Asocial Daub film review

Asocial Daub film review piccole - a volte - recensioni dei film in sala a Bologna

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DISCLOSURE DAY     regia: Steven Spielberg    produzione: USA, 2026 - 145’    visto: Lumiére   L’unica maniera in cui si...
13/06/2026

DISCLOSURE DAY

regia: Steven Spielberg
produzione: USA, 2026 - 145’
visto: Lumiére

L’unica maniera in cui si può parlare bene di questo film è considerarlo un film per bambini. Bambini piccoli. Sei anni, massimo massimo sette se dicembrini.
D’altro canto la propensione al fanciullesco si fa evidente man mano ci si avvicina alla conclusione.
Sappiamo già tutti che si parla di alieni extraterrestri.
La storia comincia in Virginia, dove e quando gli uomini della Wardex Corporation mettono le mani su Daniel Kellner (Josh O’Connor), un ex dipendente responsabile di una fuga di dati. Alla cattura prende parte ovviamente anche Noah Scanlon (Colin Firth), il CEO della Wardex, perché si vede che la situazione richiede l'intervento dei pezzi grossi.
La Wardex infatti è una gigantesca agenzia super tecnologica e super segreta, che opera per la sicurezza degli USA, e nella sorveglianza dei suoi cittadini, a livelli che sono sopra la politica e sopra i Presidenti, e che da almeno ottant’anni raccoglie, governa e agisce su qualsiasi interazione con la vita extraterrestre, beninteso celando tutte queste attività ai cittadini e contribuenti americani (e cioè a tutto il mondo conosciuto).
Adesso però Daniel (e con lui alcuni amici e ex-colleghi) minaccia di rivelare al mondo intero (cioè agli Stati Uniti d’America) l’inquietante verità sulla vita aliena, una verità finora condivisa solo dalle altissime sfere e da quelle poche migliaia di iniziati, che invece sapevano già tutto da sempre, senza avere bisogno di prove.
Parallelamente in Kansas, la meteorina Margaret Fairchild (Emily Blunt) riceve la visita dello Spirito Santo, sotto forma di un uccellino che le entra in casa dalla finestra, e comincia a parlare le lingue.
Questi due personaggi principali condividono un legame che ha a che fare con i visitatori dallo spazio profondo e, pur non conoscendosi, sono destinati a incontrarsi dopo mille peripezie. Nel loro cercarsi sono coadiuvati da Hugo Wakefield (Colman Domingo nella parte di Idris Elba), ex capo di Daniel e nemesi di Scanlon, ma vengono ostacolati non solo dalla Wardex e dall’FBI, ma soprattutto dai rispettivi partner, che per buona parte del film ignorano la portata della vicenda e che canalizzano le riflessioni dell’uomo e della donna comuni.
Più si va avanti, e più la dimensione spy viene meno, lasciando spazio prima a quella action e infine alla fiaba moraleggiante sulle colpe, le responsabilità e le potenzialità dell’Umanità (cioé degli Stati Uniti d’America).
Se Spielberg avesse voluto fare una nuova zuccherosa versione di “E.T” o di “Incontri Ravvicinati” per gli anni ‘20, non ci sarebbe stato niente di ridire.
Peccato però che Disclosure Day venga presentato al mondo avvolto da una seriosità e da un’epica che pretendono una risposta dal tipo di pubblico che interpella. Non si tratta solo di marketing: oltre a intrattenere - forse - lo stereotipo del seienne americano, ancora privo di un’idea del mondo, della Storia, della scienza e dei mass-media (ovvero l’unico target che può farsi prendere dalle assurdità infilate in questa baracconata senza aggrapparsi ai braccioli della poltrona urlando macheccazz ogni due minuti), Spielberg e Koepp strizzano più di un occhio a quella platea di appassionati di complotti, sempre pronti a fare il debunking di ogni teoria comunemente accettata e/o validata, per sostituirla con fantasiose pagliacciate a cui sentono di convertire il prossimo.
Secondo le stesse logiche, Disclosure Day piega e soffoca realismo, razionalità e buon senso pur di promuovere la sua verità carica di retorica e subdolamente colonialista.
Non mi voglio addentrare in una critica ideologica anni ‘70, e nemmeno perdere tempo a far la punta ai chiodi elencando tutte le incoerenze di una sceneggiatura che, per esempio, sfrutta la tecnologia a piacere facendola comparire e scomparire alla bisogna (una mega ditta all’avanguardia in sorveglianza e sicurezza che non possiede un drone che sia uno, e personaggi che usano lo smartphone per chiamare casa e chiedere informazioni chiaramente reperibili su Google o Safari, senza parlare di quella batteria di chiavette usb superveloci che in un amen caricano terabyte di file su ottant’anni di filmati in 4K)
Il problema è che quella che comincia come una tesissima spy-sci-story dove X-Files incontra Wikileaks, diventa già dopo i primi minuti quel tipo di film dove tutte le auto partono sgommando, i cattivi arrivano sempre un attimo dopo e i precipizi un attimo prima, dove le cicatrici guariscono nel tempo di una bella dormita e i fuggiaschi fanno mosse che neanche il più rovinato dei pusher, ma buon per loro che la giga company ultra tecnologica e ultrasegreta, oltre ai droni non usa nemmeno gli elicotteri.
E anche qua i minuti sono centoquarantacinque.
Vien lunga, non solo per le continue provocazioni alla sospensione dell’incredulità, ma soprattutto (almeno per quel che mi riguarda) per quel sottotesto ideologico di cui parlavo prima, talmente smaccato da far sospettare sia addirittura inconsapevole.
L’idea alla base del film è che gli alieni abbiano donato all’umanità due cose fondamentali: le competenze tecniche (Daniel Kellner è un matematico e nel film si cita spesso la retroingegneria) e l’empatia (Margaret Fairchild sgomina ogni resistenza e si libera da ogni ostacolo entrando in contatto con la sfera emotiva di chi incontra, parlando lingue non sue e leggendo i sentimenti degli altri).
Di fatto si attribuisce all’intervento esterno l’origine dei tratti fondamentali che, per convenzione, distinguono la specie umana dal resto del regno animale.
Anzi, alcuni animali sono la forma che gli alieni adottano per manifestarsi agli umani. Perché gli animali sono una forma di vita basica: ingenui, innocenti, innocui.
Ovviamente gli umani ringraziano a modo loro gli alieni dei doni ricevuti, imprigionandoli e massacrandoli, come d’altronde hanno fatto con Gesù Cristo.
(Piuttosto buffo come la commozione che Spielberg vorrebbe indurre per i poveri alieni bistrattati non si incroci mai nemmeno lontanamente con il genocidio dei nativi americani o con la schiavitù e la segregazione degli afroamericani.)
Già, perché in questa storia non poteva certo mancare Dio.
Come nel Prometheus di Ridley Scott, l’idea di un’origine aliena della vita va a confliggere con il Vecchio Testamento e impone una scelta, che Spielberg risolve facendo dire a una suora che Dio vale solo per il pianeta Terra. Cioè, ancora una volta, per gli Stati Uniti d’America.
Creazionismo batte evoluzionismo sette a zero e cappotto.
Addio al significato dello studio e al metodo scientifico, addio alla teoria del linguaggio, e addio anche alla storia delle religioni e a millenni di politeismo e animismo. D’altronde l’umanità intera si è da sempre data un solo e unico Dio, un Dio Padre creatore del cielo e della terra eccetera eccetera.
Ma facciamo un altro passo sulla strada tracciata da Disclosure Day.
Come nelle peggiori pagine di meme, gli alieni si sono manifestati solo sul suolo nordamericano.
A quanto pare africani, asiatici, indiani, latini, paneuropei e australiani o giù di là, non ne sanno niente degli alieni, non gli è mai neanche venuto in mente. A dirla tutta non si sa neanche se esistano altre nazionalità fuori dagli USA. Gli unici altri paesi menzionati sono Corea del Nord e Russia, il pacchetto base dei nemici della libertà, e vengono citati solo perché, minacciando di innescare una guerra mondiale, rischiano di far saltare in aria l’ideale di armonia e prosperità perseguito dagli americani.
Ora, se gli alieni hanno consegnato la conoscenza e l’empatia agli umani, e se a quanto pare gli unici contatti registrati li hanno avuti con umani statunitensi, dobbiamo dedurne che in una qualche metaforica maniera la Storia dell’Umanità possa essere confinata all’interno di una porzione di terra che va dal New Mexico all’Alaska. Il mondo, geograficamente, storicamente e idealmente, comincia e finisce con gli Stati Uniti d’America.
È chiaro che la maggior parte di queste critiche si possano copiare e incollare su qualsiasi commento a quasi qualsiasi cinecomic o blockbuster hollywoodiano, ed è altrettanto chiaro che non credo proprio che né Spielberg né David Koepp credano ciecamente nell’egemonia culturale e morale del loro paese.
È molto più probabile che le tante storture della loro sceneggiatura dipendano più dal tempo impiegato nel lavorarla, dagli anni passati dal primo soggetto all’inizio delle riprese. Solo così mi posso spiegare oltre a tutte le incongruenze diciamo tecnologiche, anche quegli aspetti legati alla rappresentazione che oggi suonano così stonati.
(mi chiedo però a cosa servano gli screen test, a questo punto)
Credo però che a molti, moltissimi americani e a molto, moltissimo pubblico globalmente, faccia davvero piacere farsela raccontare così. Lasciarsi illudere da un mondo di buoni coraggiosi e cattivi incapaci, governato e protetto dal grande spirito americano dell’hic et nunc. Qui e ora. Non importa cos’è successo prima, non importa cosa succederà domani. Non importa cosa succede oltre la siepe del mio giardino. Non importa il perché o il percome.
Il mio problema con Spielberg è che dal suo talento e dai suoi mezzi mi aspetto sempre uno scatto di orgoglio in più, vorrei vedere più “Il Colore Viola” o più “The Post”, più cinema d'autore e un po’ meno di questi kolossal proni alla pancia di un pubblico così facile e così ancorato agli anni ‘80.
Perciò sì, possiamo anche provare a fingerci di nuovo bambini, vergini di esperienze e consapevolezza, pur di goderci questo film, ma alla fine dei conti questa specie di lobotomia sembrerà un prezzo un po’ troppo alto per un’esperienza ben poco utile, che anzi delle due potrebbe fare più male che bene.
Forse siamo ormai cresciuti troppo, o forse, più semplicemente e per fortuna, non siamo mica gli americani.
https://asocialdaub.com/2026/06/13/disclosure-day/

MOTHER MARY  regia: David Loweryproduzione: Gran Bretagna, USA, Germania, Finlandia, 2025 - 112’visto: Arlecchino  Detto...
04/06/2026

MOTHER MARY

regia: David Lowery
produzione: Gran Bretagna, USA, Germania, Finlandia, 2025 - 112’
visto: Arlecchino

Detto senza strapparsi i capelli dalla testa, ma Mother Mary è forse un film più interessante di quanto possa apparire.
Un inizio superpop sparato a cannone presenta parallelamente le due protagoniste: Mother Mary (Anne Hathaway) è una megastar della canzone impegnata in un tour che scopriremo essere l’attesa rentrée dopo un clamoroso trauma, Sam Anselm (Michaela Coel) è una stilista ricercatissima e altrettanto impegnata dall’allestimento di una imminente sfilata.
Le due si conoscono da tempo, ma si incontrano nuovamente solo ora, dopo alcuni anni di distanza e gelo. Il pretesto è la richiesta, da parte della prima, di un costume di scena che la possa rappresentare appieno, incombenza che sente di poter affidare solo alla sua antica amica.
Mary si trova nel pieno di una crisi emotiva, ma Sam, ancora ferita dai trascorsi passati, non pare disposta a concedere nessuno spiraglio alla riappacificazione e si mostra fredda e ostile. Tuttavia accetta l’incarico nonostante il rancore, forse con l’intenzione di raccogliere spunti per un’eventuale vendetta.
La resa dei conti occupa l’ora seguente ai titoli di testa, dove il film si mette comodo e prende il tono e il ritmo di un dramma da camera, con in scena due sole attrici che dialogano e raccontano, tratteggiandosi l’un l’altra in favore dello spettatore, che comincia a capirci qualcosa in più grazie allo svelamento di parte degli avvenimenti precedenti.
Questa parte, per quanto più lenta e verbosa, è scritta in modo attento e preciso, riuscendo a evitare i clichè un attimo prima che si manifestino.
Il rapporto resta comunque trattenuto e irrisolto, perché ogni possibile occasione di disgelo viene rintuzzata da accuse e rimproveri da parte di entrambe le donne.
Tutto fino a quando non entra in scena un elemento soprannaturale, che fa saltare per aria le reticenze e dirotta la trama verso un’allegoria stregonesca carica di allusioni sensuali e freudiane.
Tra sedute spiritiche, pentacoli, iconografie religiose, pseudo-sabba e penetrazioni più o meno simboliche, si riesce abbastanza chiaramente a capire che il film voglia parlare di depressione attraverso una serie di maschere e dissimulazioni.
Scegliere per le due protagoniste delle carriere brillanti serve per espanderne i moti interiori, portando all’esasperazione quei sentimenti che nelle persone comuni si consumano tra nevrosi di vario grado, ma che nel loro caso vengono ingigantite dalla dimensione pubblica delle loro esistenze, fino al punto di esplodere con fragore e violenza.
Sempre per drammatizzare al massimo, David Lowery, che scrive e dirige, costruisce un sistema di opposti che si attirano e respingono generando spazi in cui si accumulano significati. Le due protagoniste sono palesemente l’una l’inverso dell’altra, sia esteticamente, sia negli attributi che le caratterizzano. Se una vive sotto i riflettori, l’altra si rintana in un castello oscuro. Se una esibisce il corpo, l’altra lavora quasi esclusivamente col viso, se una canta, l’altra sussurra.
Per quanto sia Anne Hathaway che lo stesso regista dichiarino di essersi rifatti a Taylor Swift per la resa del personaggio di Mother Mary, pare evidente, dal nome e da certi accenni fatti, che fin dall’inizio sia stata Madonna l’ispirazione primigenia della superstar che attraversa gli anni e le mode fino a perdere se stessa.
Per il ruolo di Sam Anselm invece confesso di non avere tanti elementi a cui risalire, né per il contesto della moda, tantomeno per l’interprete Michaela Coel, che ho dovuto googolare per scoprire da dove saltasse fuori.
L’impressione che restituisce la sua performance è comunque quella dell’antagonista pura, facilitata da lineamenti appuntiti e sfumature al limite del malefico; un talento che meta-testualmente (passatemi l’espressione) sembra voler sottolineare le dinamiche di privilegio nel rapporto con la ben piú celebre e rassicurante Anne Hathaway.
Il limite di questo film è forse proprio nel lasciar trasparire certe tematiche molto tipiche del periodo storico che vive l’industria culturale, in cui alcune sacrosante battaglie vengono combattute sui tavoli di sceneggiatori e produttori con uno scrupolo e uno zelo che a volte prende il sopravvento sul piacere di raccontare (e farsi raccontare) una storia.
In questo caso Lowery supera con slancio il test di Bechdel, quel sistema di valutazione che misura la rappresentatività e la coerenza dei personaggi femminili in un’opera e che per esempio fissa il minutaggio minimo per cui due donne debbano parlare tra di loro senza che l’argomento sia un uomo. Lo supera tanto che in un film di quasi due ore non solo non compaiono personaggi maschili, se non uno o due sullo sfondo, ripresi da lontano, ma addirittura non esiste nessun riferimento a nessun ipotetico uomo, nemmeno nei dialoghi e nei racconti di due amiche da una vita che passano più di un’ora a rinfacciarsi i vent’anni precedenti. Realistico? Verosimile?
Provate a immaginare due uomini che parlano così a lungo senza menzionare almeno una donna.
Ecco, questo è quindi il freno che impedisce al film di volare un pochino più in alto e di coinvolgere maggiormente una platea più ampia delle falangi armate DEI (Diversity, Equity, Inclusion).
A questo proposito menzione speciale per Hunter Schafer: l’attrice di Euphoria porta in scena sempre la sua fortissima presenza, ma anche stavolta viene sacrificata in una parte accessoria piuttosto insipida. (Speriamo che la prossima serie di Blade Runner le renda giustizia.)
Tornando al film invece, almeno alle sue (presunte) intenzioni, la metafora sulla depressione come fantasma contagioso che si nutre dei silenzi e dei dispiaceri funziona piuttosto bene, anche se chiaramente trova una sua risoluzione teraputica poco applicabile.
Dal momento in cui le ombre delle due donne si incontrano, si accende una luce che retrospettivamente giustifica tutta la precedente sequenza preparatoria, francamente un po’ statica, e tra una canzone e una danza si ottiene qualcosa che somiglia almeno in parte all’azione e che porta avanti la storia fino alla fine.
In conclusione Mother Mary è un esercizio interessante di favola dark immersa nell’immaginario pop più attuale. (I pezzi originali cantati da Hathaway sono firmati da Charlie Xcx e da Fka Twigs, e quest’ultima interpreta anche un ruolo cruciale nella storia.)
Come detto, nonostante una scrittura ordinata e rispettosa, il film soffre del milieu cui appartiene e difficilmente il tempo che passa e le mode che cambiano gli concederanno la libertà di uscire dalla sua nicchia.

https://asocialdaub.com/2026/06/04/mother-mary/

30/05/2026

avviso agli amici di asocialdaub:
dopo un paio di anni di pausa di riflessione, ho aperto il profilo anche su Letterboxd.
Se vi va potete seguire la pagina anche lì.
ciao a tutti 😉

BACKROOMSregia: Kane Parsonsproduzione: USA, 2026 - 105'visto: MedicaOvvero un’impressionante serie di scelte incredibil...
30/05/2026

BACKROOMS

regia: Kane Parsons
produzione: USA, 2026 - 105'
visto: Medica

Ovvero un’impressionante serie di scelte incredibilmente sbagliate.
Partiamo dal contesto: stando alle informazioni trasudanti la specifica bolla dei fenomeni che periodicamente scalano l’internet, nel 2022, l’allora diciassettenne Ken Parsons inizia a pubblicare su Youtube brevi video in cui alcuni personaggi esplorano ambienti familiari, per esempio corridoi e uffici, trasformati in inquietanti escape-room da caratteristici accorgimenti estetici, come un’illuminazione virata al giallo e un uso fantasioso delle porte e dei varchi che conducono da uno spazio all’altro.
I video hanno un successo tale che la famigerata casa di produzione A24 gli commissiona un lungometraggio basato sullo stesso soggetto.
Tra il 2025 e il 2026, a un Parsons ormai ventenne viene quindi affiancato Will Soodik, sceneggiatore con alle spalle alcune serie tv, nel tentativo rovinosamente fallito di trasformare una sequenza di sketch in una storia di centocinque minuti con un minimo di senso compiuto.
Backrooms sbaglia praticamente tutto quello che si può sbagliare.
Sono sbagliati la storia, il casting, la regia, la fotografia e il commento sonoro.
Cominciamo dalla storia.
Un prologo in soggettiva - che credo riprenda l’archetipo dei video di cui sopra - mette subito in pari lo spettatore curioso coi regaz che arrivano dal web, e fa sapere a tutti che ci si trova in California, nel 1990, un’informazione che ha l’unico scopo di giustificare l’estetica pseudo vintage alla Better Call Saul che evidentemente può affascinare un autore nato nel 2005 come, chessò, Barry Lyndon con le sue lampade a olio.
In una decina scarsa di minuti ci sbarazziamo del prologo e facciamo la conoscenza della prima dei due protagonisti. Renata Reinsve interpreta Mary Kline, psicoterapeuta che assiste alla demolizione della vecchia casa in cui ha vissuto insieme a una madre problematica.
L’altro protagonista, Chiwetel Ejiofor, è Clark - di cognome ignoto - un suo paziente, architetto mancato che dopo una burrascosa separazione che lo ha lasciato senza case e senza prospettive è costretto a dormire nel mesto mobilificio, fallito quanto lui e di cui è proprietario.
Dopo un po’ di riscaldamento e di palleggi, in cui vengono accennate le rispettive sfighe di questi due, Clark scopre che dal seminterrato del mobilificio si accede a un mondo parallelo, un cimitero di seggiole dove il bilanciamento del bianco non è mai stato inventato.
Sconvolto dalla sorpresa, il nostro dodici anni scemo, anziché chiamare la polizia, i pompieri, o ancora meglio un muratore, pensa bene di andarne a parlare con la sua terapeuta, un’altra suonata che se ne va in giro con un pezzo di marciapiede in tasca.
Non vi voglio annoiare col racconto di quello che succede, tanto non avrebbe neanche molto senso, le vicende sono talmente sgangherate e pretestuose che ben presto ci si comincia a chiedere quanto manchi alla fine.
Lo sforzo di dare un contesto alla flebile idea di fondo, cioè l’esplorazione di ambienti deserti senza vie di fuga, porta ad accumulare dettagli insignificanti per creare delle backstory che non vanno da nessuna parte. La povera Reinsve viene gettata fuori parte senza ritegno, conciata come una scopa, si ritrova a dover scappare e scalciare come la final girl peggiore del mondo, mentre una regia impacciata e immatura continua a saltare tra soggettive e oggettive, cioè tra uno sparatutto e un linguaggio cinematografico più classico in terza persona.
Si dirà, vorrei vedere te a vent’anni a dirigere un film, e infatti vi assicuro che è un’idea che non mi è mai proprio venuta in mente.
E siccome immagino che al giovane Parsons non gliel’abbia ordinato il dottore di mettere la firma su un disastro del genere, non credo proprio che l’età possa essere una scusante o un alibi.
Tanto più che tutto il progetto è coadiuvato da una serie di professionisti, più o meno consapevoli, che se le inventano tutte per sostenere un immaginario assolutamente incapace di reggere o giustificare centocinque minuti di sciatteria.
Contro ogni buon senso, pare che Backrooms stia macinando milioni, ma citare a sproposito Lynch, Escher e Lewis Carroll, come ho letto da qualche parte, immaginandosi oscuri motivi per apprezzarlo è inutile e imbarazzante. Sono sparate pigre e superficiali adatte a chi non distingue Marcus Thuram da Ange-Yoan Bonny.
Questo film è una monnezza, ecco tutto.
https://asocialdaub.com/2026/05/30/backrooms/

MEGALOPOLISregia: Francis Ford Coppolaproduzione: USA, 2024 - 138'visto: Lumière + Orione Ho visto Megalopolis una prima...
12/11/2024

MEGALOPOLIS

regia: Francis Ford Coppola
produzione: USA, 2024 - 138'
visto: Lumière + Orione

Ho visto Megalopolis una prima volta un mese fa, appena uscito. Mi ha lasciato l’impressione di una faciloneria fastidiosa, ma anche la voglia di rivederlo, perché nelle immagini c’era comunque qualcosa di talmente opulento e affascinante che chiedeva di essere approfondito.
L’ho quindi rivisto ieri sera e in effetti l’ho apprezzato un po’ di più.
Non è questione di capire o non capire, perché al di là di un paio di curve a gomito nell’intreccio, la trama è facilmente riassumibile.
In una New York ribattezzata New Rome, si fronteggiano Francis Cicero (Giancarlo Esposito) e Caesar Catilina (Adam Driver). Il primo è il sindaco della città, capitale di un Impero Americano arrivato all’anno 2024 ma che per il design e la tecnologia sembra indugiare sugli anni ’30 del XX secolo. Ex procuratore distrettuale, è uomo d’ordine rigoroso pragmatico. Con una mano inaugura scuole biblioteche e ospedali, con l’altra stringe accordi con eminenze grigie e banchieri più interessati a monetizzare attraverso casinò e parchi giochi. Caesar Catilina è invece un architetto geniale e dolente tormentato da un’utopia: realizzare una città che aiuti i suoi abitanti a crescere e a sviluppare il potenziale dell’essere umano. Questa città si chiamerà Megalopolis, e sarà costruita col Megalon, un materiale straordinario scoperto/inventato dallo stesso Catilina e che per questo ha ricevuto il Premio Nobel e la direzione della Design Authority, un’agenzia incaricata di risanare i quartieri popolari di New Rome radendoli al suolo e sostituendoli con cantieri futuristici.
A inasprire il contrasto ci si mette Julia (Nathalie Emmanuel), incantevole e brillante figlia di Cicero, che pur adorando il padre, condivide con Catilina le visioni urbanistiche e l’incredibile proprietà di congelare il tempo. A sua volta Julia è insidiata dal cugino Clodio Pulcro (Shia LaBeouf), viscidissimo personaggio frustrato dal successo di Catilina, di cui è allo stesso tempo cugino e rivale. Clodio e le tre incestuose sorelle incarnano la degenerazione di una società prossima al tramonto, che ha smarrito ogni ideale e virtù.
Ora questo Megalon di cui si parla è un po’ la pietra filosofale degli alchimisti, e tra le varie interpretazioni che si possono dare al film di Coppola, quella alchemica è probabilmente quella che permette di vedere più in profondità. Come la pietra filosofale è in grado di trasformare in oro materie povere come il ferro o il piombo, così il Megalon trasforma la sofferenza e il dolore in speranza. Non è dato sapere come questo processo funzioni, né come si ottenga o si estragga il prezioso materiale screziato d’oro, la cui vera natura è visibile solo a pochi eletti, esattamente come il significato occulto dei testi alchemici è riservato agli iniziati, che praticando e praticando imparano quanto farsi le domande giuste sia più importante di ricavarne delle risposte.
Sempre usando la lente dell’alchimista (forse la stessa con cui Catilina osserva dall’alto la città?), acquista senso e corpo il gioco degli opposti inscenato sia dai personaggi – tutti piuttosto estremizzati – sia soprattutto dall’immaginifica fotografia, dove i toni caldi e quelli freddi si combattono all’interno della stessa inquadratura reiterando continuamente l’idea di un conflitto senza fine tra diverse attitudini all’utopia: da una parte uno slancio entusiasta, dall’altra la consapevolezza che utopia e distopia sono solo fasi diverse dello stesso processo.
Coppola le rappresenta entrambe: l’utopia nella visione di una città a forma di foglia, luminosa e accogliente, che trasporta i suoi abitanti su fiumi dorati, la distopia nella decadenza dell’Impero americano morente, cui sovrappone l’immagine di un’antica Roma persa tra scandali e bagordi, in balia di individui avidi e infidi, desiderosi di accaparrarsene le ultime ricchezze e gli ultimi bagliori di gloria.
Il paragone tra l’egemonia statunitense durante il XX secolo e l’Impero Romano è sicuramente l’idea forte alla base del film di Coppola, l’elemento che più di tutto lo identifica e la cui visione l’ha affascinato così tanto da convincerlo a dedicare al progetto decenni di vita e milioni di dollari prelevati direttamente dal suo conto corrente. Paradossalmente, gli stessi motivi che devono averlo folgorato, sono quelli che lasciano il pubblico internazionale più freddo. Il modo in cui questo parallelo viene presentato infatti, non può che lasciare perplessa quella parte di pubblico che distingue la cultura dal nozionismo, e che trova un po’ supponente paragonare un millennio di Storia (tra Regno, Repubblica e Impero) a un secolo e mezzo scarso di egemonia economica e culturale.
Certo si può obbiettare che quello che l’imperialismo USA non ha conquistato sul piano temporale, lo abbia comunque ottenuto in termini di estensione geografica, vista la penetrazione globale del gusto e dello zeitgeist anglosassone, ma resta il fatto che la fusione dei due immaginari proposta da Coppola, che mischia Shakespeare con Marco Aurelio in un citazionismo dozzinale e usa i nomi di illustri romani come i costumi di un cosplayer, somigli troppo a un’appropriazione culturale presuntuosa e autoreferenziale.
Oltre a queste ombre di tipo ideologico, in generale il film sembra soffrire di problemi legati alla sua lunghissima gestazione, che ha portato in sceneggiatura elementi e spunti discordanti. Abbiamo i deep fake e le chiavette usb, per esempio, ma non c’è traccia di cellulari o di smartphone. Nell’eccentricità che Catilina esibisce davanti ai fotografi riecheggiano le buffonate di Elon Musk, ma siamo in un mondo dove al posto di internet ci sono i giornali di carta coi loro ritagli conservati nelle scatole da scarpe. Anche se Coppola sottolinea i pericoli del populismo stile MAGA, il disastro che si abbatte su New Rome è causato da un vecchio satellite sovietico che veste bandiera rossa con tanto di falce e martello.
Anche la scrittura di alcuni personaggi risulta inadeguata ai tempi che corrono. Penso ad esempio a Wow Platinum, la giornalista arrivista di Aubrey Plaza, che indossa un nome e costumi stupendi, ma che non riesce e stagliarsi da uno stereotipo un po’ datato. Ma soprattutto il personaggio più infelice è il Clodio Pulcro di Shia LaBeouf, meschino e subdolo in modo del tutto gratuito, senza alcun movente credibile, travestito da donna solo ed esclusivamente per enfatizzarne la natura equivoca. Infine questa cosa di fermare il tempo, che parrebbe un tema fondamentale, richiamato diverse volte anche dalle particolari scenografie, alla fine dei conti non sembra avere un’importanza decisiva nello svolgersi delle vicende. Non serve a risolvere una qualche situazione difficile o ad accendere risvolti significativi, se non forse suggerire che Catilina, in virtù di questo potere, possa avere una prospettiva più a lungo termine rispetto ai suoi antagonisti, concentrati invece sul qui e ora.
È insomma ben evidente come Coppola abbia covato negli anni un progetto in cui ha creduto tantissimo e di cui ha finito per perdere di vista alcuni dettagli importanti. Una sostanziale auto-gestione e auto-gestazione che avrebbe beneficiato di uno sguardo esterno in grado di armonizzare e correggere alcune criticità.
L’autore riesce comunque a salvare il film in calcio d’angolo grazie a due accorgimenti sagaci. Il primo è inquadrare il tutto come una fiaba, cioè un racconto allegorico finalizzato a una morale, al quale sarebbe quindi improprio chiedere coerenza e rigore. Il secondo è lasciare tutti i discorsi sufficientemente aperti perché chiunque possa riempire i vuoti con le proprie suggestioni e convinzioni. Il fatto che si tratti di un conflitto tra una tendenza conservativa e una che si lancia verso un ideale entusiasmante è esplicitato chiaramente. In cosa consista questo ideale è però lasciato al gusto dello spettatore: chi vuole può vederci l’ambientalismo, chi il socialismo, chi l’intelligenza artificiale, chi uno spirito panteistico che tenga insieme i vivi e i morti. Per come è trattata la dinamica tra Cicero e Catilina, praticamente qualunque tema si sposa a essere elevato a speranza per il futuro oppure osteggiato come una terribile minaccia.
Più che complesso, quindi, Megalopolis si dimostra in fondo un film caotico, che infatti non è riuscito a richiamare un pubblico numeroso, lasciando in chi l’ha visto più perplessità che altro.
Nonostante tutto il disordine e un’interpretazione di certi temi un po’ appannata, però, Coppola offre comunque allo spettatore l’affresco spettacolare di un mondo sfarzoso e barocco, con un buon cast e sequenze memorabili, come il fiaccarsi delle gigantesche statue raffiguranti Legge, Giustizia e Rettitudine che crollano esauste addentrandosi nei quartieri periferici della grande capitale, o il momento apocalittico in cui il satellite colpisce il centro di New Rome. È stata la ricchezza delle immagini a riportarmi in sala malgrado il poco entusiasmo della prima proiezione, e alla seconda, sapendo ormai cosa aspettarmi, ho avuto modo di apprezzarle ancora di più e di mitigare la mezza delusione.

https://asocialdaub.com/2024/11/12/megalopolis/

Indirizzo

Via Fondazza 1
Bologna
40125

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