, diverse combinazioni.
Il film è il remake di un titolo spagnolo del 2020, Sentimental, di cui esiste anche un adattamento italiano (I vicini di casa, 2022), a sua volta sviluppato da una pièce, sempre sp****la, ma che con alcune piccole variazioni si presta molto bene alle tematiche care alla Wilde regista. La prima mezz’ora è pressoché identica: Joe (Seth Rogen) rincasa nell’appartamento di San Francisco dove lo aspetta la moglie Angela (Olivia Wilde) tutta presa dai preparativi per la cena. All’insaputa del marito ha infatti invitato i nuovi vicini del piano di sopra, una coppia pari età che con i loro rumori notturni sono diventati l’ossessione dei due.
Già questa prima mancata comunicazione dà il pretesto per la prima bisticciata, mostrando un rapporto non logoro, ma spesso messo alla prova da certe incomprensioni quotidiane.
All’arrivo dei vicini, mentre Joe trattiene a stento l’incomodo, Angela fa di tutto per fare bella figura, ma ogni suo passo sembra portare al disastro. I suoi preparativi fanno fiasco, e l’atteggiamento senza fingimenti degli ospiti non fa che provocare Joe sempre di più.
Hawk (Edward Norton) e Pina (Penelope mimangiognivoltalascena Cruz) sono infatti più che aperti, quasi sfacciati nel rifiutare convenevol e formalismi, cosa che fa aumentare sempre di più il disagio di Joe, mentre stuzzica la fantasia di Angela.
Fino a qua bene o male, Wilde e i suoi sceneggiatori, Will McCormack e Rashida Jones, ricalcano il modello, e anche il resto del film, per sommi capi non si discosta. Quello che cambia sono alcune coloriture che aggiustano i dialoghi, rendendoli più briosi, aggiungendo alcune gag saporite e assegnando ai due ospiti un retroterra che li avvicina al peso dei protagonisti rispetto all’originale, dove magari erano più che altro funzionali allo sviluppo del rapporto tra Joe e Angela.
Salta fuori che i rumori notturni provenienti dall’appartamento di Pina e Hawk, sono il prodotto di incontri in cui praticano sesso di gruppo con amici e conoscenti. Nella versione sp****la questo risvolto funziona da catalizzatore per l’evolversi della relazione tra i padroni di casa, ma, pur accendendone inizialmente l’interesse e l’immaginazione, tutto si risolve abbastanza in fretta, lasciando poi esplodere il finale.
Nella versione di Olivia Wilde invece, l’argomento prende decisamente più spazio, diventando di fatto il centro del film. Joe e Angela sciolgono le loro diffidenze verso Hawk e Pina, l’atmosfera si fa all’improvviso molto più amichevole, e tutti insieme approfondiscono piuttosto accuratamente l’argomento.
La trattazione di questi incontri sessuali viene discussa a lungo nel film, con descrizioni e divagazioni che vedono tutti e quattro i personaggi molto coinvolti. Di sesso si parla tanto quindi, e ai due ospitanti brillano gli occhi mentre chiedono e ascoltano le risposte, manifestando il desiderio di colmare una mancanza che evidentemente si trascinano da un pezzo.
La versione di Wilde dà anche molta più importanza e spessore al disagio del personaggio di Seth Rogen, perfetto nella parte del meno attraente e fascinoso dei quattro. Joe infatti si sente continuamente in discussione e giudicato, per via della passività con cui attraversa questa fase della sua vita, e questo complesso di inferiorità giustifica l’aggressività e il sarcasmo con cui si relaziona alla moglie e ai vicini.
Angela invece conserva una gioia di vivere che non si rassegna per niente a soffocare, ma che fatica a sfogare, limitata com’è dalla vita domestica e coniugale.
La conclusione, almeno quella, non la sveliamo, ma anche in questo caso la regista propone la sua chiave di lettura.
Come tutti i remake ben fatti, con The Invite Olivia Wilde prende un’opera finita ma la riadatta per la sua sensibilità, accentuando il discorso sui piaceri di un sesso più libero e spontaneo, ma allo stesso tempo mettendolo anche in discussione come unica strada per trovare felicità nella coppia. Hawk e Pina non sono una coppia perfetta, e senza una vera complicità e il desiderio di capirsi, qualsiasi scorciatoia o strategia può naufragare in modo tragico, o anche ridicolo.
https://asocialdaub.com/2026/09/23/the-invite-il-piacere-e-tutto-nostro/

TRAIN TO BUSANregia: Yeon Sang-ho.produzione: Corea del Sud, 2016 - 118’ visto: LumiereTrain to Busan è uscito nel 2016,...
21/09/2026

TRAIN TO BUSAN

regia: Yeon Sang-ho.

produzione: Corea del Sud, 2016 - 118’

visto: Lumiere

Train to Busan è uscito nel 2016, e siccome nel frattempo è diventato un piccolo cult, nel 2026 è tornato in sala in una riedizione in 4K.
Come in quasi tutti i film di zombie, la trama si riassume in una riga.
Per sopravvivere a un’epidemia di morti viventi, un gruppo di personaggi deve muoversi da un posto pericoloso a uno che spera sia ancora sicuro.
La variazione sul tema è che in questo caso il viaggio avviene su un treno che da Seul va alla città portuale di Busan, quindi in una situazione ancora più claustrofobica e disperata. Le premesse e le cause dell’epidemia sono come al solito irrilevanti: Zombies happen, e tanto basta.
Altra particolarità, non proprio originale, è che il gruppo di personaggi rispetta la struttura e le dinamiche sociali della Corea del Sud, uno stato relativamente giovane, dove le gerarchie del confucianesimo, derivato dai vicini imperi orientali, si innestano coi valori consumistici e capitalistici imposti dal protettorato USA.
Seok-woo è un broker quarantenne di Seul, che vuole accompagnare la figlioletta Soo-an a Busan, dove abita la madre. I due si sono separati anche a causa del carattere sprezzante e cinico di lui, che considera i suoi clienti, comuni risparmiatori e investitori, un gregge di pecore da condurre dove vuole.
Sul treno conoscono il ruvido Sang Hwa e la moglie Sung-Gyeong, incinta di sette o otto mesi. Le due coppie sono gli emblemi delle due famiglie tipo presenti oggi in Corea del Sud: quella rampante, ma separata e stressata dalla carriera, e quella working-class, che fa quadrare il bilancio per costruirsi un futuro. Su un altro vagone viaggia una squadra di baseball giovanile, in cui si forma un’altra coppia, quella tra Yeong G**k e la cheerleader Jin-Hee. Loro sono le nuove leve, i giovani idealisti un po’ succubi della pietà filiale, cui si contrappongono una coppia di anziane sorelle, superstiti dei tempi della dittatura degli anni ‘60/‘80.
Ultima coppia di opposti è quella formata da un barbone vagabondo traumatizzato e il ricco e arrogante Yon-suk, presidente di una grande compagnia di autobus. Un po’ come le maschere della Commedia dell’Arte, i ruoli che questi personaggi rappresentano muovono le dinamiche tra di loro, aggiungendo alla traccia survivalista la critica a una società che riconosce come implicita una graduatoria fatta di sommersi e di salvati. Va da sé che si scopre in breve che il contagio è già all'interno del treno, ma che la minaccia dei mostri sia meno pericolosa rispetto alla natura meschina dell’animo umano.
Niente di particolarmente nuovo, quindi. La relazione tra una massa famelica di esseri senza cervello e la civiltà consumistica è ormai sdoganata e investigata in lungo e in largo.
Diciamo la verità, se Train to Busan fosse stata una produzione USA, difficilmente si sarebbe verificata l’escalation a piccolo cult-movie, perché francamente, anche scontando la premessa (cioè che si parla di zombie), a livello di sceneggiatura siamo abbastanza nel regno dell’impossibile. Ma siccome tutto quel che appare sullo schermo è così tanto coreano, dai personaggi carini, alle location moderne e ordinate, all’esasperata insistenza sui pregiudizi e le differenze di classe, l’aura esotica si irradia così forte da mascherare le assurdità e le mancanze di uno script, che drammaturgicamente punta più sulla decimazione progressiva dei protagonisti che sulle strategie per cavarsi dai guai. Spesse volte sembra infatti che a dare un po’ di respiro ai nostri eroi sia direttamente la potentissima lobby delle porte di vetro coreane, capaci di trattenere orde di zombie scatenate grazie alla tenacia dei loro fermi di sicurezza e delle loro serrature.
Dal punto di vista iconografico, Yeon Sang-ho non aggiunge granché al genere, rifacendosi alle ammucchiate di World War Z e accelerando leggermente i movimenti dei suoi zombie per evidenziare la frenesia con cui si avventano sulle prede.
Quello che contraddistingue di più il film è probabilmente il susseguirsi senza sosta di situazioni una peggio dell’altra, in cui le speranze di sopravvivenza vengono continuamente rimbalzate da pericoli e disastri sempre maggiori. Questo e anche un gusto del massacro tutto orientale, sia dal punto di vista grafico, con generosi spargimenti di sangue, sia da quello chiamiamolo emotivo. La scelta e le modalità della morte dei personaggi principali, infatti, non seguono le aspettative e i cliché hollywoodiani, ma cercano sempre di spiazzare il pubblico, a volte con la loro brutalità e a volte lasciando crescere piccole speranze o simpatie solo per poi falciarle senza pietà.
In conclusione, preso con la giusta predisposizione d’animo, Train to Busan è un film molto divertente, capace di intrattenere per due ore con un buon ritmo e alcune scene notevoli, tra treni in fiamme, gente che si sfracella dagli elicotteri e che si ammassa una sull’altra in modo furioso. Probabilmente niente di imprescindibile a livello cinefilo, ma nel suo genere può dare sicuramente soddisfazione.

https://asocialdaub.com/2026/09/21/train-to-busan/

SERPENTIregia: Roberto De Paolis  produzione: Italia, 2026 – 88’ visto: RialtoBello Serpenti. Uno dei rari film italiani...
19/09/2026

SERPENTI
regia: Roberto De Paolis
produzione: Italia, 2026 – 88’
visto: Rialto

Bello Serpenti. Uno dei rari film italiani che raccontano una storia contemporanea senza cedere a moralismi o retorica da infotainment pomeridiano. Roberto De Paolis è alla sua terza firma, dopo Cuori Puri del 2017 e Princess del 2022, e come nei suoi lavori precedenti, persegue una ricerca di tipo naturalistico, ma stavolta, invece di esplorare lo scadimento delle periferie sociali, si concentra su quelle morali.
In questa variazione si fa assistere nella sceneggiatura dai Fratelli D’Innocenzo™, che portano inevitabilmente il racconto dalle parti del grottesco. L’influenza dei due infatti contagia anche la regia, che inserisce all’interno dello stile sobrio, fatto appunto di luci naturali, suono in presa diretta e location iperrealistiche, momenti stranianti, dilatazioni, sovraimpressioni, riflessi e dissolvenze che carezzano il confine del surreale.
Paolo Marra (il regista e attore Leonardo Lidi) è un uomo di mezza età, grande grosso e a pochi passi dalla sciatteria. È infelice, e ha appena ucciso la moglie. Oppresso dal senso di colpa decide di costituirsi e va in commissariato. Qui però entra in contatto con l’assurdo. La sua confessione, invece di colpire come un sasso, non fa nessun rumore, inghiottita al volo dalla burocrazia come una qualsiasi pratica di furto.
Dopo mezza giornata di anticamera, Marra viene preso in carico da un ispettore afflitto da emicrania (Alessandro Borghi, divertito e divertente), che cercando di non perdere la calma, istruisce il reo confesso su tutti i passaggi necessari a essere effettivamente accusato e, eventualmente, incarcerato.
L’incredulo Marra prende a vagare tra corridoi, strade, vicoli e bar, fino a conoscere un maligno avvocato (l’ormai onnipresente Pietro Castellitto) che fa di tutto per razionalizzare e relativizzare la sua posizione. Lo fa attraverso un discorso contorto, dalle curve agghiaccianti, in cui emergono amarissime verità su certi pensieri striscianti nell’opinione pubblica italiana.
A questo punto we, the people, siamo ormai quasi tutti dalla parte dell’omicida, che viene nuovamente rimbalzato, e in questo eterno suo incespicare si ritrova al punto di partenza, di nuovo in commissariato, di nuovo alla disperata ricerca di qualcuno che lo prenda sul serio. Il terzo personaggio che incontra, invece, è una donna misteriosa che sembra vivere da mesi o forse da anni in un ufficio dimenticato della questura. Si chiama Stella, ha la voce e gli occhi di Valeria Golino, e le mani e i tarocchi di Cloris Brosca. Girando le carte al femminicida però, non ne esce la luna nera, ma invece una discesa nel suo rancoroso passato, che sembra portare per la prima volta un po’ di luce sui motivi del delitto. L’epilogo si trasforma in un’ulteriore beffa. Per il protagonista, per la società o per il pubblico? Chissà.
Certo che al termine di un film giocato tutto sul paradosso e sull’ambiguità, il regista e gli sceneggiatori sembrano non sentirsela di reggere fino in fondo, e forse per lo scrupolo di aver empatizzato troppo, propongono una chiave che sembra svelare parecchio del mistero.
Una scelta che si può apprezzare o meno, dipende da quanto ci piace che un film prenda posizione o si mantenga a distanza.
In ogni caso De Paolis racconta la sua storia con il suo stile, che anche se ha decisamente poco a che fare con il ritmo, convince per la coerenza con cui trova significati negli elementi naturali, senza ricorrere al vocabolario artefatto delle luci finte, degli arredi stilizzati o di recitazioni drammatizzate.
La messa in scena è talmente realistica quindi, che guardando questi personaggi vagare per corridoi dimessi e uffici adattati, a ciascuno possono tornare in mente le proprie esperienze personali, e solo chi non ha avuto davvero a che fare con le pratiche burocratiche di una questura può stupirsi della piega assurda che prendono le cose.
Abbinando questo tipo di sguardo a una storia così bizzarra ma anche così bruciante, per le tragiche conseguenze che tocchiamo con mano nei nostri strani giorni, il regista compie un deciso passo in avanti rispetto ai film precedenti, che seppur piacevoli e molto interessanti, mancano sicuramente di quel grip in grado di scaldare il dibattito.
Speriamo che questi tentativi continuino a stimolare il cinema italiano, che da troppi anni e troppo pigramente si rintana nel passato o in narrazioni codificate e sterilizzate dal timore di indisporre produttori e distributori vari.

https://asocialdaub.com/2026/09/19/serpenti/

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Via Fondazza 1
Bologna
40125

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